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RACCONTO

Storie di vita vissute

by Pinguino06
Visto: 84 volte Commenti 1 Date: 19-10-2026 Lingua: Language

Ogni riferimento a persone o fatti e' puramente voluto

L’AMICO
Roberto era il commercialista. Sessant’anni, cartella in mano, mani curate. Amico da una vita, dai tempi del muretto. Uno che sapeva far quadrare i conti e niente altro. E sotto, da sempre, un gran porco. Era stato lui a disinibire Patrizia, a trasformarla da signora riservata in una donna che a cinquantasette anni si teneva ancora addosso le gambe toniche, i polpacci duri, un culo che avrebbe fatto girare la testa a un trentenne.Piscina, Palestra, pesi, ogni settimana. Per sé e per lui.
Roberto sapeva anche del mio lato meno presentabile. Sapeva di Pinguino06, il nickname con cui bazzicavo il mondo cuckold. Sapeva della mia passione per le mogli altrui, e soprattutto per le coppie dove è il marito ad aprire la porta.
Quando gli raccontavo qualcosa, mi guardava storto.
«Sei un porco.»
«Detto da te è un complimento.»
Perché anche lui non si era fatto mancare niente. Giravano storie, in provincia. La segretaria, per esempio. Gran figa. Me la ero fatta anch’io. Ma questa è un’altra storia.
IL CAFFÈ
Mi chiamò una sera verso le sette. Non mi disse perché. Disse solo: «Ci vediamo al bar della piazza, quello vecchio.»
Il bar vecchio era quello dove non andava mai nessuno che conoscevamo. Già questo era un messaggio.
Arrivò prima di me. Aveva già ordinato due caffè, e il suo era intatto. Roberto, che il caffè lo beveva bollente in due sorsi, teneva la tazzina ferma davanti a sé, come se potesse scappare.
«Hai una faccia», dissi sedendomi.
«Grazie.»
«No, dico sul serio. Sembri uno a cui hanno pignorato la casa. E tu le pignorazioni le fai agli altri.»
Non sorrise. Girò il cucchiaino una volta, due, in una tazzina che non aveva zucchero.
«Sono stato dal medico.»
«Ah.»
«Ho avuto un malore. A luglio, in studio, una mattina. La pressione che andava su e giù, il cuore che faceva il matto. Pensavo di morire sulla scrivania.»
«Cazzo, Rob. Perché non me l’hai detto?»
«Perché non volevo dirlo a nessuno.» Alzò le spalle. «Ho fatto tutti gli esami. Analisi, visite, controlli. Il cuore regge, dicono. Devo solo curarmi. Prendere queste.»
Tirò fuori dalla tasca una scatolina e la posò sul tavolo, come si posa una prova. La girai con un dito. Non la lessi nemmeno.
«E quindi sei a posto.»
«Il cuore sì.»
Lo disse guardando il banco, la macchina del caffè, la tipa che sciacquava i bicchieri. Dappertutto tranne me. Capii che il discorso vero stava per cominciare e che aveva scelto quel bar perché non voleva testimoni.
«Rob.»
«Non mi tira più.»
Lo disse piano, in un fiato, con la stessa voce con cui in studio comunicava un’aliquota. Io rimasi con la tazzina a metà.
«Per niente?»
«Quasi niente. E quando succede dura poco.»
«Sarà la pressione. Le medicine...»
«Sì, il medico dice anche quello.» Rise, secco. «Il medico dice un sacco di cose. Dice che è psicologico, che è farmacologico, che è l’età. Dice che devo stare tranquillo. Come si fa a stare tranquilli, scusa, quando sai che non funziona?»
Non risposi. Aveva sessant’anni e la voce di un ragazzino sotto interrogazione.
«È un anno che non scopo mia moglie.»
Un anno. Lo ripetei dentro, senza dirlo. Un anno, con una donna così.
«Ci ho provato», continuò. «Ti giuro che ci ho provato. Una volta parte tutto bene. Mi viene, la bacio, sono lì. E poi, proprio lì, nel momento peggiore, sparisce. Come una luce che si spegne. E lei sta zitta. Non dice niente. Mi accarezza la schiena e dice: non fa niente, amore.»
Si fermò.
«Non fa niente, amore. Capisci? Il peggio è quello.»
«Perché?»
«Perché la prossima volta ho paura. E se ho paura, non viene. E se non viene, ho più paura.» Finalmente mi guardò. «È un giro stupido. Lo so che è stupido. Ma ci sei dentro e non ne esci.»
Provai a fare l’amico. Gli dissi dello stress, delle pastiglie giuste, di un tizio che conoscevo, un andrologo a Milano, uno bravo, che faceva miracoli. Roberto annuiva senza ascoltare. Il suo sguardo era già altrove.
E poi, mentre cercavo qualcosa di utile, parlò Pinguino06.
«Se non ti si drizza davanti a quella cavalla di Patrizia, sei messo male.»
Appena finita la frase avrei voluto ritirarla con le mani. Il tavolo, il bar, la piazza: tutto si fermò per un secondo. Roberto non si offese. Non si mosse. Restò lì, con gli occhi sul fondo della tazzina.
Poi sorrise. Piano. Un sorriso che non gli avevo mai visto, quello di uno che ha appena trovato la porta giusta in un corridoio di porte.
«Te la chiaveresti, eh. Patrizia.»
LA PROPOSTA
«Ma che cazzo dici.»
«Hai sentito.»
«Stavo scherzando. Era una battuta del cazzo, scusami.»
«Non ti sto chiedendo scusa. Ti sto chiedendo se te la chiaveresti.»
Mi guardai attorno. Nessuno ci ascoltava. La ragazza del banco asciugava un bicchiere con la TV a bassissimo volume.
«È una gran figa», dissi, e mi uscì la verità prima della prudenza. «Ma è tua moglie. Siamo amici da una vita, Rob.»
«Appunto.»
«In che senso, appunto?»
«Nel senso che lo preferisco a un estraneo.» Si appoggiò allo schienale. Adesso era lui quello calmo e io quello che sudava. «Pensaci. Patrizia ha cinquantasette anni e un corpo che la metà delle ragazze di vent’anni se lo sogna. Va in palestra quattro volte a settimana. Tu l’hai vista, no? L’hai vista come la guardano.»
«Roberto.»
«Prima o poi qualcuno se la scopa. Non c’è una cosa che possa fare io. Un anno, due. Una donna così non sta ferma per sempre.»
«Non è detto.»
«È detto.» Lo disse senza amarezza, come una cifra. «Io lo so. E sai cosa preferisco? Che sia uno che conosco. Uno che so chi è. Uno che non le fa male e che non le racconta balle.»
«Mi stai chiedendo davvero di...»
«Ti sto chiedendo di prendere il mio posto.»
Lo disse a voce bassa. Per un attimo il suo tono fu quasi dolce, quasi tenero.
«Ripetilo.»
«Voglio che ti scopi Patrizia.»
Rimasi zitto un tempo che mi parve lunghissimo. Fuori una Vespa attraversò la piazza e il rumore riempì il silenzio.
«Sei lucido?»
«Lucidissimo. Ci penso da mesi. Ho scartato ogni altra soluzione.»
«Le altre soluzioni quali sarebbero?»
«Lasciarla. Fingere. Aspettare che se ne vada con un trentenne della palestra. Oppure questa.»
«E Patrizia che dice?»
«Ci sto lavorando.»
«Ci stai lavorando.»
«Le ho parlato di te.»
Mi sentii mancare la terra. «Che le hai detto?»
«Che sei un toro. Che hai successo. Che frequenti un certo ambiente, quello là.» Fece un gesto vago con la mano. «Non sono entrato nei dettagli, ma non le ho nascosto niente.»
«Roberto, cazzo.»
«Le ho mostrato due tue foto.»
Cominciava a eccitarmi, e non era solo imbarazzo.
«Quali foto?»
Roberto non rispose. Tirò fuori il telefono, lo sbloccò con il pollice, fece scorrere lo schermo con la calma con cui avrebbe aperto un fascicolo. Poi lo girò verso di me e lo posò sul tavolo, accanto alla tazzina.
Era il sito. La mia pagina. Pinguino06, con il suo piccolo avatar e le sue due foto in evidenza, quelle che avevo caricato io, anni prima, per farmi notare dalle coppie giuste. Non c’era niente di ambiguo: due scatti , il secondo molto esplicito , io allungato con una valchiria bionda in sandali romani che mi cavalcava dandomi le spalle , cazzo in culo e viso stravolto dal
godimento.
Per un secondo ebbi la sensazione di vedermi nudo in mezzo alla piazza.
«Hai un account», dissi.
«Mi sono iscritto per guardare.»
«Da quanto?»
«Da qualche mese. Da quando ho capito che non sarei più tornato a posto.» Fece scorrere il dito, ingrandì una foto, la rimpicciolì. Studiava il mio corpo con lo stesso sguardo con cui valutava un bilancio. «Sono belle foto. Non mi hai mai detto di essere venuto così bene.»
«Rob, cazzo, metti via.»
«Le ho fatte vedere a Patrizia.» Spense lo schermo. «Una sera, a letto. Ho detto: Guarda il nostro Carlo? Guarda cosa fa nel tempo libero.»
«Tu sei pazzo.»
«E lei ha guardato. Non le ha chiuse subito. Le ha guardate bene, a lungo, tutte e due. Poi mi ha ridato il telefono e non ha detto niente.»
«E quindi?»
«Niente.»
«Allora non significa un cazzo.»
«La mattina dopo ho trovato le sue mutandine nel cesto.»
«E quindi.»
«Erano zuppe.»
Mi guardava con una calma terribile. Era un uomo che aveva già fatto i suoi conti, e i conti tornavano.
«E se poi ti penti?» dissi. «Se tra un mese mi ammazzi? Le cose così fanno danni, Rob. Sembrano giochi e sono bombe.»
«Non mi pento. Ci ho pensato.» Posò la tazzina, finalmente, vuota. «Prima o poi qualcuno se la scopa comunque. Guarda come va in giro in palestra. Preferisco sia tu. Sei un amico. So chi sei, so cosa fai, so come tratti una donna. Se devo essere cornuto, voglio esserlo con uno che rispetto.»
La parola cornuto la disse con una naturalezza che mi gelò. Come uno che sceglie un abito.
«Non funziona così facile.»
«Lo so.»
«E non basta il tuo permesso. Deve volerlo lei. Se non vuole, finisce qui e restiamo amici come prima.»
«Certo.»
«Io non forzo niente.»
«Lo so. Non te lo sto chiedendo.» Si sporse sul tavolo. «Falla arrivare a volerlo.»
Quella frase mi rimase dentro come un sasso in una scarpa.
«E come, scusa? Le mando un mazzo di fiori?»
«Non devi sedurla. Devi corteggiarla.» Roberto sorrise, per la prima volta da quando ci eravamo seduti. «È diversa, sai. Patrizia non è una che si prende in un bar. Vuole sentirsi guardata. Portala a una mostra, falle una domanda su un quadro e poi ascolta la risposta. Ascolta davvero. Quella, il marito, non la ascolta da anni.»
«E tu questo me lo dici così.»
«Te lo dico perché è vero. Gli uomini come te corrono. Con lei devi andare piano. Falla ridere, falla parlare. E guardala quando non se ne accorge.»
«Rob, sembra che mi stia dando le istruzioni di un mobile.»
«Sono le istruzioni di mia moglie.» Si alzò. «Le conosco meglio io di chiunque altro.»
Mi mise una mano sulla spalla, si chinò appena.
«Prima la scopavo tre volte a settimana. Tre volte. Anche quando eravamo stanchi, anche quando litigavamo. Secondo te come sta, dopo un anno a secco? Ti sei mai chiesto cosa fa, la sera, in bagno, con la porta chiusa?»
Lasciò i soldi sul banco.
«Pensaci.»
E se ne andò. Io rimasi al tavolo, col mio caffè ormai freddo e una consapevolezza che mi dava le vertigini: aveva già deciso tutto, e il caffè era solo il modo per dirmelo.
IL RITORNO A CASA
Tornai a casa a piedi, e la strada mi sembrò più lunga del solito.
Misi le chiavi sul mobile dell’ingresso e restai un minuto nel corridoio al buio, senza accendere la luce. Mi sentivo come dopo una rissa: il cuore alto, le mani che non sapevano dove stare.
Non ero arrabbiato, e non so se questo mi spaventasse di più. Dovevo esserlo. Il mio amico mi aveva appena offerto sua moglie come si offre una poltrona che non serve più, e io avrei dovuto alzarmi, dirgli che era matto, andarmene. Invece avevo ordinato un secondo caffè.
Mi versai un whisky. Lo bevvi in piedi, in cucina.
Un anno senza.
Mi ripetei la frase di Roberto e mi accorsi che non pensavo a lui. Pensavo a lei: a Patrizia al buffet dell’ultimo compleanno, il vestito blu, il modo in cui spostava il peso da un piede all’altro quando si annoiava. Una donna che io avevo sempre guardato con rispetto, e basta. Forse. Adesso mi chiedevo quante volte quel rispetto fosse stato una forma di prudenza.
Le ha guardate bene, a lungo, tutte e due.
Posai il bicchiere. Non era giusto. Era il marito che parlava, non lei, e io non sapevo niente di cosa volesse davvero Patrizia. Potevo anche scoprire che non voleva niente, e allora tutto sarebbe finito lì, con una brutta serata e un amico da rassicurare.
Ma era la parte che restava, quella sotto la prudenza, a farmi male e piacere insieme. Confuso, sì. Eccitato, anche. E la cosa peggiore era che non riuscivo a fingere con me stesso di non esserlo.
Quella notte dormii poco. Verso le tre presi il telefono, aprii il sito, guardai la mia pagina da Pinguino06, quelle due foto che ormai avevano un’altra spettatrice, e la richiusi senza scrivere niente. Per una volta, quello che stava per succedere non sembrava un gioco su uno schermo.
IL GIOCO
Cominciai a frequentarla. Caffè, una mostra, poi un’altra. Scoprii un lato di lei che conoscevo poco: davanti a un quadro si fermava dieci minuti, parlava di un colore, di un dettaglio che io non avevo visto. E quelle ore insieme ci facevano stare soli, senza Roberto, senza secondi fini.
Apparentemente.
Ogni volta la guardavo più a lungo. E ogni volta era più difficile ricordarmi che era la moglie di un mio amico. Perché c’era un pensiero che mi martellava: sapevo che era sessualmente frustrata. E sapere che dietro quella faccia da signora elegante poteva esserci una fica in fiamme mi faceva impazzire.
Una sera, a cena con altri, dopo mangiato ci spostammo in giardino. Si sedette davanti a me. Accavallò le gambe. La gonna salì. Troppo per essere casuale. I miei occhi scesero. Lei se ne accorse. Non sistemò la gonna. La lasciò dov’era. Ci guardammo. Un istante. Bastò.
Quando ci salutammo, invece del bacio sulla guancia le presi i fianchi e la strinsi forte. Sentii il suo corpo contro il mio. Nessuno dei due disse niente. Ma aveva capito.
Il giorno dopo chiamai Roberto dall’auto.
«La porto al cinema. Venerdì.»
«Formalmente?»
«Invito tutti e due. Se vuoi venire, vieni.»
Una pausa. Sentii un foglio spostarsi sulla scrivania.
«E io venerdì avrò un problema di lavoro.»
Era entrato nel gioco.
«Roberto. Se parte davvero, poi non ti lamentare.»
Silenzio.
«Hai campo libero.»
Capii in quel momento che non c’era più niente da trattare. Io avevo fatto la mia parte, lui la sua. Restava solo da vedere se lei avrebbe fatto la sua.
IL CINEMA
Venerdì arrivò puntuale la telefonata. Roberto comunicò a Patrizia che il lavoro lo tratteneva.
«Vai tu», le disse. «Pinguino ha già i biglietti.»
Quando passai a prenderla, finsi stupore.
«Roberto non viene?»
«Pare di no.»
Era stratosferica. Truccata senza esagerare, gonna sopra il ginocchio. Quando salì in macchina, la gonna salì ancora. Vidi il bordo di un’autoreggente. Mi si drizza subito.
Al cinema aspettai. Non volevo bruciare tutto. Durante il film cominciai a sfiorarle una gamba. Una volta, due. Lei non si spostava. Alla terza lasciai la mia gamba contro la sua. Nessuna reazione. Le presi la mano. Continuava a guardare lo schermo. Le accarezzai le dita. Poi lasciai la mano e appoggiai la mia sul ginocchio.
Aspettai. Poteva fermarmi. Non lo fece.
Salii lungo la coscia. Piano. Sentii sotto le dita il bordo dell’autoreggente. Patrizia inspirò. La mano salì ancora. Lei aprì le gambe. Un palmo. Quello fu il momento: non ero più io a tentarla, era lei a farmi spazio.
Arrivai alle mutandine. La toccai attraverso la stoffa. Era già bagnata. La signora elegante che fingeva di guardare il film aveva le gambe divaricate e la fica fradicia sotto la mia mano. Accarezzai più forte. Chiuse gli occhi. Il film non esisteva più.
Poi i titoli di coda. Tolsi la mano. Lei rimase immobile, respirando. Poi si ricompose come se niente fosse. Quella freddezza mi eccitò ancora di più.
Uscimmo senza parlare. In macchina mi voltai e la baciai. Non si ritrasse. Mi infilò la lingua in bocca. Lungo, sporco, affamato. La mano tornò tra le sue gambe.
«Toglile.»
«Cosa.»
«Le mutandine.»
Non protestò. Se le sfilò e me le mise in mano. Bagnate.
«Porca troia, Patri.»
Rise. «Contento?»
«Molto.»
Partii verso casa mia. Abitavo fuori, isolato.
Chiamai Roberto col vivavoce.
«Posso portare tua moglie a cena?»
Patrizia mi guardò. Dall’altra parte, la voce del marito.
«Certo. Anzi grazie. Sono ancora bloccato, farò tardissimo.»
«Peccato. L’invito valeva anche per te.»
«Divertitevi.»
Chiusi. Patrizia scoppiò a ridere.
«Che faccia di culo.»
«Io? È tuo marito che mi ha affidato sua moglie.»
La mano tornò sotto la gonna. Niente stoffa, stavolta. Quando le dita la raggiunsero dirette, gemette. Era fradicia. Cominciai a masturbarla guidando. Prima piano, poi deciso. Si lasciò scivolare sul sedile, le gambe larghe.
«Così?»
«Sì.»
«Ti piace?»
«Sì... non fermarti.»
Arrivati davanti a casa, aveva la faccia rossa e il fiato corto. Spensi il motore.
«Possiamo ancora fermarci», dissi.
Fu lei ad aprire lo sportello.
«Apri quella cazzo di porta.»
PATRIZIA
Appena dentro la baciai di nuovo. Le mani sul culo, lei che mi cercava con la lingua. Ero duro da farmi male. Le abbassai la gonna. La lasciò cadere. Restò in autoreggenti e tacchi, senza mutandine.
E lì Pinguino06 decise di prendersi il suo tempo.
Non la toccai. Feci un passo indietro e la guardai, da sotto in su, come si guarda una cosa che aspetta di essere aperta.
«Che c’è.»
«Fammi godere della vista.»
La feci voltare. Le presi i polsi e glieli misi dietro la schiena, uno sull’altro, con una mano sola. Con l’altra le scesi sulla schiena, lenta, dalla nuca fino alla piega del culo. Il corpo le si inarcò da solo. Le passai i palmi sui fianchi, sul culo allenato, che sotto le mie mani era più bello di quanto avessi immaginato in un anno di caffè e mostre. Le aprii le chiappe con i pollici e guardai. Niente, sotto, se non la sua pelle bagnata di voglia.
La feci piegare sulla scrivania. Si appoggiò con le mani, la schiena lunga, le gambe tese, il culo verso di me. Un tacco a terra, l’altro appena sollevato. La testa girata di lato, per guardarmi.
«Era questo che volevi?»
Mi aprii i pantaloni. Non risposi. Il cazzo mi uscì fuori dritto, e lei lo vide, e perse quel sorriso da signora.
La sfiorai con la cappella. Prima sul bordo della figa, in su e in giù, bagnandola della sua stessa roba. Lei spinse il culo indietro, cercando. Io mi scansai. Poi tornai.
«Da quando tuo marito ha avuto quell’idea», dissi, e la penetrai.
Entrai tutto in una spinta, senza resistenza. Era fradicia, aperta, pronta. Gemette e abbassò la testa sulla scrivania, la guancia contro il legno.
Restai fermo dentro di lei. Non un movimento. Solo il cazzo sepolto fino in fondo e lei che mi sentiva, che si abituava, che respirava. Sentirla stretta intorno a me dopo un anno di immaginazione fu la parte migliore.
«Non muoverti», dissi.
«Stronzo.»
«Poi ti muovo.»
Aspettai. Contai fino a dieci. Lei cominciò a stringermi dentro, da sola, con i muscoli, per farmi capire. Allora mossi.
Lenta. Affondi lunghi, tirati fino in cima, poi dentro di nuovo. Ogni volta lei arretrava il bacino per venirmi a prendere. Le presi i fianchi e la tenni ferma, per dettare io il ritmo.
«Così», mormorò.
«Così cosa.»
«Così va bene.»
Aumentai. La scrivania cominciò a muoversi di un dito, poi di un palmo. Il rumore dei corpi riempì la stanza. Le misi una mano sulla nuca e la tenni lì, piegata, il culo alto, mentre la pompavo deciso.
«È questo che ti mancava?»
Non rispose. Un altro affondo.
«Patri. È questo?»
«Sì!»
«Da quanto?»
«Troppo.»
La scopai più forte. Il suo culo sbatteva contro il mio bacino. Clap. Clap. Clap. Pinguino06 non aveva più nessuna fretta e nessuna delicatezza: era il cazzo, il culo, il rumore. La sentii contrarsi.
«Non fermarti.»
«Non fermarti, cazzo.»
Venne. Le gambe le tremarono e dovetti tenerla stretta per i fianchi mentre l’orgasmo la attraversava. La scrivania vibrò. Restai dentro di lei, sepolto, mentre la sentivo pulsare intorno.
Aspettai che riprendesse fiato. Poi, all’orecchio:
«Un anno, eh.»
Rise senza voltarsi.
«Stronzo.»
«Abbiamo tempo da recuperare.»
E quella fu solo la prima.
IL MESSAGGIO DOPO
Patrizia era appena uscita. Dalla finestra vidi il taxi girare l’angolo, e solo allora presi il telefono.
Scrissi e cancellai tre volte. Alla fine mandai la versione più corta.
Carlo:
«Tutto ok! Avevi ragione su tutto.»
Lo lessi una volta e spensi lo schermo. Nessuna risposta. Non me l’aspettavo.
Il giorno dopo niente. Il successivo neanche. Chiamai: squillò a vuoto. Gli mandai un messaggio banale, un «ci vediamo per un caffè?», e rimase lì, con una spunta sola.
Roberto aveva incassato. Come un uomo che riceve una notizia dal medico e ha bisogno di tutta la forza per stare in piedi, senza parlare con nessuno. Sapevo che non era rabbia. Era quel silenzio che viene dopo aver detto sì a una cosa e averla vista diventare vera.
LE PRIME CORNA
Patrizia era tornata a casa verso mezzanotte. Stropicciata, la faccia di una che era appena stata via dieci anni e adesso era tornata. Entrò, appese la borsa, si mise in cucina a bere. Roberto la guardò e capì che era successo qualcosa, ma non sapeva cosa. Non sapeva se era andata bene. Non sapeva se era andata. Non sapeva niente.
E il non sapere gli bruciò subito.
I giorni dopo mi evitò. Telefonate senza risposta, caffè rimandati, messaggi liquidati in due parole. Le prime corna gli prudevano, e la cosa peggiore non era il fatto. Era il dettaglio. Il come. Quello che non gli avevano raccontato.
Lo trascinai al bar vecchio, dieci giorni dopo. Era l’unico posto dove avrebbe accettato di venire, e lo sapeva anche lui.
Era già seduto quando arrivai, la giacca ancora addosso, lo sguardo sul telefono. Non lo posò quando mi sedetti. Non alzò la testa.
«Ciao.»
«Ciao.»
Ordinai due caffè. Lui disse che non lo voleva, poi lo bevve comunque, in silenzio, quando arrivò.
Parlò per venti minuti di niente. Di un cliente che non pagava, di una riforma, di un collega che era andato in pensione. Il nome di Patrizia non lo disse mai. Girava attorno al discorso come un cane attorno a una buca. Ogni volta che sfioravo l’argomento, lui cambiava strada.
«E in casa?» provai.
«Tutto normale.»
«Normale?»
«Normale, sì. Come sempre.»
Lo lasciai andare. Lo lasciai parlare del cliente, dell’IVA, del tempo. Aspettavo. Lo conoscevo: era uno che resisteva finché non finiva l’aria.
Poi a un certo punto lasciò un silenzio in mezzo a una frase. E in quel silenzio ci entrò Pinguino06. Stavolta non lo presi con calma. Lo presi di petto.
«Roberto.»
Alzò gli occhi. Finalmente.
«Te l’ho pompata per bene.»
La tazzina restò a mezz’aria. Non si mosse nemmeno la mano. Gli occhi, sì: si fissarono sui miei e non riuscirono più a staccarsi.
«Te l’ho rimandata a casa aperta, rilassata, soddisfatta. Immagino te ne sia accorto.»
Abbassò lo sguardo. Poggiò piano la tazzina sul piattino, senza far rumore, come se avesse paura di svegliare qualcuno.
«Non pensavo che me lo dicessi così.»
«E come dovevo dirtelo? Con un giro di parole? Hai voluto la verità, Rob. Questa è la verità.»
«Io volevo...»
«Tu volevi che succedesse. È successo. Adesso vuoi anche non sapere?» Abbassai la voce. «Non funziona. Se la vuoi a metà, non la vuoi.»
Deglutì. La mela d’Adamo gli salì e gli scese.
«E un’altra cosa. Quando è rientrata e ti ha baciato, aveva ancora la mia sborra dentro.»
Lo vidi irrigidirsi. Poi niente. Nessuna parola, nessun gesto. Solo il respiro, che si era fatto più corto. Il gioco che aveva in testa era diventato reale. Le corna non erano più una fantasia. Avevano un nome. Il mio.
Pinguino06 diventò duro, e spietato.
«E adesso ti dico come stanno le cose. Perché la prossima volta le faccio il culo.»
Roberto alzò la testa di scatto.
«Il culo.»
«Il culo. Glielo apro. Glielo lavoro bene. La prima volta piange, la seconda lo chiede da sola.»
«E lei.»
«Lei lo prende. Le piace. L’hai mai fatto, tu, il culo a tua moglie?»
Silenzio. Non rispose. Il bar attorno a noi continuava la sua vita: la macchina del caffè, il tintinnio dei bicchieri, un tizio che rideva al telefono. E dal silenzio capii che non lo sapeva nemmeno lui, o che era troppo tempo.
«Ecco. Allora lo faccio io.»
Posai la tazzina.
«E tu, quando rientra, guardala bene. Perché me la troverai aperta. Avanti e dietro. Te la lascio aperta, Roberto. La lecchi.»
«La lecchi.»
«La lecchi. E dopo vai a dormire.»
Lo guardai negli occhi, senza addolcire niente. Gli occhi gli si erano fatti lucidi, e non solo per la rabbia. Sotto la vergogna c’era un’altra cosa, che lui stesso non sapeva ancora come chiamare.
«Questa è la regola. Sei un cornuto, e i cornuti fanno così.»
«Sei uno stronzo.»
Lo disse senza forza, quasi come una constatazione.
«Questo lo sapevi quando hai scelto Pinguino06.»
Roberto rimase un secondo. Poi si alzò di scatto, prese il cappotto, e andò via senza salutare. Niente ciao, niente stretta di mano. Pagò il suo caffè alla cassa e uscì. Lo guardai dalla vetrina attraversare la piazza e allontanarsi, dritto ma lento, con le spalle un po’ chiuse. Se ne era andato perché non aveva più niente da dire, e perché tutto quello che gli avevo detto era vero.
Quella sera, verso le undici, ero sul divano con un film acceso e nessuna voglia di guardarlo. Il telefono vibrò sul bracciolo.
Roberto:
«Scusami per oggi Pinguino!
Buonanotte»
Lo guardai a lungo. Non c’era altro: né un perché, né una giustificazione. Solo il mio nick, che lui usava quando voleva parlare all’altro, a quello che aveva scelto, e non all’amico di una vita.
Capii in quel momento che non era una scusa per essersene andato. Era una consegna. Aveva aspettato la sera, quando non c’erano più occhi, per scrivere la parola scusami. Scusami per essere scappato. Scusami per il muso. Scusami perché avevo ragione e lui lo sapeva. Con quella riga, scritta nel buio, a distanza di sicurezza, Roberto si era consegnato.
Risposi con tre parole.
Carlo:
«Buonanotte Cornuto!»
Nessuno dei due aggiunse altro. Non ce n’era bisogno.
LE DIECI DEL MATTINO
Suonò alle dieci in punto. Tailleur, gonna elegante, autoreggenti, tacchi. Sembrava pronta per una riunione. Solo che la riunione ero io.
La baciai. La gonna finì a terra. Guardai meglio. Niente slip.
Risi. «Brava.»
«Per cosa.»
«Hai già imparato.»
Le infilai una mano tra le gambe. Bagnata.
«Che quando vieni da Pinguino06 le mutandine sono inutili.»
Le dita dentro. Gemette.
«Le vere troie si presentano così.»
Mi guardò negli occhi.
«Pensi che sia una troia?»
«Un troione. Di gran classe.»
La sentii bagnarsi ancora.
«Ti piace quando ti chiamo così, eh.»
Non rispose. Non serviva.
La portai in camera. Non c’erano cinema né finzioni. Eravamo lì per scopare, e questa volta volevo fare la cosa che avevo promesso a suo marito.
La stesi e la aprii. La presi alla missionaria, guardandola in faccia, piano, finché non venne una prima volta. Poi la girai.
«A novanta.»
Obbedì. Le baciai il culo, la lingua giù fino all’ano. Sentii il corpo irrigidirsi.
«Hai capito dove te lo voglio mettere.»
Pacca sul culo. «Dimmelo.»
«Nel culo.»
«Più forte.»
«Nel culo.»
La preparai con calma, con le dita, con la saliva. Glielo puntai contro. Spinsi piano, fermandomi ogni volta che sentivo il cerchio resistere, finché non cedette e mi accolse tutto. Restai immobile, sepolto.
«Tutto bene?»
Annuì, il fiato corto. «Sì. Muoviti.»
Cominciai. Lento, poi deciso. Un culo stretto, che si apriva a ogni affondo. Lei gemette, dapprima sorpresa, poi dentro.
Alternammo. Prima tutto culo, poi culo e fica, poi di nuovo culo. Più la chiamavo troia, più si liberava. A un certo punto la misi seduta su di me, lei sopra, e la feci andare da sola, il cazzo nel culo, guardandola muoversi. Poi la rimisi a novanta e la presi forte, con le mani sui fianchi, finché non venne una seconda volta, con un gemito lungo che le scappò dal petto.
Venni dentro di lei, sepolto, senza uscire. Restò ferma, respirando, il culo ancora alto, aperto.
«È la cosa che mi piace di più», disse, quasi sottovoce.
«Cosa.»
«Sentirlo dentro. Tutto.»
Prima che uscisse, nuova regola.
«Da oggi, quando sai che ci vediamo, niente mutandine.»
«Sempre?»
«Sempre. Anche se c’è Roberto.»
Si rimise la gonna. Sotto, nuda.
La accompagnai alla porta. La vidi scendere le scale, la suola rossa che batteva sul marmo. E mentre scendeva, presi il telefono e scrissi a Roberto.
Carlo:
«Sta tornando da te bella aperta.»
Poi, alla porta, l’ultima cosa a lei.
«Brava troia.»
Si voltò. «Troione.»
«Giusto. Di gran classe.»
IL MESSAGGIO
Roberto la vide rientrare e capì tutto. Non era la prima volta che la vedeva tornare da me, ma era la prima volta che sapeva cosa era successo, perché glielo avevo scritto io un minuto prima. Il culo. La faccia di lei. Il modo in cui si sedeva piano.
Verso l’una mi arrivò il messaggio.
Roberto:
«Grazie Pinguino06!
Non postare però nulla sul sito!!»
Lo lessi e risi. Il cornuto aveva firmato la resa con una richiesta: che restasse tutto in provincia, che non finisse sul web, che nessuno lo sapesse. La dignità, sempre. L’ultima cosa che un uomo difende, e la prima che mette sul tavolo.
Risposi subito.
Carlo:
«Tranquillo. Solo corna da provincia. Niente web.
Lei sta bene?»
Roberto:
«Sì.»
Carlo:
«Bravo. Allora domani ti racconto.»
Non lo feci per bontà. Lo feci perché sapevo che le corna silenziose durano di più. Quelle urlate sul web si esauriscono. Quelle che restano in casa, tra marito e moglie, si sedimentano.
LA PROVA
Passò qualche giorno. Poi la portai a cena, solo io e lei, in un posto fuori mano dove nessuno ci conosceva. Presi il tavolo d’angolo, quello con la candela.
Per tutto l’antipasto parlammo di tutto tranne di quello. Di una mostra a Brera, di sua sorella, di come in palestra l’istruttore le avesse detto che faceva più lei di certi ventenni. Lo disse ridendo, ma osservandomi. Voleva vedere se mi dava fastidio.
«E tu cosa gli hai risposto?» chiesi.
«Che aveva ragione.»
Rise. Aspettai che finisse. Poi posai il bicchiere.
«Patri, tuo marito ci ha lasciato campo libero.»
Il sorriso non sparì, ma cambiò. Diventò un sorriso di cortesia.
«Che vuoi dire?»
«Al cinema non è venuto. A cena nemmeno. Ogni volta un impegno nuovo, e ogni volta mi affida te.»
«Roberto lavora molto.»
«Roberto lavora poco, quando gli conviene.»
«Carlo.» Girò lo stelo del calice tra le dita. «Roberto è uno che si fida. È fatto così. Non è il tipo che sta lì a pensare certe cose.»
«Nessun marito è così.»
«Il mio sì.»
«Allora è l’unico al mondo che non si chiede dove sia sua moglie quando non c’è.»
«Non è che non se lo chiede. È che sa dove sono.»
«E dove sei?»
Lasciò la domanda a mezz’aria. La luce della candela le tremava sul viso.
«Con te», disse piano.
«Ecco.»
«Questo non vuol dire quello che pensi.»
«Cosa penso?»
«Che sia tutto deciso. Che io non abbia voce.» Si appoggiò allo schienale. «Non sono una che si lascia portare, Carlo. Io ho deciso di venire. Ogni volta.»
«Lo so.»
«Allora non parlarmi come se fossi stata scelta.»
Aveva ragione, e glielo dissi.
«Hai ragione. Scelgo io di non dirtelo dolcemente.» Mi sporsi un po’. «Ti dico solo come la vedo. Tuo marito sa. Forse non l’ha mai detto, forse non lo dirà mai, ma sa. E sta aspettando che sia tu a parlare, così non deve farlo lui.»
«Non è vero.»
«Allora fai una prova. Diglielo. Chiaramente. Senza giri.»
«Cosa dovrei dirgli?»
«Quello che è. Che sei stata con me. Che ci tornerai.»
Non rispose subito. Prese il tovagliolo, lo piegò in due, poi in quattro. Era la prima volta che la vedevo senza una risposta pronta.
«E se mi chiede di smettere?»
Lo disse a bassa voce, come si dice una cosa che si ha paura anche solo di pronunciare. Sotto tutto il resto, era questa la domanda vera.
«Non te lo chiederà.»
«Come fai a esserne così sicuro?»
«Perché, se te lo chiedesse, l’avrebbe già fatto.»
Ci pensò. Vidi che l’aveva colpita, perché non protestò.
«C’è un’altra cosa», dissi. «E non è un ricatto, ma non te la nascondo.»
«Dimmi.»
«Io non sono un ragazzino. Non mi accontento di un’ora ogni quindici giorni, di una chiave girata di nascosto, di un “ci sentiamo”. Se continuiamo, voglio un’altra cosa.»
«Quale?»
«Voglio essere il tuo fidanzato. Ufficiale. E voglio che lui lo sappia, e che lo accetti.»
Mi guardò come se le avessi chiesto di sposarmi in mezzo alla sala.
«Fidanzato.»
«Sì.»
«Carlo, ho cinquantasette anni. Ho un marito.»
«Appunto. Un marito e un fidanzato. Le donne per bene ne hanno due.»
«Questa è una cosa da uomini.»
«È una cosa da donne che sanno quello che vogliono.»
«E lui?»
«Lui resta dov’è. Diventa il cornuto ufficiale.» Lo dissi con calma, senza alzare il tono. «È il suo posto. Se lo prende o lo lascia.»
Un silenzio lungo. Il cameriere si avvicinò, vide la sua faccia, e se ne andò senza dire niente.
«Tu», disse alla fine, «non mi chiedi. Mi metti davanti un conto.»
«Ti dico come stanno le cose.»
«E io devo pagare.»
«Tu devi solo decidere.»
Si alzò. Prese la borsa, si sistemò la giacca con gesti precisi, quasi lenti. Non gridò e non fece scenate.
«Non mi piace essere trattata come una cosa che si compra», disse. «Nemmeno da chi ha ragione.»
Uscì senza voltarsi. Dalla vetrata la vidi fermarsi sul marciapiede, alzare un braccio, salire sul primo taxi. Non aspettò nemmeno il dolce.
Pagai il conto. La candela era ancora accesa.
IL MESE
Resistette un mese.
Un mese di silenzio. Nessun messaggio, nessuna chiamata. Sapevo che ci stava pensando. Sapevo che ogni sera, a letto con Roberto, si rigirava la mia frase. Fidanzato ufficiale. E che non le usciva dalla testa perché era vera.
Poi, una sera, non ce la fece più.
Mi chiamò.
«Ciao.»
«Ciao.»
«Ho confessato.»
Non chiesi come. Non chiesi quando. Sapevo che prima o poi sarebbe arrivato.
«E.»
«Domani sera ceniamo insieme. Il posto lo scelgo io.» Una pausa. «Poi, se vuoi, passo la notte da te.»
Così fu.
LA CENA
Mi scrisse il giorno prima: nome del locale, orario, niente altro. Mi sembrò un buon segno, e anche un avvertimento.
Un locale in centro, con le luci basse e le tovaglie scure. Quando arrivai era già seduta, un calice davanti, le gambe accavallate, il tacco che ogni tanto sfiorava il piede della sedia. Abito nero, scollato quanto bastava, orecchini, le scarpe con la suola rossa. Non guardava la porta: guardava me da quando ero entrato.
«Sei in ritardo.»
«Di due minuti.»
«Due minuti in cui mi sono chiesta se sarei rimasta.» Sorrise. «Siediti.»
Ordinò lei. Per tutti e due. Non mi chiese cosa volessi, e non glielo feci notare.
«Ti ho pensato», dissi, quando il cameriere si fu allontanato.
«No, non è vero.»
«Un mese.»
«Un mese in cui non mi hai cercata. Era la regola, no? Se non è alle tue condizioni, non chiami più.» Prese il calice. «Hai mantenuto la parola. Complimenti.»
«E tu?»
«Io non ho mantenuto niente. Ho solo pensato.»
Lasciai che parlasse. Capii che aveva preparato quel discorso, e che non mi avrebbe lasciato rovinarlo.
«Quella sera, dopo il taxi, ero furiosa. Con te, soprattutto. Perché avevi detto cose che io non volevo sentire.» Fece una pausa. «E perché erano vere.»
«Quali?»
«Tutte.» Alzò un sopracciglio. «Non farmele ripetere.»
Sorrisi. Lei no, non ancora.
«Ho confessato», disse. «L’altra sera, a casa. Mentre sparecchiavamo.»
«Come?»
«Con le parole giuste. Gli ho detto che c’eri tu, che c’eri stato, che ci sarei tornata. Non l’ho edulcorato.» Fissò il fondo del bicchiere. «Mi tremavano le mani.»
«E lui?»
«Ha continuato a lavare i piatti.»
«E poi?»
«Poi ha chiuso il rubinetto. Si è asciugato le mani. Mi ha guardata.» Alzò gli occhi su di me. «Ha detto: “Va bene”.»
«Solo questo?»
«Ha aggiunto: “Divertiti”. E poi ha fatto una cosa che non mi aspettavo.» La voce le si ruppe appena. «Mi ha abbracciata. Forte. Come non faceva da un anno.»
Restammo zitti. Il cameriere arrivò con i piatti, li posò, ripartì. Nessuno dei due toccò niente.
«Quindi mi sono sbagliato», dissi piano, per metterla alla prova.
«Su cosa?»
«Ho detto che non te l’avrebbe chiesto.»
«Veramente su quello avevi ragione.» Un mezzo sorriso, finalmente. «Io ho solo avuto paura. Aveva ragione Roberto, tu sei un porco. E aveva ragione anche su un’altra cosa.»
«Cosa?»
«Che mi conosce meglio di chiunque altro.»
Lo disse con una tenerezza che non mi aspettavo. Per un attimo, il nome di suo marito sul tavolo pesò più di tutto.
«Come ti senti?» chiesi.
Ci pensò prima di rispondere. Mangiò un boccone, bevve, appoggiò il tovagliolo.
«Libera», disse. «È strano. Ho cinquantasette anni, un marito, una casa, un mutuo finito, e per la prima volta faccio quello che voglio senza dover chiedere il permesso a nessuno.»
«Non a nessuno», dissi. «A me.»
«A te sì.» Mi puntò addosso lo sguardo. «Ma a te mi piace chiederlo. È diverso. Chiedere perché voglio, non perché devo.»
Le presi la mano sul tavolo e le strinsi le dita. Non la ritrasse.
«Allora sei la mia fidanzata.»
«Sono la tua fidanzata.»
«E lui?»
«Lui è...» Si fermò, cercò la parola, e con un sorriso quasi dolce la pronunciò. «Povero Roberto.»
«È il cornuto?»
«Non lo dire così.» Scosse la testa, ma non staccò la mano. «Dillo come lo dici tu. Con rispetto.»
«Il cornuto ufficiale.»
«Sì», disse. «Ma il mio.»
Alzò il calice. Brindammo, senza dire a cosa.
«Stasera dormo da te», disse, posandolo. «Lui lo sa. Sta a casa. Mi ha detto: “Torna quando vuoi”.» Si alzò, lasciando il tovagliolo sulla sedia. «Paga tu. Sei il fidanzato.»
IN AUTO
Lasciammo il locale dopo le dieci. Guidavo io, lei in silenzio, il profilo contro il finestrino e le luci della tangenziale che le scorrevano sul viso. Non toccò la radio. Per dieci minuti non disse niente, e conoscevo abbastanza quel silenzio da sapere che non era timidezza.
Poi sentii la sua mano posarsi sul mio ginocchio. Non una carezza: un’ispezione.
Salì lungo la coscia con una lentezza studiata, quella di chi ha passato un mese a immaginare ogni gesto. Quando arrivò alla cintura mi guardò di lato.
«Non fermarti», disse. «Tu guida.»
«Patri, è una tangenziale.»
«Allora guida bene.»
Slacciò la cintura di sicurezza con un click, si voltò sul sedile, si chinò. Sentii la cerniera, la sua mano ferma, poi la bocca, calda, senza esitazioni. Mi sfuggì un respiro che somigliava a una bestemmia.
«Occhi sulla strada», mormorò.
Tenni le mani sul volante e gli occhi sulla linea bianca. Le luci dei lampioni arrivavano a ondate, e a ogni ondata le vedevo i capelli sul mio grembo, la schiena inarcata, il tacco che dondolava contro il cruscotto. Non aveva fretta. Alternava lentezza e fame, come se avesse imparato in fretta cosa mi faceva perdere il filo, e il filo lo perdevo davvero: una corsia, un cartello, un camion che mi sorpassò suonando.
«Patri...»
Non si staccò. Mi mise una mano sulla coscia, per dirmi di stare fermo, di non pensare a niente. Il piede sull’acceleratore si fece incerto, poi lo ripresi. Sentivo la tensione salire dalla schiena, dalle gambe, e la strada diventava una striscia di luce.
Venni con un gemito che mi uscì dal petto, la testa indietro contro il sedile, il volante stretto fino a farmi male alle nocche. Lei restò dov’era. Non si ritrasse, non ebbe fretta. Bevve tutto, fino all’ultimo, come una cosa che aveva aspettato.
Quando si tirò su si passò il dorso della mano sulle labbra, lentamente, guardandomi. Il rossetto era sparito. Aveva gli occhi lucidi e un sorriso brutale e felice.
«Adesso sì che possiamo andare a casa», disse, e si riallacciò la cintura.
Per il resto del viaggio non parlammo. Io, con le mani che non erano più mie. Lei, con il finestrino aperto di un dito e l’aria della notte sul viso.
LA NOTTE
A casa mia, quella notte, non ci fu fretta. Era la prima volta che avevamo il buio intero, dal dopo cena all’alba, senza orologio.
Appena dentro non accesi la luce grande. Solo la lampada del corridoio, quella bassa, che disegnava sul muro l’ombra lunga di lei. Patrizia rimase ferma sulla soglia con la borsa ancora in spalla, e per un momento fu di nuovo la signora dei caffè e delle mostre, quella che sa dove mettere le mani e come tenere la schiena.
«Hai paura?» le chiesi.
«Di te, no.» Posò la borsa sul mobile, piano. «Di quanto mi piace, un po’.»
Le tolsi la giacca dalle spalle, la appesi. Sentivo il suo profumo, qualcosa di scuro e di caldo, e sotto, la pelle. La spogliai piano, in corridoio, un indumento alla volta, senza mai staccare gli occhi dai suoi, lasciandole solo i tacchi. Rabbrividì, non per il freddo. Le baciai la spalla, il collo, il punto dietro l’orecchio dove il respiro le si spezzava.
La portai in camera e la misi sul letto, le lenzuola chiare, il cuscino sotto la nuca. Fuori il vento muoveva i rami contro il vetro. Dentro, solo il suo fiato.
Cominciai da dove sapevo che le piaceva: la bocca. La baciai a lungo, con la calma di chi ha tutta la notte, finché non fu lei a cercarmi, a tirarmi a sé per la nuca. Poi scesi. La leccai a lungo, lenta, finché non venne una prima volta con le mani nei miei capelli, e il mio nome, quello vero, che le uscì dalla gola come una cosa trattenuta per mesi.
«Carloooo,
Poi la girai, la misi a novanta, e la presi da dietro, piano, guardandola allo specchio dell’armadio.
«Guardati», le dissi.
Si guardò. La signora di provincia, a novanta, sul letto di un altro uomo, a notte fonda, con il marito a casa. I capelli sciolti sulle spalle, le labbra gonfie, gli occhi lucidi e fermi. Non distolse lo sguardo. Era questo, più di tutto, a farmi perdere la testa: non si vergognava.
«Che vedi.»
«Vedo una che sta bene.»
Lo disse con una voce nuova, grave, quasi sorpresa.
«Brava.»
La scopai così, lenta, poi più forte. Il letto cominciò a parlare, e noi due non lo ascoltavamo. Poi la girai di nuovo, la misi sopra di me, e la lasciai andare da sola, con le mani appoggiate sul mio petto, il culo che saliva e scendeva. La guardai mentre si muoveva. Aveva gli occhi chiusi e la testa un po’ indietro, e la luce della lampada le ricamava la pelle d’oro. Era un’altra donna. Non la moglie di Roberto. Non la signora elegante dei caffè e delle mostre. Era la mia fidanzata, sul mio letto, che si prendeva quello che voleva.
Si chinò su di me, i capelli a farci una tenda.
«Non smettere di guardarmi», sussurrò.
«Non smetto.»
Poi la misi di fianco, una gamba alzata, e la presi da dietro di lato, entrando nella figa con calma, guardandola in faccia. Le baciavo la spalla a ogni affondo, e lei rideva, a tratti, di quella risata bassa e senza difese che nessuno le aveva sentito da anni. E alla fine la rimisi a novanta e le entrai nel culo, lento, e la presi lì finché non venne di nuovo, con un gemito lungo che le scappò dal petto.
Venni dentro di lei, sepolto. Restai, senza uscire, il fiato corto sulla sua schiena, la bocca contro la sua pelle salata. Sentivo il suo cuore battere contro il mio, a un ritmo che non era più quello di nessuno dei due.
IL MESSAGGIO AL MARITO
Verso l’una presi il telefono dal comodino. Patrizia era sdraiata accanto a me, ancora senza fiato, i capelli sparsi sul cuscino.
«Che fai?»
«Gli scrivo.»
«A quest’ora?»
«A quest’ora.»
Scrissi piano, in modo che lei potesse leggere ogni parola mentre usciva.
Carlo:
«Roberto. Tra poco ti rimando tua moglie.
Quando entra, la controlli. Davanti e dietro.
Voglio che tu sappia esattamente cosa ti restituisco.»
Patrizia si sollevò sul gomito. Rilesse la riga due volte, muovendo le labbra.
«Non lo manderai.»
«L’ho già mandato.»
«Carlo.» Aveva gli occhi enormi. «Non è possibile. Lui non... non può.»
«Guarda.»
Sullo schermo apparvero due spunte, poi la scritta sta scrivendo, che comparve e sparì tre volte. Restammo in silenzio a fissarla, come davanti a una finestra illuminata in una casa di fronte. Lei si era portata il lenzuolo alla bocca.
Roberto:
«Ok.»
Una parola sola. Patrizia si lasciò ricadere sul cuscino incredula
«Ha scritto ok», disse. «Ok. Come se gli avessi chiesto di ritirare un pacco.»
«Ha scritto ok.»
«Non mi capacito. Mio marito.
Ma la sua mano era già scesa sotto il lenzuolo, e io capii che per tutto il resto della notte quella parola avrebbe lavorato dentro di lei più di qualsiasi cosa le avessi fatto io.
LA TELEFONATA
Alle due, quando ebbi finito, le diedi la cosa che non si aspettava.
Eravamo distesi nel buio, lei con la testa sulla mia spalla, la casa intorno che respirava piano. Presi il telefono e chiamai Roberto. Non gli scrissi: lo chiamai, di notte, con lei ancora nuda accanto a me sul letto. Misi il vivavoce. Patrizia afferrò il cuscino, se lo tenne contro il petto e mi guardò con gli occhi spalancati. Scosse la testa, piano: no. Non staccai il dito dallo schermo.
Rispose al secondo squillo. Non aveva dormito. Lo capii dalla voce, che non era impastata come avrebbe dovuto essere.
«Pronto.»
«Roberto. Sono Carlo.»
«Lo so.» Un respiro. «Dimmi.»
«Hai letto il mio messaggio.»
«Ho letto.»
«Stavi aspettando.»
Silenzio.
«Tua moglie è qui», dissi. «Sta bene. Molto bene.»
«Bene.»
«Non vuoi sapere altro?»
«Voglio sapere se sta bene.»
Patrizia si portò una mano alla bocca. Lui non aveva chiesto di me, non aveva chiesto cosa avessimo fatto. Aveva chiesto di lei.
«Sta bene», ripetei. «Ride. Ti manda un saluto.»
«Salutala.»
«Può sentirti.»
Una pausa più lunga delle altre. Sentii che si raddrizzava sulla sedia, che cambiava voce. Si rivolse a lei, non a me.
«Patri.»
Lei non rispose. Aveva gli occhi lucidi e stringeva il cuscino come un salvagente.
«Patri, ci sei?»
«Ci sono», disse, a voce così bassa che temetti non passasse.
«Sei contenta?»
«Sì.»
«Allora sono contento anch’io.»
Lo disse con una semplicità che gelò tutti e due. Non c’era ironia, e nemmeno rassegnazione. Mi accorsi che la parte difficile, per lui, era già passata, e che quella notte stava solo pagando il conto di una decisione presa mesi prima.
«Ora senti Carlo», disse, e la voce gli si fece di nuovo da commercialista, ferma, quasi burocratica. «Lei adesso rientra. Io sono qui.»
«Lo so che sei lì.»
«Allora diglielo tu. Così sa.»
«Cosa?»
«Che la aspetto.»
Chiuse lui. Senza saluti, senza altro.
Restammo zitti. Patrizia lasciò cadere il cuscino sul letto e rimase a guardare il telefono, ormai spento.
«Ha detto che mi aspetta», disse.
«L’ha detto.»
«Ha fatto tutto lui.» Scosse la testa, con una risata che le morì in gola. «Io pensavo che... non so cosa pensavo. Che si arrabbiasse. Che piangesse. Che mi dicesse di tornare subito.»
«E invece?»
«Invece mi ha chiesto se ero contenta.»
Si alzò, cercò i vestiti, li infilò uno alla volta. Le tremavano le mani e non provò a nasconderlo. La accompagnai alla porta. La baciai.
Poi la feci inginocchiare ancora e glielo misi ancora in bocca. Mi ciuccio’ ancora un po’ , poi mi ritrassi, volevo solo lasciargli il mio sapore…
Appena entri bacialo !
«Buonanotte, troia.»
Si voltò sull’ultimo gradino, il tacco rosso sul marmo, e per un attimo mi parve più alta di tutta la scala.
«Troione», rispose, automatica. «Di gran classe.»
IL RIENTRO
Rientrò verso le tre. In taxi non aveva detto una parola. Si era toccata due volte le labbra, come per controllare che fossero le sue.
In casa c’era la luce del corridoio, quella che Roberto lasciava accesa. Lui era in cucina, in pigiama, un bicchiere d’acqua davanti a sé. Non aveva dormito. Non aveva nemmeno provato.
Lei posò le chiavi. Il tintinnio nel silenzio parve enorme. Non disse niente. Restò sulla soglia, con la borsa in mano e gli occhi bassi, e aspettò.
Fu Roberto a muoversi. Si alzò piano, le andò incontro, le tolse la borsa dalle dita e la posò sul tavolo. Le sfiorò il viso con il dorso della mano. Lei chiuse gli occhi e gli mise la lingua in bocca…
«Girati», disse.
Obbedì, senza una parola. Si appoggiò al tavolo, le mani aperte sul legno. Lui le sollevò la gonna con una lentezza che era già un’altra cosa, un rito. Davanti, poi dietro, come gli era stato ordinato. Non era più il marito che chiedeva permesso, e nemmeno solo l’uomo che eseguiva: era uno che finalmente aveva qualcosa da fare con la bocca, con le mani, con la fame che aveva represso per un anno.
Patrizia resistette poco. Si morse il dorso della mano per non svegliare la casa, e venne con la schiena inarcata sul tavolo e un suono basso, rotto, che in trent’anni di matrimonio Roberto non aveva mai sentito. Poi le gambe non la ressero più, e si accasciò contro di lui. Lui la sostenne, la tenne stretta, e rimasero così, in piedi nella cucina, con il respiro di lei contro il suo collo.
«Basta così», disse Roberto, piano.
Le sistemò la gonna con due dita. Spense la luce della cucina, lasciò accesa quella del corridoio. La portò a letto tenendola per la vita, come si accompagna una persona stanca.
Si stesero. Nessuno dei due parlò. Dopo un momento lei si voltò verso di lui e gli posò la fronte sul petto, e lui l’abbracciò. Si addormentarono così, stretti, per la prima volta dopo un anno.

INSERITI 1 COMMENTI:
  • avatar sonosoloio60 Semplicemente stupendo questo racconto, meraviglioso..

    19-10-2026 23:35:47