ИСТОРИЯ НАЗВАНИЕ: Il pomeriggio mancante - narrazzione di Zeta - 
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ИСТОРИЯ

Il pomeriggio mancante - narrazzione di Zeta -

by slavezeta
Посмотрели: 39 раз Комментарии 1 Date: 29-04-2026 Язык:Language

Il pomeriggio che mancava — voce di Zeta

Dopo che avevo chiuso la videochiamata con Luca, rimasi ferma in mezzo alla cucina per qualche minuto senza fare nulla. Il telefono in mano, il cuore che batteva ancora forte, le mutandine così bagnate che me le ero già sfilate prima ancora di andare in bagno. Mi sedetti sul bordo della vasca e mi feci scorrere l’acqua fredda sui polsi, come faccio sempre quando ho bisogno di tornare dentro me stessa. Pensai a Luca. Pensai alla sua voce calda che mi diceva di aprire così la porta. Pensai al modo in cui mi aveva guardata attraverso lo schermo, quegli occhi spalancati che non riuscivano a nascondere niente.

Doccia veloce, capelli lasciati asciugare da soli, un filo di profumo sul collo e sui polsi, mi cambiai. Scelsi con cura: una gonna a fiori leggera che mi arrivava a metà coscia, una canottiera avorio senza reggiseno le mie tette piccole e sode non ne hanno bisogno, una mutandina leggermente trasparente, di quelle fatte leggermente in pizzo, i sandali bassi. Niente di volgare. Niente di ovvio. Volevo sembrare esattamente quello che ero: una ragazza giovane che potrebbe essere andata a comprare il pane, ma non è andata.

Scesi le scale lentamente.

Bussai alla sua porta, la porta del Signor Emilio, con due colpi secchi, come avrei fatto con chiunque. Lui aprì dopo neanche dieci secondi, come se mi stesse aspettando. Forse mi stava aspettando. Indossava una maglietta bianca con le maniche corte, i pantaloni di tela beige, i piedi nudi. Era un uomo che stava comodo nella propria pelle, che non aveva bisogno di prepararsi per impressionare nessuno. Mi guardò dall’alto verso il basso, con quella sua espressione che non era un sorriso ma ci somigliava.
SIGNOR EMILIO: “Sei scesa,” disse. Non era una domanda.
ZETA: “Sono scesa,” risposi. Non aggiunsi altro.

Mi fece entrare senza cerimonie. La sua casa era ordinata, buia, con le persiane abbassate contro il caldo del pomeriggio. Odore di tabacco freddo e di qualcosa di pulito, di sapone senza profumo. Mi fece accomodare sul divano di pelle scura, si sedette sulla poltrona di fronte. Sul tavolino c’era una bottiglia di vino già aperta, due bicchieri. Stava aspettando me, allora. Sapeva che sarei scesa.
Versò il vino senza chiedere se lo volevo. Lo mise sul tavolo. Parlammo poco. Lui mi fece qualche domanda sulla laurea, sulla famiglia, su quello che avrei fatto dopo. Non era conversazione, era catalogazione. Mi studiava come si studia una cosa che si ha intenzione di prendere. Me ne accorsi e non mi mossi. Il vino era fresco, buono, secco. Lo bevvi lentamente.

Fu lui a spostarsi per primo. Si alzò dalla poltrona con la calma di chi non ha nessuna fretta perché sa già come andrà a finire, venne a sedersi accanto a me sul divano. Non mi toccò subito. Si versò altro vino, lo bevve, tutto in un sorso, mi guardò. Poi mise una mano sulla mia coscia, sopra la gonna, con tutta la naturalezza di chi la mette su un tavolo. Ferma. Pesante. Calda attraverso il tessuto sottile.
Non mi mossi. Sentii qualcosa stringersi nello stomaco non paura, qualcosa di diverso, qualcosa che conoscevo già da quella mattina ma che adesso era più grande, più reale, senza uno schermo di mezzo. Pensai a Luca. Pensai che era lui che voleva questo, che era lui che me lo aveva chiesto, che io stavo facendo qualcosa per noi due. Mi aggrappai a quel pensiero come ci si aggrappa a qualcosa di solido quando il terreno ti cede sotto i piedi.

La mano del Signor Emilio si spostò lentamente verso l’interno della coscia. Non aveva fretta. Questo era la cosa che mi spiazzava di più: la totale assenza di fretta. Era un uomo che sapeva aspettare, che sapeva che più aspetti più ottieni, e quella consapevolezza silenziosa era di per sé eccitante. Allargai leggermente le gambe senza rendermene conto, o forse me ne resi conto benissimo e scelsi comunque di farlo.
Si avvicinò con la bocca al mio collo. Non un bacio, non ancora. Solo il calore delle labbra a sfiorare la pelle, il respiro lento e misurato, come chi assaggia qualcosa prima di mangiarlo. Mi passò un brivido lungo la schiena. La sua mano risalì ancora, trovò l’orlo della mutandina, si fermò. Come a chiedermi qualcosa senza usare le parole. Abbassai lo sguardo. Deglutii. Non dissi no.
La sua mano inizio a farsi strada dentro le mie mutandine, con naturalezza e abilità spostava le dita tra le labbra della mia fighetta, ormai tutta bagnata, se ne accorse subito e quella sua bocca cosi vicino al mio collo, divenne una ventosa sopra la mia bocca, non mi dava modo di respirare, mi stava risucchiando anche l’anima con quel bacio, mentre le sue dita dentro di me ora erano due ma presto diventarono tre..

Mi sposò sul divano come se pesassi niente. Mi mise le mani sui fianchi con una forza quieta, autorevole, e io sentii le mie anche rispondere da sole, ruotarsi verso di lui, offrirsi. Era un uomo che conosceva i corpi delle donne meglio di quanto le donne conoscessero se stesse.
Sapeva dove mettere le dita.
Sapeva aspettare il momento esatto. Quando finalmente mi sfilò la gonna e la lasciò scivolare per terra, non mi vergognai nemmeno un secondo. Era naturale. Era lì, nel caldo del pomeriggio, con il rumore sordo dei cani in giardino e la luce che filtrava obliqua dalle persiane.
Luca aveva ragione. Il Signor Emilio era dotato. Era dotato in un modo che ti toglie il respiro e te lo restituisce tutto insieme, che ti fa serrare le dita su qualcosa, le sue spalle, il cuscino, la propria coscia per non perderti. Chiusi gli occhi e mi lasciai andare completamente.
Lanciò via anche le mie mutandine, con gesto che sembrava quasi rabbioso. Gemetti senza trattenermi, perché non c’era nessuno da proteggere lì, nessuno che avrei potuto spaventare o deludere. C’era solo quella sensazione enorme che montava e montava finché non ebbi più controllo su niente, e fu bellissimo e fu selvaggio e fu esattamente quello che il mio corpo reclamava da mesi, da anni, da sempre.
Mi penetro con forza, ripetutamente, un colpo dietro l’altro ben assestati, ben ritmati, ben in profondità.

Me ne vengo subito, urlo, mi afferro alla sua schiena bassa, quasi i glutei, lo tengo dentro di me in profondità e godo, godo allungo.
Lui non si ferma, non ne ha intenzione.
La finestra di casa è aperta cosi come il balcone, danno sul cortile, dove gli operai continuano a lavorare, ma non possono non scorgere quello che sta succedendo dentro. Mi sento i loro occhi addosso. Mi sento esposta, mi sento sporca, godo nuovamente. Subito, urlo tutto il mio piacere.

Quello che successe dopo durò oltre due ore. Non lo racconto tutto ci sono cose che appartengono soltanto a quel pomeriggio, a quella penombra, a quell’uomo che non amavo e che per questo poteva permettermi cose che con Luca non mi sarei ancora concessa. Con il Signor Emilio non avevo paura di sembrare troppo. Con lui potevo essere soltanto corpo, soltanto pelle, soltanto risposta a qualcosa di fisico e primitivo. Lui non mi chiedeva niente di me. Prendeva. E io scoprii che in quel prendere senza chiedere c’era una libertà strana, una specie di vacanza da me stessa.

Quando fu finita rimasi immobile per qualche minuto. Lui si ricompose in silenzio, versò dell’acqua, me ne porse un bicchiere. Non disse niente di romantico, non disse niente di affettuoso.
Disse: “Vattene adesso.”
Non con cattiveria. Con quella stessa autorità con cui faceva tutto il resto. Mi rivestì, non presi le mutandine perché erano strappate, raccolsi i sandali dal pavimento, uscii.
Salii le scale di corsa, entrai in casa, mi appoggiai alla porta chiusa alle mie spalle. Il cuore mi batteva forte. Avevo le guance rosse, i capelli disfatti, le labbra ancora gonfie. Pensai a Luca rinchiuso in quel bagno, al telefono muto in tasca.
Pensai che mi amava abbastanza da volere questo per me.
Passai la mia mano tra le labbra della mia fighetta e ne fuoriuscì una abbondante porzione di sperma del Signor Emilio. Mi era venuto dentro, in quel pomeriggio era venuto dentro di me diverse volte, sempre senza uscire o fermasi, sempre, sempre, come se fossi cosa sua, come se non gli interessasse di nient’altro se non possedermi totalmente!
Piansi un poco. Non di vergogna, ma di gratitudine. Di quella gratitudine senza parole che si prova quando qualcuno ti vede davvero.
Presi un tovagliolo dal cassetto della cucina. Scrissi due parole con la matita che usavo per i riassunti di diritto. Scesi di nuovo, lo appoggiai sulla porta di casa del Signor Emilio, lo sentì che stava parlando con qualcuno al telefono in giardino. Poi tornai a casa, mi lavai, mi misi il pigiama, aprii i libri.
Non studiavo. Aspettavo che bussassero alla porta.

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  • avatar HONOR Bello sborrare dentro.. HONOR

    29-04-2026 21:45:52