RACCONTO TITOLO: Parti tutto da qui - io Master 
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RACCONTO

Parti tutto da qui - io Master

by larrybird
Visto: 164 volte Commenti 1 Date: 12-08-2026 Lingua: Language

Il pomeriggio era uno di quelli che in campagna ti si appicciano addosso, l'aria ferma, il sole che picchiava sulle tegole del casale e faceva odore di polvere e di secco. I nonni erano andati in paese a fare spesa e avevano detto torniamo verso sera, voi state buoni, e noi eravamo rimasti lì, io e mia cugina Elena, diciotto anni tutti e due, in quella casa troppo grande e troppo silenziosa.
Elena stava in cucina con un vestitino leggero, bianco a fiorellini azzurri, di quelli che si mettono le ragazze quando fa caldo e non hanno voglia di pensare. Era magra, alta, uno e settanta, con due seni piccoli e rotondi che si intuivano sotto il cotone, e un viso pulito, da brava ragazza, di quelle che a messa ci vanno ancora e aspettano il ragazzo giusto, quello da presentare a tavola. Aveva lasciato la scuola l'anno prima, non le andava di studiare, e la cosa non scandalizzava nessuno, in famiglia. Io ai tempi non la guardavo molto, non nel senso che non la vedessi, ma nel senso che era mia cugina, era sempre stata lì, era parte del paesaggio come il pollaio o l'orto.
Mi chiamò dalla porta della cucina, con la voce un po' annoiata. Mi disse vieni, mi aiuti a prendere le uova, la nonna ha detto che le galline ne hanno fatte tante. Io dissi va bene, e uscimmo nel cortile, dove il caldo era ancora più fitto e si sentiva il ronzio delle mosche e l'odore della terra secca.
Il pollaio era in fondo, una baracchetta di legno con la rete metallica e dentro un odore forte di paglia e di bestie. Ci chinammo a raccogliere le uova, tiepide e ruvide sotto le dita, e ogni tanto ci sfioravamo le mani senza pensarci. Fu mentre ci alzavamo che li vedemmo: due conigli, in un angolo della gabbia accanto, uno sopra l'altro, che si muovevano veloci, frenetici, con quella furia buffa e meccanica che hanno i conigli, e durò pochi secondi ma sembrò un'eternità di colpi e di tremori.
Scoppiammo a ridere. Una risata stupida, da imbecilli, di quelle che ti vengono a diciotto anni quando non sai bene se sei imbarazzato o divertito. Elena si copriva la bocca con la mano e rideva, e io ridevo con lei, e per un momento il caldo, le uova, la noia del pomeriggio, tutto sparì.
Poi la risata si spense piano, e rimanemmo lì, in piedi, uno di fronte all'altra, con le mani ancora sporche di paglia. E lei mi guardò, con quel modo che hanno le ragazze quando hanno deciso di chiedere una cosa e non tornano indietro, e mi disse, a voce bassa, quasi un sussurro: ma tu hai già fatto?
Io non me l'aspettavo. Sentii il calore salirmi al collo, non per il sole. Dissi di sì, due anni fa, con un'amica. Lo dissi veloce, come per liquidare la cosa, e lei mi guardò con un'espressione strana, un misto di curiosità e di qualcosa che non sapevo leggere. Poi disse: io non ancora. Lo disse piano, senza vergogna ma senza orgoglio, come un fatto. E poi: è bello?
Io la guardai. I suoi occhi erano seri, aspettava davvero una risposta. Dissi di sì. E basta. Non aggiunsi altro. Lei annuì, come se le bastasse, e raccogliemmo le ultime uova in silenzio, e il silenzio aveva un peso diverso adesso, più caldo, più spesso, come l'aria prima di un temporale.
Il resto del pomeriggio passò senza che succedesse niente. Facemmo qualche lavoretto, io spostai delle cassette, lei annaffiò l'orto, e quando i nonni tornarono ci trovarono in cucina a bere acqua fresca. La nonna chiese se era andato tutto bene, noi dicemmo sì, e il nonno disse che il giorno dopo dovevano andare di nuovo via, e chiese cosa facevamo. Io dissi che mi sarei alzato tardi e forse sarei andato da mio cugino a piedi, due chilometri di strada bianca. Elena disse che non sapeva, forse avrebbe chiamato un'amica. Cenammo presto, con il sugo della nonna e il pane casereccio, e nessuno parlò di conigli.
Quella sera andai a letto presto, nella camera al primo piano, con la finestra aperta che entrava l'aria della campagna e il suono lontano dei grilli. Non pensai a niente di preciso. O forse sì, ma non lo volli ammettere nemmeno con me stesso.
La mattina dopo mi svegliai verso le dieci e mezza, con il sole già alto che filtrava dalla finestra e faceva una striscia bianca sul pavimento. I nonni erano già andati. Scesi in bagno, mezzo addormentato, e mi guardai allo specchio con la faccia stropicciata. Aprii il rubinetto e mi sciacquai la faccia con l'acqua fredda, che mi fece sbattere gli occhi e mi svegliò un po'. Non bastava. Mi spogliai ed entrai nella doccia, aprii l'acqua e mi ci misi sotto, lasciando che il getto mi scorresse sulle spalle e sul petto. Presi il sapone, mi insaponai, e la schiuma mi finì negli occhi e dovetti chiuderli.
E fu in quel momento che sentii un rumore fuori dal bagno. Un passo, leggero. Un fruscio. Pensai a Elena, e dissi ad alta voce, con la voce un po' impastata: guarda che è occupato, aspetta un attimo. Lo dissi anche perché avevo la schiuma negli occhi, e perché sotto l'acqua avevo un'erezione, e non volevo che mi vedesse così, non volevo quella goffaggine.
La sua voce arrivò da dietro la porta, piccola, un po' gridata per sovrastare il rumore dell'acqua: va bene!
Sentii dei movimenti, passi che si allontanavano, e poi no, non si allontanavano, tornavano. E poi il suono della maniglia. E la porta della doccia che si apriva.
Aprii gli occhi, accecato dalla schiuma e dal vapore, e la vidi. Elena entrò nel box della doccia, un passo solo, e chiuse la porta di vetro dietro di sé. Era nuda. Completamente nuda. I capelli raccolti in una coda, la pelle chiara che sotto il vapore sembrava luminosa, i seni piccoli con i capezzoli rosa e dritti, il ventre piatto, il triangolo scuro tra le cosce. Mi guardò, e io la guardai, e l'acqua ci scorreva addosso a tutti e due, calda, e la schiuma mi colava dagli occhi e io non sapevo se asciugarmeli o tenerli aperti, e lei non disse niente, non disse più niente, e io non dissi niente, e l'unica cosa che si sentiva era l'acqua che batteva sulle piastrelle e il respiro di tutti e due, e il cuore che mi batteva così forte che pensavo lo sentisse anche lei.
Fece un altro passo. L'acqua le scorreva sulle spalle, lungo la schiena. Mi mise una mano sul petto, sotto il getto, e la sua mano era fredda, e io sentii le dita leggere sulla pelle e il cuore mi si fermò e ripartì in un altro modo. Alzai la mano e le toccai il viso, scostai una ciocca bagnata dalla fronte, e lei chiuse gli occhi sotto le mie dita, e la sua bocca si aprì appena, e io mi chinai e la baciai.
Fu un bacio strano. Sapeva di sapone e di acqua e di qualcosa di dolce, e le sue labbra erano morbide e calde nonostante la doccia, e lei mi mise le braccia intorno al collo e si strinse a me, e io sentii il suo corpo contro il mio, i seni piccoli e duri contro il petto, il ventre contro il ventre, e l'acqua che ci colava addosso e ci univa.
Non parlammo. Non c'era niente da dire. C'erano solo le mani, e l'acqua, e il vapore che ci avvolgeva come una tenda, e il rumore della doccia che copriva tutto il resto, il mondo fuori, i nonni, la campagna, i conigli, tutto. C'eravamo solo noi due, lì, sotto quel getto caldo, e le sue mani sulla mia schiena, e le mie mani sul suo corpo che imparavano la forma di lei, la curva dei fianchi, la morbidezza della pancia, il calore tra le cosce, e lei che si lasciava toccare con gli occhi chiusi e un respiro che diventava più corto, più spezzato, e io che la baciavo sul collo, sulla spalla, sulla curva del seno, e lei che mi tirava a sé, e l'acqua che scorreva, scorreva, scorreva.
E fu bello. Fu goffo e fu tenero e fu caldo e fu tutto sbagliato nel modo in cui sono sbagliate le cose che succedono la prima volta, e fu giusto, e lei mi guardò negli occhi, alla fine, con i capelli bagnati appiccicati al viso e un sorriso piccolo, storto, e disse: allora è vero, è bello.
E io risi. E lei rise. E l'acqua continuava a scorrere, e noi restammo lì ancora un po', abbracciati sotto la doccia, con il vapore intorno e il cuore che rallentava piano, e fuori dalla finestra il sole di agosto bruciava sulla campagna, e i conigli nella gabbia continuavano la loro vita, e il mondo era esattamente com'era stato il giorno prima, e non lo era più, Uscimmo dalla doccia che il vapore aveva appannato anche lo specchio, e l'acqua sul pavimento faceva piccole pozzanghere tra le piastrelle. Ci asciugammo in fretta, con lo stesso asciugamano grande della nonna, e lei mi prese per mano, con una naturalezza che mi sorprese, come se fosse una cosa che facevamo da sempre, e mi tirò fuori dal bagno, lungo il corridoio, fino alla camera.
Mi fece sedere sul letto e rimase in piedi un momento, a guardarmi. Poi disse, con una voce che voleva essere risoluta e invece tremava appena: guarda che non facciamo niente. Voglio solo che stiamo nudi vicini. Voglio sentire come è.
Io annuii. Ma avevo un'erezione che mi tirava la pelle e mi faceva male, e non c'era modo di nasconderla, e lei la guardò. Si avvicinò, si inginocchiò sul letto, e allungò la mano. Le sue dita si chiusero intorno a me, leggere, incerte, come si tocca una cosa che non si conosce e si ha paura di rompere. Lo mosse appena, piano, e mi guardava in faccia per vedere la mia reazione, e io sentii il respiro bloccarmisi in gola. Era chiaro che non ne aveva mai visto uno, né toccato. Le sue dita erano curiose e timide insieme, e io capii che era tentata, che voleva ma non sapeva come, e quella sua incertezza mi eccitava più di qualsiasi gesto esperto.
Le domandai, con la voce bassa, roca: vuoi sentirlo addosso? Senza fare niente. Solo appoggiarlo, strusciarlo.
Lei mi guardò. I suoi occhi erano lucidi, un po' spaventati, un po' curiosi. Poi mi spinse piano indietro e mi fece sedere sul letto, con la schiena contro il muro. Si mise a cavalcioni sulle mie gambe, nuda, e si sdraiò su di me, il suo peso leggero che mi premeva sul petto, la pancia contro la pancia, e sentivo il suo calore, il suo odore di sapone e di pelle. Mi disse, con il viso vicino al mio, le labbra quasi contro le mie: una volta ho visto mio padre dare una sculacciata a mia madre. Lo faresti?
Io la guardai. Lei annuì, e c'era un rossore sulle guance che non era solo imbarazzo. La feci alzare un po', le misi una mano sulla curva del sedere, e cominciai. Piano. Quasi carezze, schiaffetti leggeri, appena il palmo aperto sulla pelle. Lei fece un piccolo suono, non di dolore, di sorpresa. E disse ancora, e io aumentai un po', e ancora, e il suono diventava più forte, più pieno, e lei si muoveva sotto la mia mano, e il suo corpo si scaldava, la pelle diventava rosa, poi rossa, e lei diceva che le piaceva, con un filo di voce, e io continuavo.
Ma intanto lei era sdraiata su di me, e il suo peso mi schiacciava, e la sua pancia strisciava lenta sul mio ventre, su e giù, e io la tenevo con una mano sul fianco e con l'altra la colpivo piano, e sentivo il suo corpo caldo e morbido che si muoveva contro il mio, e l'erezione era insopportabile, e il suo respiro contro il mio collo, e il modo in cui si mordeva il labbro, e io sentii il piacere montare, veloce, troppo veloce, un'ondata che partiva dalla base della schiena e saliva, e non riuscii a fermarla, e venni. Venni copiosamente, con un gemito che mi uscì dalla gola prima che potessi trattenerlo, e sentii il calore bagnare la sua coscia, il suo ventre, e lei si fermò e mi guardò, con gli occhi larghi, e io avevo il fiatone e la faccia in fiamme.
Le dissi, con un mezzo sorriso imbarazzato: quello che ti ho detto ieri è vero, è molto bello. Ma non pensavo di essere così veloce.
Lei rise, una risata piccola, e mi passò la mano sulla guancia. E io aggiunsi: però, se vuoi, ti posso far sentire piacere io. Senza toccarti.
Lei mi guardò. Non disse niente. Si voltò, si sdraiò sulla schiena, e allargò le gambe. Il suo viso era rivolto verso il soffitto, gli occhi chiusi, le mani strette sul lenzuolo. Io calai il viso tra le sue cosce, e il suo odore mi riempì, caldo e dolce, e leccai piano, appena, e lei si irrigidì, e poi si sciolse, e io trovai il ritmo, lento prima, poi più insistente, con la lingua, con le labbra, e lei si muoveva sotto di me, e le sue dita si intrecciarono nei miei capelli, e il suo respiro diventò corto, spezzato, e poi un suono, un suono lungo, e sentii il suo corpo tendersi, le cosce che si stringevano intorno alla mia testa, e venne. Venne così, per la prima volta, credo, con un piccolo grido soffocato che le morì in gola, e poi un silenzio, e poi il suo respiro che rallentava, e le sue mani che mi accarezzavano i capelli, piano. Continuai a leccarla finche non venne una seconda e una terza volta e poi mi allontanò quasi con la paura di sorpassare il limite.
Rimanemmo così un po'. Poi ci alzammo, ci pulimmo in fretta, tornammo in bagno per una mezza doccia veloce, con l'acqua tiepida e le mani che si cercavano sotto il getto, e nessuno dei due disse molto. Ci vestimmo, e il sole era già alto fuori, e la campagna odorava di terra calda e di fieno.
Non avemmo più occasione di restare da soli. I nonni tornarono, e il giorno dopo anche, e l'estate finì, e la vita riprese, e noi tornammo ad essere cugini che si vedono a Natale e a Ferragosto. Ma quella mattina, sotto l'acqua, sul letto, con il vapore e gli schiaffetti e il suo respiro tra i miei capelli, rimase. Rimase come una cosa nostra, segreta, che non sarebbe esistita per nessun altro. E certe notti, ancora, quando fa caldo e non riesco a dormire, chiudo gli occhi e sento il rumore della doccia, e la sua voce piccola che dice: va bene.

INSERITI 1 COMMENTI:
  • avatar Giamba64 Ho rivissuto la stessa storia ma io avevo 15 anni e lei 14 anche noi cugini

    13-08-2026 06:32:40