RACCONTO TITOLO: VIOLA - reboot - capitolo 2 
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RACCONTO

VIOLA - reboot - capitolo 2

by Five5
Visto: 140 volte Commenti 2 Date: 09-03-2026 Lingua: Language

Sussurro all’orecchio di Viola che il gioco inizia adesso, lei annuisce con la testa e accenna un sorriso meno spavaldo del solito, con gli occhi imprigionati dalla benda.
Esco dalla stanza lasciandomi la porta alle spalle e vado ad aprire quella dello studio.
Sono in tre.
Il collegamorosoborioso, con un ineccepibile completo blu scuro di Hèrmes, che sta abbaiando al cellulare e mi fa un sorriso di saluto falso come una moneta da tre euro senza smettere di latrare, e i suoi due collaboratori: Due cloni occhialuti, uno calvo e tendente alla pinguitudine, munito di un inquietante paio di lenti a pinza prive di montature e stanghette, e l'altro spilungone di età indefinibile tra i venticinque e i seicentonovant'anni con un look nemmeno troppo vagamente nazistoide; entrambi impeccabilmente anonimi.
Entrambi con una borsa della stessa marca modello e colore in una mano e il cellulare ella stessa marca, modello e colore nell’altra.
Prodotti in serie Made in Karognistan, due circaguardie svizzere con l’espressione postlobotomia.
Li faccio accomodare nella sala riunioni, che avevo già preparato per tempo.
Perché oggi io e Morosocollegaborioso, Mister So tutto io, che però ignora il dettaglio di avere la sua donna nuda e legata a sei metri scarsi in linea d'aria da lui, dobbiamo concludere un accordo che definisce una vertenza che si sta trascinando velenosamente da anni.
Un accordo sul quale abbiamo lavorato per mesi e che verrà firmato e concluso oggi.
Con la Viola di là, legata a cosce spalancate e con la passera in modalità pozzanghera.
Lei lo sapeva perfettamente che il suo uomo sarebbe venuto oggi e non è quindi per nulla un caso che si trovi di là ora;
Because: “Rischiare is the washing passera starting pack”….
Procedo al rapido, ennesimo riesame dei documenti che dovrò far sottoscrivere al mio cliente; la discussione rimane circoscritta a me e a Collegaborioso, perché i due assistenti, da bravi subumani da guinzaglio, annuiscono gravemente all’unisono ad ogni sillaba che profferisce il loro padrone, del quale hanno più malcelato terrore che rispetto, il cornuto.
Dopo alcuni minuti, con la scusa di una telefonata urgente che non posso rinviare, mi allontano da loro lasciandoli soli in sala riunioni per tornare nella mia stanza.
Viola è perfetta, in silenzio, respira tranquilla anche se quando apro la porta avverto un breve sussulto sul suo collo scoperto dal nuovo taglio corto asimmetrico dei capelli, alla Valentina di Crepax.
Mi avvicino da dietro silenziosamente ma lei avverte i passi e lo spostamento d’aria, sta per parlare ma si trattiene mordendosi il labbro inferiore.
Mi metto a lato del suo bel viso, estraggo il cazzo dai pantaloni, liberandolo.
E’ duro sin dal momento in cui le avevo aperto la porta, quasi un’ora prima.
Lei non vede ma percepisce. Istintivamente si sposta verso destra e mi sfiora con le labbra il glande.
Sorride.
Apre le labbra e mi ingoia.
Non può fare molto più di così a causa delle corde che la legano alla sedia, può muovere solo la bocca in avanti di pochi centimetri per la posizione innaturale alla quale è costretta.
Ma la sua lingua riesce comunque a girarmi su tutto il cazzo, avida, delicata e famelica.
Perché Viola sa come si fa un pompino, è una pompinologa che Moana abbandona il ring TeresadiCalcutta che non sei altro.
Le appoggio una mano sulla nuca e per alcuni minuti, forse due, e le scopo la bocca.
Colpi lenti, profondi, decisi.
Lei è brava, perché nonostante la difficoltà riesce a farmi sentire solamente labbra e lingua, anche se per poco non soffoca.
Ad un certo punto le stringo la nuca e la blocco in pieno ingoio mode impedendole la retromarcia mentre tengo d'occhio l’orologio digitale presente sulla scrivania.
Tic, tac, tic, tac….
Quando mi accorgo che sta diventando lievemente viola come il suo pseudonimo e due lacrime iniziano a firmarle le guance come due tagli di Lucio Fontana sulla tela, estraggo il cazzo dalla bocca.
Un filo di saliva unisce le sue labbra aperte con la punta del Lupo, quasi come se quel scivoloso legame semiliquido tentasse di evitare l’interruzione di quella scopata orale.
Lei tossisce piano, sa che non dovrebbe.
La osservo.
È magnifica e oscena, le guance arrossate e il rossetto sbavato mischiato con la sua saliva la rendono una magnifica bambola troia; un sextoy di carne e pelle che profuma di menta, di cocco e di voglia di orgasmo.
Rimane con la bocca aperta perché non capisce se voglio rimetterle il cazzo tra le labbra e quindi si offre di accogliermi nell’unico modo che le è consentito.
Sorrido; brava piccola, per ora sai come si scodinzola…
Prendo la sua borsetta, estraggo il cellulare, un N**** lungo e sottile (all’epoca, qualche anno fa, non gli smartphones non esistevano ancora), imposto la suoneria in modalità vibrazione.
Poi estraggo dalla tasca il profilattico.
Apro la confezione e lo uso per incappucciare il suo cellulare.
Mi metto davanti a lei, le schiudo con le dita la passera.
Appena avverte il tocco della punta delle mie dita ha un sussulto; le scappa un gemito, che sopprime mordendosi le labbra.
Mi fermo appena emette il minimo suono, perché sa che se fa rumore, il gioco si interrompe.
Poi proseguo, lei è un lago e infilarle lentamente tra le gambe il suo cellulare inguainato nel profilattico si rivela più agevole di quello che pensavo.
Lo lascio così, quasi completamente dentro, con la parte residua del lattice che fuoriesce dalla sua figa come un cordone ombelicale sintetico…
Lei respira più veloce, ha capito che le ho messo dentro qualcosa, ma dubito che riesca a comprendere immediatamente di cosa si tratti, schiude le labbra per iniziare a sillabare qualcosa ma immediatamente si ferma e, mordicchiandole, rispetta la regola numero uno.
Mi allontano da lei di un passo e con il mio cellulare (un P****** con una ottima fotocamera, beh, almeno per l'epoca) le scatto una decina di foto, primi piani di lei bendata, del suo seno che sale e scende, della sua passera aperta riempita da quel corpo estraneo inguainato; scatti di lei che completa quella sedia rendendola una opera d’arte porno.
Poi esco dalla stanza richiudendone la porta e torno in sala riunioni.
Collegaborioso è ovviamente al cellulare: sta dettando ordini da trincea con una delle segretarie del suo studio, trattandola veramente da pezzente.
I due cloni sono in modalità offline e non danno apprezzabili segni di interazione cosciente.
Mi siedo e fingo di esaminare il fascicolo che ho davanti; in realtà non ne ho bisogno perché l’avevo già fatto due volte appena arrivato in studio.
Non c’è nulla che debba essere verificato nuovamente, nessuna variazione, l'intero incontro in realtà serve unicamente per scambiare le copie dell’accordo, una cosa che avremmo potuto fare anche tramite le segretarie.
Ma in tal caso lui non avrebbe avuto modo di bullarsi con i suoi sottoposti credendo di avermi costretto a scendere a patti per giungere ad un accordo solo apparentemente vantaggioso per il suo cliente, inducendomi a concludere una causa in tribunale che pensava io avessi già vinto, mentre la realtà è che, prove alla mano, non avrei avuto alcuna speranza di raggiungere esiti favorevoli proseguendo su quella strada.
E, soprattutto, non avrei mai potuto avere Collegaborioso qui da me mentre la sua femmina è di la, nuda, legata alla mia sedia e con il cellulare piantato nella figa.
Dettagli che, tutto sommato, “spostano”…
Poiché Collegaborioso resta completamente immerso nel suo vaniloquio telefonico, dal quale si esilia giusto un secondo per scusarsi con me per poi reimmergersi nel suo monologo da etere senza minimamente preoccuparsi di quello che faccio io, ne approfitto per estrarre il mio cellulare dalla tasca, tenendolo sotto il tavolo per evitare lo sguardo dei due amigos.
Seleziono, una per una, le foto che ho appena scattato a Viola e inizio a mandargliele per messaggio, in sequenza, attendendo una decina di secondi tra un invio e il successivo.
Di là, a sei metri scarsi di distanza, ogni volta che premo il tasto invio il cellulare di Viola immerso nella sua passera inizia a vibrare.
Poiché il collega continua imperterrito a maltrattare il personale del suo studio, ho il tempo per fare diciassette invii.
Pagherei per essere a venti centimetri dalla figa di Viola, adesso.
Il Borioso conclude la sceneggiata online e torna sul pianeta Terra, sfodera un sorriso falso come una promessa elettorale e dà la stura ai convenevoli di rito: tutto è bene quel che finisce bene, non aveva senso continuare una guerra, ha prevalso il buon senso, abbiamo fatto entrambi un ottimo lavoro, e bla bla bla bla.
I due cloni annuiscono all’unisono come quegli orrendi cagnotti con la testa penzolante piazzati nel lunotto posteriore delle station wagons che superi in autostrada.
Annuisco a mia volta, sorridendogli e dandogli, di tanto in tanto, ragione, ma il mio pensiero è sintonizzato a due vani di distanza.
Ci alziamo, i tre raccolgono i fascicoli sul lungo tavolo e CollegaBorioso si affretta a porgermi la mano per una stretta a suo parere virile e maschia.
Gli offro con entusiasmo la mia, dato che si tratta della stessa mano che pochi minuti prima avevo infilato tra le gambe fradice della sua femmina.
Escono.
Chiudo la porta.
Sistemo le sedie della sala riunioni e mi affaccio alla grande finestra che dà sulla piazza cittadina.
Mi accendo una sigaretta, la prima e l’unica della giornata.
Mentre mi gusto il tabacco estraggo il cellulare e, dopo avere composto il numero di Viola, lo faccio squillare una ventina di volte.
Il cazzo mi pulsa nei pantaloni e sinceramente inizia a farmi male, è duro da troppo tempo.
Spengo la sigaretta e torno di là.
Appena entro la libero dal vincolo del silenzio.
Sono usciti tutti, siamo soli, ora puoi parlare”
“Mi hai infilato un cellulare nella figa????,”
“Certo. Il tuo”.
“Eh, mi sembrava, la sensazione era quella”
“Ti ho mandato qualche foto interessante, vedi di non lasciarne traccia dopo, se ci tieni al fidanzato spendaccione”
“E tu vedi di venire qui a slegarmi e a mettermelo dentro, saranno quasi due ore che aspetto ormai e vorrei venire anche mentre mi sbatti e non solo per colpa di un vibracall”
Viola è una poetessa quando vuole.
La libero dei legacci, lei si massaggia i polsi ma non si toglie la benda.
La aiuto ad alzarsi, lei a tentoni cerca e trova il bordo della scrivania di cristallo, vi si appoggia come prima, braccia e palmi sul piano, poi si volta e, senza togliersi la benda, mi sussurra: “adesso scopami il culo, fino in fondo, scopamelo come se lui fosse qui legato su quella sedia obbligato a guardarci e non fermarti fino a che non mi sarai venuto dentro”.
Perché alla fine Viola ubbidisce solo finché pare a lei, ma rimane sempre una che va accontentata, se non ti va di finire nel reparto boriosi con il cartellino che indica la data di scadenza attaccato al naso.
Slaccio finalmente i pantaloni e abbasso i boxers di cotone rigorosamente neri, lascio uscire il bastardo che pulsa ormai da due ore, estraggo dalla tasca il profilattico, ne rompo la confezione con la bocca sputando in un angolo il lembo strappato, e incappuccio il Lupo.
Con le dita le schiudo il buco del culo, lei appena avverte quel contatto digitale alza inconsapevolmente quel magnifico capolavoro per offrirmelo meglio, appoggiandosi con il seno sulla superficie liscia del cristallo.
La mia saliva le cola esattamente al centro del buco del culo facendola sussultare una seconda volta.
La sento respirare più affannosamente.
Lo vuole, ma al contempo ne ha paura.
La punta del mio cazzo si appoggia nel mezzo preciso della sua entrata stretta,
Scivolerà dentro con lentezza esasperante…
Un centimetro al minuto…
Per godermi ogni suo gemito.
Ogni sospiro.
Ogni lamento strozzato.
Fino a quando le palle non le sfioreranno il capolavoro.
Poi, alla fine, inizierò a divertirmi io.
FINE
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INSERITI 2 COMMENTI:
  • avatar Ktipster sarebbe bello un seguito

    10-03-2026 13:40:59

  • avatar Cardinale Ben scritto.Bella sceneggiatura.Diverso dai soliti racconti scontati.

    09-03-2026 23:53:37