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RELATO

Il foglio con scritto DrNightX

by DrNightX
Visto: 10 vezes Comentários 0 Date: 24-10-2026 Idioma: Language

Mi ha scritto lei, due righe secche: «Ti va di venire a trovarci? Lui guarda e sta zitto.» Le foto senza faccia le mando io, quindi la mia risposta è stata solo un orario.
Ad aprire è stato il marito. Maglione, occhiali, la mano un po' sudata. «Ciao, sono Marco.» In fondo al corridoio c'era lei, Elisa, capelli neri raccolti e il respiro già corto, come se avesse corso per arrivare puntuale.
Nessuna cerimonia. Ho appoggiato il telefono sul comodino, ho messo sul letto il foglio bianco con il mio nome scritto a penna — DrNightX, perché quello che faccio deve portare il mio nome sopra — e accanto ho lasciato la penna, blu. Poi ho chiesto: «La telecamera la sai usare?» Lui ha annuito. «Allora filmi. E non parlare finché non ti dico io.»
Da quel momento in quella casa non c'erano più tre persone. C'erano una donna, un uomo che comanda e un uomo che riprende.
La benda è stata la prima cosa. Stoffa a cuori rossi, nodo dietro la nuca: da lì in avanti Elisa non ha più visto niente, solo sentito. Poi il collarino di pelle, stretto bene, e il cinturino sottile passato sul petto, gli anelli che tintinnavano a ogni respiro. Ho sentito quello di Marco cambiare quando ho tirato la fibbia. Un uomo che crede di essere pronto, e poi vede la moglie con il collare e capisce che non lo era.
L'ho fatta spogliare da sola, lentamente, senza toccarla. Poi l'ho messa in ginocchio sul bordo del letto e le ho aperto le gambe con due dita. Lei ha gemito subito, prima ancora che la toccassi, e io ho continuato a parlare con Marco come se niente fosse: «Vedi come sta? È già bagnata. Ti aspettavi che aspettasse te?» Lui ha risposto qualcosa che non si è capito e la telecamera si è mossa di scatto, perché stava tremando.
Quando le ho detto «succhialo», lei si è buttata in avanti come se avesse aspettato solo quello. Bocca piena, saliva, occhi chiusi dietro la benda, la gola che lavorava. Io le ho preso i capelli e ho tenuto il ritmo che volevo io: lento fino in fondo, poi corto e veloce, poi fermo, con il cazzo in gola, mentre lei cercava di respirare dal naso. «Marco, guarda dove sta la bocca di tua moglie adesso.» Silenzio. Solo il rumore di lei.
Poi l'ho girata a pecorina sul letto. Schiena inarcata, culo in alto, il cinturino che le segnava il petto. Sono entrato tutto in una volta e lei ha urlato dentro il cuscino. Ho cominciato piano e poi ho spinto, e a ogni spinta le ho dato una mano piena sul culo, finché non è diventato rosso. Le ho tirato i capelli all'indietro e le ho messo la bocca all'altezza del microfono del telefono.
«Adesso lo dici.»
«Cosa?» ha ansimato.
«Quello che è lui.»
Lei ha capito al volo, ed è stata la cosa che mi ha fatto impazzire: non ha detto

cornuto

e basta, si è girata verso l'obiettivo, verso suo marito, e ha detto: «Marco, sei un cornuto.»
Dietro la telecamera si è sentito un respiro rotto. E allora l'ho voluto sentire dire da lui.
«Ripetilo, Marco.»
«Sono un cornuto.»
«Più forte.»
«Sono un cornuto!»
Elisa rideva e piangeva insieme, e io spingevo.
Poi le ho messo un cuscino sotto la pancia e sono passato al culo. Piano, con due dita di saliva, e lei che si apriva centimetro dopo centimetro, la bocca spalancata, le mani che stringevano il lenzuolo. Le ho detto di rilassarsi, di spingere indietro, di prendersi tutto. E quando è entrato fino in fondo lei ha fatto quel verso che non è un gemito, è una resa. Da lì non ho più avuto pietà: spinto forte, la mano sulla sua nuca, il corpo che andava avanti e indietro sul materasso.
È venuta così, con il cazzo nel culo, urlando «sei un cornuto, sei un cornuto, sei un cornuto» a un uomo che la filmava e non poteva toccarla.
Marco si è messo la mano sulla patta e io, senza girarmi: «Non toccarti ancora.»
«Sì.»
«Non hai il permesso.»
«Sì.»
L'ho tirata su per i capelli, l'ho fatta girare e inginocchiare davanti al letto, la faccia in su, la benda ancora addosso, la bocca aperta. Ho finito in venti secondi di mano veloce e le ho sborrato in faccia: sulle labbra, sul mento, sulle guance, un filo che è finito sulla stoffa a cuori. Lei è rimasta immobile, la lingua fuori, a prendere tutto senza pulirsi.
«Dillo un'ultima volta.»
E con la faccia sporca, senza vedere niente, ha detto: «Sei un cornuto.»
Poi mi è venuta l'idea, e l'idea è stata la parte migliore di tutta la sera.
Ho preso il foglio con il mio nome e l'ho appoggiato accanto alla sua testa, perché l'ultima inquadratura doveva avere sopra di lei la mia firma. Ma mentre Marco si avvicinava con la telecamera, ho guardato il lenzuolo — il lenzuolo bianco, stropicciato, quello del loro letto matrimoniale, quello dove dormono tutte le notti — e ho pensato che il foglio era troppo poco.
«Dammi la penna.»
Marco l'ha cercata sul comodino, l'ha trovata, me l'ha messa in mano come se mi stesse consegnando un documento.
Ho scostato il foglio. Ho teso bene la stoffa con due dita, proprio sotto la faccia di Elisa, e ho scritto a penna, grosso, in stampatello: DrNightX.
Non sul foglio. Sul lenzuolo.
Poi ho dato un colpetto alla benda perché lei capisse che era finito, e ho detto a Marco: «Leggilo.»
«Dr... Night... X.»
«Bene. Questo non si lava.»
«Come non si lava?»
«Il lenzuolo resta così. Se lo lavi, ti ammazzo.»
Lui è rimasto lì con la telecamera in mano a guardare il nome di un altro uomo scritto a penna sul letto in cui dorme con sua moglie. Elisa, ancora bendata e ancora sporca, ci ha appoggiato la guancia sopra, come se stesse firmando anche lei.
Prima di uscire, Marco mi ha stretto la mano con la mano ancora umida. «Grazie», ha detto.
Il lenzuolo è rimasto stropicciato, con il mio nome blu sopra. Buonanotte

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