RACCONTO TITOLO: L'INSEGNANTE DI SALSA: LA REGINA DELL'INGOIO 
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RACCONTO

L'INSEGNANTE DI SALSA: LA REGINA DELL'INGOIO

by Justforher70
Visto: 148 volte Commenti 0 Date: 26-05-2026 Lingua: Language

Il locale si chiamava Azúcar, un'oasi di controsoffitti bassi e luci ambrate nel caos di Surabaya. Ero lì quella sera, come tante altre sere dei miei anni da espatriato, finché non la vidi.

Il suo nome, in giavanese antico, significa regina. E quella notte, per me, lo divenne.

Diba non insegnava semplicemente salsa: la incarnava. Alta, mora, capelli corti nerissimi tagliati quasi a caschetto maschile, un viso dai zigomi alti e occhi intensi da giavanese antica. Sotto il top nero, niente di plateale: tette piccole e dure, ma poi... quella vita stretta che esplodeva in un culo rotondo, perfetto, disegnato dalla gonna di lycra. Rimasi folgorato.

Chiesi un ballo. Poi un altro. La sua mano nella mia, il contatto della sua schiena, le anche che si muovevano come un'istruzione segreta. Mia moglie quella sera era a casa, ignara. Diba mi sorrise, e io ebbi la certezza che le regole non avrebbero più contato.

Scambiammo i numeri. Per giorni, chat sempre più esplicite mentre ero seduto in ufficio o a letto accanto a mia moglie. Lei, insegnante di salsa single – così diceva –, 43 anni come me, sapeva cosa voleva.

Un pomeriggio, approfittando di un'ora libera dal lavoro, la raggiunsi alla sua scuola di ballo. Rumah Salsa, si chiamava. Una sala grande con specchi e pavimento in legno, nella periferia di Surabaya.

Lei stava finendo una lezione privata con una ragazza. Mi vide entrare, mi sorrise, e fece un cenno con la testa verso il fondo della sala.

Aspetta lì. Dieci minuti.



Quando la ragazza se ne andò, Diba si avvicinò, chiuse la porta a chiave, e mi prese per mano. Mi portò non nella sala, ma nel bagno degli studenti. Piccolo, piastrellato azzurro, sapeva di cloro.

Non posso aspettare, tra poco arriva un'altra lezione

, sussurrò, inginocchiandosi.

Ho pensato a te tutto il giorno.



Mi sbottonò i pantaloni, prese il mio cazzo già duro e se lo infilò in bocca. La sua bocca era calda, umida, la lingua che mi girava intorno al glande, che scendeva giù per l'asta, che mi succhiava le palle una per una. La tenevo per i capelli corti, guardandola nello specchio del lavandino. Lei alzava gli occhi verso di me mentre mi faceva venire, e quando sentì che stavo per esplodere, non si staccò. Anzi, spinse la testa in avanti, prendendomi tutto in gola. Venni dentro di lei con un gemito strozzato, e Diba ingoiò. Ogni goccia. Sentii il suo collo muoversi mentre trangugiava. Poi si alzò, si pulì le labbra con il dorso della mano, e si guardò allo specchio.

Buono

, disse, sistemandosi i capelli.

Ma voglio di più. La prossima volta, hotel e lo scelgo io vedi di non mancare .



Poi aprì la porta e tornammo in sala.

Ora vieni

, mi disse.

Ho una lezione di gruppo tra cinque minuti. Tu stai in fondo alla sala e guardi.



Mi sistemai su una sedia pieghevole contro la parete di specchi. Poco a poco arrivarono gli studenti – otto, dieci, per lo più donne, qualche uomo. Diba si trasformò. Diventò l'insegnante severa, precisa, professionale.

Uno, due, tre... cinco, seis, siete... più dritta la schiena, Dewi... no, non così, guardami...



Ma io non riuscivo a guardare i suoi passi. Guardavo la sua bocca. Quella stessa bocca che pochi minuti prima aveva la mia sborra in gola. Sentivo il mio cazzo irrigidirsi di nuovo nei pantaloni. Mi veniva duro pensare che quella donna elegante, che contava i tempi con voce ferma, che correggeva la postura delle allieve con mani sicure, dieci minuti prima aveva le ginocchia sulle piastrelle del bagno e la mia sborra che le colava in gola.

Diba mi lanciò un'occhiata veloce allo specchio. Sorrise appena, appena. Poi riprese a contare.

Cinco, seis, siete...

Come se niente fosse successo.

La lezione durò un'ora intera. Io rimasi lì, con il cazzo mezzo duro, a guardarla. Alla fine, quando tutti se ne furono andati, si avvicinò a me e mi sussurrò all'orecchio:

Ti ho visto. Ti piace guardarmi fare la brava insegnante, vero? Mentre ho ancora il sapore della tua sborra in bocca?



Non risposi. Lei rise.

Domani. Hotel . Ti mando l'indirizzo. Vedi di esserci.



L'indomani pomeriggio, libero dal lavoro, la raggiunsi. Diba mi prese per mano e mi portò in un hotel cinta — uno di quelli a ore, ma elegante, pulito, con lenzuola fresche e un grande specchio sul soffitto.

Appena entrati, si girò verso la reception interna, parlò in indonesiano al citofono, e pagò. In contanti. Tirò fuori delle banconote dalla tasca dei jeans, le contò una per una, le diede alla ragazza allo sportello. Un gesto secco, deciso.

Rimasi sorpreso. In tutti i miei anni da espatriato in Asia, nessuna donna aveva mai pagato per me. Tantomeno per un hotel a ore. Di solito ero io, l'uomo, lo straniero, quello con i soldi. Invece Diba aveva già sistemato tutto, senza nemmeno chiedere.

Questa è come casa mia

, disse, come se leggesse il mio pensiero.

Qui decido io. E ti ho invitato io. Quindi pago io. Non fare lo stupido.



In stanza, mi spinse sulla sedia accanto al letto. Si inginocchiò.

Ora però

, disse,

voglio un altro assaggio. Per scaldarmi.



Mi prese in bocca di nuovo. Mi succhiò solo un paio di minuti, giusto il tempo di sentirmi duro come pietra, poi si alzò.

Così va meglio.



Poi aprì la borsa e tirò fuori un preservativo.

Per il resto

, disse,

regole. Tu hai una famiglia. Io ho la mia dignità. E nessuna sorpresa. Preservativo solo per scopare in figa e in culo. Ma la bocca è mia e la uso come voglio. A pelle. Mi piace sentirti. Mi piace il tuo sapore. Mi piace ingoiare. È un'ossessione.



Lo srotolò sul mio cazzo con le mani, ancora umido della sua saliva. Poi si sedette sopra di me, infilandoselo in figa con una lentezza che mi fece impazzire. Il suo culo rotondo che si alzava e abbassava, il mio cazzo che spariva dentro di lei attraverso il lattice. Lei cavalcava guardandomi allo specchio, le mani sui miei pettorali, la testa all'indietro, la bocca aperta. Era bellissima, sporca, regale.

A metà del secondo round squillò il mio telefono. Mia moglie.

Devi tornare, la domestica non funziona il cancello elettrico, non so come si accende…

Diba alzò un sopracciglio, mentre io già mi rivestivo frustrato, il cazzo ancora duro che premeva contro la zip.

Un'altra volta

, disse.

Mi devi un'intera notte. E almeno tre sborrate in gola. Chiaro? E niente telefonate della moglie.



I mesi successivi non furono solo un'altra volta. Furono molte.

Ci vedemmo in vari posti. A volte in hotel a ore, a volte nel suo Kijang parcheggiato in qualche strada buia, a volte nella sala della scuola dopo l'ultima lezione, quando gli specchi riflettevano solo noi due.

Le regole erano sempre le stesse: pompini e sborrate in gola – lei ingoiava tutto, sempre, con quella sua ossessione quasi religiosa – penetrazione solo con preservativo. Figa e culo. E il culo era diventato il suo preferito.

Diba non si stancava mai di ingoiare. A volte mi faceva venire in bocca due o tre volte prima ancora di infilare il preservativo.

Voglio assaporarti

, diceva.

Sei il mio bule. Il mio primo bule. Il mio solo bule.



Lei pagava ancora qualche volta, ma ormai era diventato un gioco. A volte io, a volte lei. Una volta mi fece pagare in contanti davanti a lei, ridendo, e disse alla receptionist:

Lui è il mio mantenuto.

Poi mi prese per mano e mi trascinò in stanza.

Il viaggio a Singapore

Poi dovetti partire per lavoro. Una settimana a Singapore.

Prima di imbarcarmi, mentre ero ancora in taxi verso l'aeroporto di Surabaya, le mandai un messaggio:

Tra una settimana rientro. Volo atterra alle 18. Mi vieni a prendere in aeroporto?



La sua risposta arrivò dopo un minuto:

Certo. Ti aspetto, mio bule.



Il ritorno da Singapore

Quando uscii dalle arrivi dell'aeroporto Juanda di Surabaya, la vidi subito. Appoggiata a un Toyota Kijang nuovo, color sabbia, con i vetri profondamente oscurati. Jeans attillati e una camicetta bianca. I capelli corti lucidi sotto il sole del tramonto. Sorrideva.

Bule

, disse, abbracciandomi. Poi mi prese la mano e me la mise direttamente sul suo culo, attraverso i jeans.

Ben tornato. Ti sei fatto desiderare. Una settimana è troppo.



Salimmo in macchina. Lei guidava, io accanto. I vetri oscurati ci isolavano dal mondo. L'aria condizionata fresca. Non facemmo nemmeno un chilometro che la sua mano destra già mi cercava il cavallo dei pantaloni.

Non aspetto l'hotel

, disse, senza nemmeno guardarmi.

Una settimana senza il tuo sapore. Sto male.



Mi sbottonò i pantaloni con una mano sola, con una destrezza che mi fece venire duro all'istante. Il mio cazzo saltò fuori, già pulsante, e lei lo prese in mano. Calda. La sua mano era calda. Iniziò a muoverla su e giù lentamente, mentre guidava con l'altra, sorpassando un motorino, cambiando marcia senza mai fermarsi.

Guardami

, ordinò. La guardai. Aveva gli occhi fissi sulla strada, ma un sorriso sporco sulle labbra. La sua mano accelerava il ritmo. La testa del mio cazzo diventò viola, umida di precum. Lei lo sentì, lo spalmò con il pollice lungo tutta l'asta, rendendo tutto più scivoloso.

Vuoi venire?

, sussurrò.

Vieni. Adesso. Sulla mia mano. Ho fame.



Non potevo trattenermi. Venni con un gemito strozzato, spasmi violenti, e la sua mano continuò a muoversi finché non ebbi dato tutto. La mia sborra calda le colò tra le dita, le coprì il palmo, le arrivò al polso.

Diba allora alzò la mano, se la portò al viso, e iniziò a leccarsi. Lentamente. Dito per dito. Il palmo. Il polso. Il dorso. Ogni goccia. Con la lingua lunga e lenta, come se fosse gelato. Chiuse gli occhi per un attimo, e gemette.

Mmmm. Ecco cosa mi mancava. Il tuo miele.



Poi rimise la mano sul volante, asciutta e pulita. Aveva ingoiato tutto. E guidava come se niente fosse successo.

Ora sì

, disse.

Ora possiamo andare in hotel. Quello vero. Per tutta la notte. Stavolta paghi tu.



Prenotai io. Un hotel pulito, anonimo, fuori dal centro. Una camera grande, letto king size, doccia con finestra sulla camera. Pagai io, in contanti, come aveva detto lei. Diba mi guardò fare con un sorriso soddisfatto.

Bravo bule

, disse.

Hai imparato.



Appena chiusa la porta, si girò verso di me.

Siamo pari

, disse.

Mi hai fatto aspettare una settimana. E in macchina è stato solo un assaggio. Adesso voglio tutto.



Si inginocchiò. Mi prese in bocca senza nemmeno chiedere. La sua bocca era un forno. Calda, umida, la lingua che mi faceva impazzire. Mi guardò dritto negli occhi e sussurrò:

Voglio che lo fai qui. E voglio sentirlo scendere. A pelle. E poi voglio ancora. Almeno tre volte stanotte.



Quella notte non ci fermammo mai. Lei mi guidava, e io la seguivo stupito.

La prima volta in camera venni dopo pochi minuti. Ingoiò. La seconda volta dopo mezz'ora, mentre ero dietro di lei, la tirai indietro per i capelli, la feci voltare e glielo misi in bocca all'ultimo secondo. Venni. Ingoiò. Rise.

Siamo a due

, disse.

Una ancora . È la mia regola.



La terza volta la fece lei. Mi fece sdraiare sulla schiena, mi prese in bocca e mi succhiò lentamente, fermandosi ogni tanto per mormorare

non venire ancora... aspetta... voglio godermelo

. Quando finalmente venni, lei non si staccò. Prese tutto. Ingoiò. E tenne la bocca intorno al mio cazzo ancora per un minuto, succhiando l'ultima goccia.

Tre

, disse, alzandosi.

Ora sì. Ora il resto.



Prese il preservativo. Lo srotolò con le mani, guardandomi.

Regole

, disse ancora come un mantra .

Solo per scopare in figa e in culo. La bocca è mia.



La scopai in figa. Lentamente, profondamente, guardandola negli occhi mentre lei mi teneva per i fianchi e spingeva indietro con quel suo ritmo perfetto. Le sue tette piccole vibravano a ogni spinta.

Poi la voltai, la chinai sul letto e infilai le dita nel suo culo. Lei gemette forte.

Sì, così. Sempre lì. Con quello

– indicandomi l'uccello duro e colante.

La preparai con lentezza, olio che lei stessa teneva nella borsa, dita prima una poi due, finché non fu lei a implorare:

Entra. Adesso.

Infilai un nuovo preservativo e entrai. Era caldo, stretto, bagnato di sudore e di lei. Diba arcuò la schiena, affondò il viso nel cuscino e spinse indietro con un ritmo perfetto, sincopato come un'ottava di salsa, il suo culo che sbatteva contro il mio pube con un suono umido e violento.

Più tardi, doccia insieme. Diba si inginocchiò sotto il getto caldo. L'acqua le scendeva sul viso mentre mi prendeva in bocca, senza fretta. Venni per la quarta volta quella notte. Ingoiò. Sorrise. “ ho mentito ne volevo 4 “

All'alba mi abbracciò da dietro.

Sei il mio primo bule

, mormorò.

E l'unico che mi ha riempita davvero. Soprattutto qui

– si toccò la gola –

e qui

– si toccò il culo.

Il mio incarico a Surabaya finì. Dovetti tornare in Europa.

L'ultima volta che la vidi fu al Azúcar. Ballammo tutta la sera, stretti come se il mondo fuori non esistesse. Poi, prima di salutarmi, mi infilò un foglietto nella tasca della giacca. Ci ho letto:

Terima kasih untuk semuanya. Kamu tahu di mana mencariku.



Grazie di tutto. Sai dove trovarmi.



Non ci siamo più visti per quasi dieci anni.

Il ritorno – quasi dieci anni dopo

Le mando una email.

Torno a Surabaya? Ci sei? Mi vieni a prendere?

Avevo un convegno, due giorni. Diba rispose di sì. Mi diede appuntamento direttamente nel mio hotel.

Sono cambiata

, scrisse.

Vedrai.



La sera, bussò alla porta. La aprii.

Diba era più piena, più rotonda, più donna. I capelli sempre corti e neri ma con qualche filo d'argento sulle tempie. Il viso più maturo, scavato giusto quel tanto che rende una donna interessante. Il tempo l'aveva resa magnifica. Aveva 53 anni.

Ma il vero cambiamento era il suo corpo: le tette piccole di un tempo si erano fatte un po' più piene, più morbide. E il culo... quel culo rotondo che mi aveva folgorato quasi dieci anni prima era diventato grosso, prosperoso, una curva piena e pesante che la gonna nera faceva fatica a contenere. Due natiche enormi, perfette per affondarci le mani. Quando si voltò per chiudere la porta, vidi la sua pancia appena morbida, i fianchi larghi da matrona giavanese. Adesso era una donna fatta. Una nonna, mi raccontò dopo. Sua figlia le aveva dato un nipote. Ed era ancora una troia meravigliosa.

Dimmi che non sono troppo vecchia per te

, disse, posando la borsa.

Sei più figa di prima

, risposi, e non era una bugia.

E la tua ossessione?

, le chiesi.

Sorrise. Si inginocchiò.

Indovina.



Quella notte lo rifacemmo tutto. Lei ingoiò tre volte prima ancora che io infilassi un preservativo. La sua bocca era la stessa di sempre, calda, umida, affamata.

Il tuo sapore non è cambiato

, mormorò dopo la prima sborrata.

Sempre quello.



Poi la scopai in figa e in culo, come sempre. E quando venivo, a volte glielo mettevo in bocca all'ultimo secondo, toglievo il preservativo e lei ingoiava. La sua ossessione non era cambiata.

Ti sei fatta più... donna

, le dissi, afferrandole una natica con ogni mano, affondando le dita in quella carne morbida e pesante.

E tu più vecchio

, rise.

Ma ancora dritto. E ancora grosso. Ti ho rimpianto, sai. Nessun uomo indonesiano mi ha mai riempita come te. Soprattutto qui

– si toccò l'ano.

Ho provato a farmelo mettere nel culo da altri. Ma i loro cazzi sono troppo piccoli. Scivolano via. Non senti quella... pienezza. Solo il tuo. Solo tu, bule.



Dopo l'ennesima sborrata in gola, si sdraiò sul fianco, sudata, sorridente, esausta. Mi baciò la bocca con la stessa lingua che si era leccata la mia sborra.

Sei ancora il mio bule

, sussurrò, la testa sul mio petto.

L'unico che mi riempie così.



L'indomani mattina, prima di andare via, mi diede un ultimo pompino sotto la doccia. Ingoiò. Chiuse gli occhi come se assaporasse un ricordo. Poi si alzò, si asciugò i capelli corti e grigi.

Ora sai dove trovarmi

, disse.

Se ripassi da Surabaya. Anche se sarò ancora più vecchia. E il mio culo ancora più grosso. Ma la mia bocca funziona ancora.



Rise. Io la baciai sulla fronte.

Non ci siamo più visti. Ma ogni tanto un messaggio. Un

selamat malam

. Una foto del suo culo in jeans stretti, scattata allo specchio.

Pensi ancora a me?

, scrive. E io sì. Cazzo, sì.

Non ho mai saputo se fosse sposata. So che ha una figlia grande e che è nonna. Una nonna di 53 anni dai capelli corti e il culo grosso che ancora balla salsa e ancora si inginocchia per ingoiare sborra. Che ha scopato un solo bule in tutta la sua vita – almeno così dice – e quello era io.

Ogni volta che sento una salsa, chiudo gli occhi e vedo ancora il suo culo rotondo muoversi sotto le luci ambrate di Surabaya. E il modo in cui si leccava le dita in macchina, nel suo Kijang nuovo dai vetri oscurati, la prima sera del mio ritorno da Singapore. Quello non lo scorderò mai.

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