ИСТОРИЯ НАЗВАНИЕ: Da ragazzo a uomo cap 2 
logo Жена, Предлагается
820


ИСТОРИЯ

Da ragazzo a uomo cap 2

by krack76
Посмотрели: 66 раз Комментарии 0 Date: 17-07-2026 Язык:Language

Federica non era stupida. Ma soprattutto, Federica ci conosceva fin troppo bene.

L’anno prima, tra noi, c’era stato quel classico rapporto ambiguo, logorante e sbilanciato che oggi tutti chiamerebbero friendzone, ma che all'epoca era solo una tortura quotidiana. Eravamo grandi amici, passavamo ore al telefono, ci raccontavamo tutto, ma la verità era che io ero sotto un treno per lei. E lei lo sapeva benissimo. Ci giocava, le piaceva avere quel potere su di me, ma teneva sempre la barriera ben alzata. Io ero l'amico fidato, quello divertente, quello che c’era sempre. Il porto sicuro mentre lei viveva i drammi della sua lunghissima e tormentata storia con il fidanzato storico, un tipo con cui stava praticamente dal primo anno di liceo e con cui si era lasciata solo verso la fine della quarta.

Lei, a differenza di Eleonora, non era più vergine; aveva già quell’aria di chi ha una certa esperienza, un modo di fare più adulto che mi faceva sentire ancora più impacciato.

Il culmine di quella mia sbandata era stato un pomeriggio di primavera. Avevo deciso di tentare il tutto per tutto, ma a modo mio, con un romanticismo un po' sfacciato. Ero uscito prima da scuola e avevo fatto recapitare a casa sua un enorme mazzo di fiori, rigorosamente anonimo.

Un’ora dopo, mentre ero a casa, squillò il telefono fisso. Era lei, eccitatissima.

— Lorenzo! Non sai cosa mi è successo! Mi è arrivato un mazzo di fiori pazzesco a casa... ma non c'è il biglietto! Chissà chi è stato, sto impazzendo! — Ah sì? — dissi io, cercando di mantenere un tono indifferente. — Aspetta, vengo da te, così cerchiamo di capire chi è questo ammiratore segreto.

Buttai giù la cornetta, saltai sul motorino e sfrecciai verso casa sua. Quando mi aprì la porta, era ancora agitata, con le guance leggermente rosse. Mi indicò il vaso sul tavolo del salone.

Io la guardai, feci un mezzo sorriso dei miei e le dissi:

— Guarda che te l'ho mandato io.

Federica si bloccò. Per un attimo il suo solito guscio di sicurezza si sgretolò. Mi guardò negli occhi, fece un passo verso di me e io feci lo stesso. Eravamo vicinissimi, sentivo il suo respiro. Fu un attimo eterno: lei sembrò sul punto di cedere, i nostri sguardi si incrociarono con un’intensità mai provata prima, le nostre labbra erano a un millimetro. Stavamo per baciarci.

Poi, proprio all'ultimo istante, lei si tirò indietro, scotendo leggermente la testa con un sorriso tirato.

— No, Lorenzo... non possiamo. Sei il mio migliore amico, non voglio rovinare tutto.

Ma vaffanculo.

Quella mezza ritirata mi era rimasta sullo stomaco per mesi.

Poi c'era stata la Giamaica. C'era stato il mio ritorno. E adesso, Federica si trovava davanti un film completamente diverso.

Non ero più il ragazzino che le mandava i fiori anonimi e aspettava un suo cenno come un cagnolino. Ero rilassato, sicuro, non la cercavo più e, soprattutto, passavo i pomeriggi a casa della sua migliore amica, la prima della classe, quella apparentemente

innocente

.

Federica iniziò a capire che tra me ed Eleonora c’era qualcosa di grosso quasi subito. Lo leggeva nei dettagli: una complicità diversa nei nostri sguardi durante le lezioni, il modo in cui Eleonora arrossiva se solo pronuncevo il suo cognome, e quella strana, nuova luce che la sua compagna di banco emanava da qualche settimana. Cosa che succede alle donne quando prendono bene il cazzo.

E lì, l'orgoglio di Federica subì un vero e proprio cortocircuito. Ma non fu una reazione di rabbia o di pura cattiveria; fu qualcosa di molto più intimo e, per certi versi, disarmante.

La verità è che Federica, dietro quella facciata da ragazza navigata, sicura di sé e con una relazione importante già alle spalle, nascondeva una profonda fragilità. La sua forza era sempre dipesa dal controllo che riusciva ad esercitare sugli altri, specialmente su di me. Io ero il suo punto di riferimento, la sua certezza: sapeva che, qualsiasi cosa fosse accaduta nella sua vita o con il suo ex, io sarei rimasto lì, a guardarla con gli stessi occhi adoranti.

Ora, improvvisamente, quel porto sicuro non esisteva più.

Vedere che non la calcolavo quasi più, e rendersi conto che stavo scoprendo i segreti più intimi della sua migliore amica — proprio quella Eleonora così diversa da lei, così apparentemente

pura

e protetta — le fece mancare la terra sotto i piedi. Per la prima volta, Federica si sentì inadeguata. Il suo cambiamento nei miei confronti non fu una spietata strategia di seduzione, ma il tentativo confuso di una ragazza che stava perdendo l'equilibrio.

In classe, quel suo solito sguardo fiero e un po' distaccato lasciò il posto a qualcosa di molto più fragile. Capitava che mi girassi all'improvviso dall'ultimo banco e la sorprendessi a fissarmi; ma non c'era più la solita sfida nei suoi occhi. C’era una domanda muta, quasi un velo di tristezza e di gelosia che cercava di nascondere non appena incrociava il mio sguardo, voltandosi di scatto dall'altra parte con una finta indifferenza che non le apparteneva.

Anche il suo modo di parlarmi divenne incerto. Durante la ricreazione non cercava più la battuta tagliente per mettermi in difficoltà. Si avvicinava timidamente, quasi con il timore di disturbare, parlando del più e del meno con una voce insolitamente dolce, ben lontana dai toni decisi dell'anno prima. Era come se stesse cercando di capire chi fossi diventato, ma soprattutto se ci fosse ancora spazio per lei in questa mia nuova vita.

Era un gioco in cui le parti si erano completamente invertite: io, che ero sempre stato quello impacciato e vulnerabile, ora mi muovevo con una calma assoluta. Lei, invece, si muoveva come se camminasse sui vetri rotti, divisa tra l'affetto e la competizione con Eleonora e quel vuoto improvviso che la mia indifferenza le aveva lasciato dentro.


Sgombriamo il campo dai romanticismi: a diciassette anni, con gli ormoni a mille, la situazione era molto più pragmatica di quanto sembrasse. La verità è che io Federica me la volevo scopare, e pure tanto. Era un chiodo fisso che mi portavo dietro dall'anno prima. E sotto sotto provavo ancora qualcosa per lei; quel sentimento non si era spento del tutto. Però c'era un calcolo matematico che non tornava. Sapevo perfettamente che se fossi Profiles andare a letto con Federica, il giochino con Eleonora si sarebbe spento all'istante. Non avrei mai potuto continuare a scoparmi entrambe sotto lo stesso tetto scolastico, per di più essendo loro migliori amiche e compagne di banco.

E qui nasceva il vero dilemma.

Con Eleonora avevo trovato la gallina dalle uova d'oro: era una macchina da guerra a letto, sempre più disinibita, disposta a sperimentare qualsiasi cosa e senza alcuna pretesa di fidanzamento ufficiale. Ci divertivamo come matti, era un sesso pulito, spinto e senza drammi.

Federica, invece, era la classica ragazza da

fidanzato storico

. Anche se adesso era single, se fossi entrato nel suo letto sarei dovuto entrare anche nella sua vita come fidanzato ufficiale. E io, in quel momento, di fare il fidanzatino premuroso con le domeniche passate a fare i pranzi di famiglia non c'avevo mezza voglia. La pacchia di scopare senza pensieri era troppo bella per essere sacrificata sull'altare di una storia seria.

Sapevo, con assoluta certezza, che mi sarei divertito molto di più a continuare a scopare Eleonora che a infilarmi nel ginepraio sentimentale che Federica si portava dietro. Eppure, quel desiderio di prendermi Federica, di consumare finalmente quell'ossessione che mi aveva fatto stare sotto un treno per un anno, rimaneva lì, a ronzarmi in testa come una zanzara fastidiosa.

Federica questo mio blocco lo percepiva. Ma non sapendo come sbloccare la situazione, la sua finta sicurezza iniziò a vacillare sul serio.

Un mercoledì di metà novembre, durante un'ora di assemblea straordinaria in cui la classe era praticamente vuota ed Eleonora era scesa in segreteria, rimasi solo in aula con lei. Io ero seduto all'ultimo banco, lei era ferma a metà corridoio, con le braccia conserte.

Si girò verso di me. Non c’era traccia della solita sfida nei suoi occhi, solo quell'aria un po' persa di chi ha capito di aver perso il controllo della situazione.

— Non mi parli quasi più, Lorenzo — disse, facendo qualche passo verso il mio banco. — Ti ho perso del tutto, vero?

Il tono era quasi una supplica camuffata. Io la guardai, tenendo le mani in tasca, rilassato.

— Non mi hai perso, Palletta. Siamo solo cresciuti — risposi, usando quel vecchio nomignolo per vedere l'effetto che faceva.

Lei fece un sorriso amaro, avvicinandosi ancora di più, quasi a voler sentire la mia reazione fisica alla sua vicinanza.

— Sì, siamo cresciuti. Ma a volte ho come l'impressione che tu stia correndo troppo veloce... e che io sia rimasta indietro.

Proprio in quel momento sentimmo i passi di Eleonora che tornava lungo il corridoio. Federica si allontanò di scatto, tornando al suo posto un secondo prima che la porta si aprisse.

Il messaggio era arrivato forte e chiaro: Federica era pronta a cedere. Il problema era che, per prendermi lei, avrei dovuto rinunciare ai pomeriggi di fuoco con la sua compagna di banco. E onestamente, non ero affatto sicuro che il gioco valesse la candela.

Alla fine, la mia nuova sicurezza mi diede alla testa. Mi sentivo una specie di divinità greca scesa nell'arena del liceo a cui tutto era concesso. Avevo una macchina da guerra come Eleonora che mi aspettava tutti i pomeriggi, eppure l’istinto di conquista e quell'ossessione rimasta in sospeso per un anno intero con Federica gridavano troppo forte.

Fanculo i calcoli logici. Fanculo il rischio di mandare tutto all'aria. Decisi che volevo tutto.

L’occasione arrivò a fine novembre. Eleonora era a casa con l'influenza, e Federica mi propose di andare da lei con la scusa di studiare insieme. Quando varcai la soglia di casa sua, la tensione si tagliava con il coltello. Non c'era Eleonora a fare da cuscinetto, non c'erano i banchi di scuola. Eravamo solo io, lei e un anno di non detti.

Il gioco finì in tre minuti. Bastò che le passassi vicino per prendere un libro: mi afferrò per la camicia, io la spinsi contro la libreria del corridoio e iniziammo a baciarci con una foga quasi rabbiosa. Era il riscatto che aspettavo da mesi.

Finimmo sul letto dei suoi genitori. E fu lì che la magia si sgonfiò come un palloncino bucato.

Mentre la spogliavo, mi resi conto che nella mia testa quel momento era stato programmato per essere un capolavoro. Nella realtà, fu quasi imbarazzante.

Federica era rigida, frenata da mille paranoie, forse schiacciata dal senso di colpa verso Eleonora o forse, semplicemente, vittima di quel suo bisogno di controllare tutto che a letto si traduceva in una totale mancanza di spontaneità. Non c'era traccia di quella complicità selvaggia, di quel fuoco sporco e disinibito a cui mi aveva abituato Eleonora. Con Federica sembrava quasi di dover chiedere il permesso per ogni cosa, un ritorno a quella routine da

fidanzatini

che io ormai rigettavo con tutto il corpo.

Anche la chimica fisica, quella su cui avrei scommesso la pelle, si rivelò tiepida. Facevamo l'amore, sì, ma io avevo la mente altrove. E, cosa peggiore, rimasi deluso dal paragone. Quel corpo che avevo idealizzato per dodici mesi non reggeva il confronto con la passionalità travolgente della prima della classe.

Quando finimmo, ci sdraiammo sul letto a guardare il soffitto. C'era un silenzio pesante, rotto solo dal rumore delle auto sulla strada.

Federica si girò su un fianco, mi accarezzò il petto e mi guardò con quegli occhi che ora mi sembravano incredibilmente piccoli. — Adesso che succederà con Eleonora? — sussurrò, e in quella domanda ci vidi già tutto il pacchetto di complicazioni, fidanzamenti e drammi che avevo cercato di evitare.

Mi alzai, mi infilai i jeans e andai a rimettermi le scarpe.

— Niente, Fede. Non succederà niente — risposi, cercando di ritrovare la mia solita maschera spavalda, anche se dentro mi sentivo solo incredibilmente vuoto.

Mentre tornavo a casa sul motorino, sentendo il vento freddo di fine autunno sulla faccia, capii la lezione più importante che la Giamaica non era riuscita a insegnarmi: a volte, l'unica cosa peggiore di non ottenere ciò che desideri, è ottenerlo davvero.

Avevo la mia sfrontatezza, avevo il mio corpo da uomo e la fila di ragazze in classe. Ma avevo anche capito che, in quel gioco spietato che era diventata la mia vita, la mossa più intelligente sarebbe stata quella di tenermi stretto il Rocci, il greco e le calde, infinite e disinibite lezioni private di Eleonora.

Добавлены 0 Комментарии: