Il tempo lungo di tradurre
by MagicNumber
È stata una serata dolce, di quelle che non chiedono niente in cambio.
Parlavamo con lo smartphone in mezzo, ognuno nella propria lingua. All'inizio sembrava un ostacolo; poi ho capito che era un ritmo. Lei mi guardava, sorrideva, poi abbassava gli occhi sul telefono e scriveva. E io restavo sospeso, a leggerle la faccia prima delle parole. Qualche secondo ogni volta, in cui potevo soltanto aspettare quello che stava per dirmi.
Ha imparato in fretta a giocarci. Componeva frasi lunghe tenendomi lo sguardo addosso, si fermava, riprendeva. Poi lo schermo si accendeva su una cosa semplice, e io ero già andato. Ci siamo salutati tardi, con quella sensazione rara di essere capitato nel posto giusto, e nel momento giusto.
Il giorno dopo la voglia era ancora tutta lì.
È arrivata una sua foto, e un messaggio che ringraziava, e diceva che voleva rivedermi. Mi ha riacceso la giornata in tre righe.
Il secondo messaggio mi ha raffreddato. Voleva rivedermi, sì, ma teneva a dirmi che ha un fidanzato. Me lo scriveva per correttezza, spiegava: nel caso io cercassi una cosa seria, non voleva farmi perdere tempo.
Sono rimasto a fissare quel testo per un pezzo, senza saperlo maneggiare. Non ho risposto.
Poi il terzo messaggio, con un'altra sua foto. Che per loro due è normale, che non c'è niente da sistemare. Che anzi, quel momento le sarebbe piaciuto condividerlo con entrambi.
Non ho risposto neanche a quello. Sono rimasto a girarci intorno per un'ora, come si gira intorno a una porta socchiusa.
L'ultima foto ha chiuso il discorso. Uno sguardo languido, niente altro, nessuna parola sotto. Sono etero in modo irrimediabile, e l'idea mi metteva a disagio; però la desideravo, e lei lo sapeva benissimo. Sa esattamente come si fa aspettare.
Ho accettato. Ho passato la giornata a discutere con me stesso, perdendo tutti i round.
Poi il colpo di scena: lui non ce l'ha fatta ad arrivare per la sera. Me la sono trovata davanti da sola, e tutto il mio dibattito interiore si è rivelato inutile.
Mi ha chiesto solo una cosa, prima. Se durante la serata poteva mandargli qualche vocale, qualche scatto. Condividere. Non ci ho visto niente di male; anzi, mi ha acceso più di quanto fossi disposto ad ammettere.
Poi mi ha tolto la ragione di mano.
Si è spogliata senza fretta, decidendo lei il tempo di ogni cosa. Mi ha spinto sul letto con la mano aperta sul petto, è salita a cavalcioni ancora mezza vestita, giusto per farmi sentire il caldo attraverso la stoffa. Quando l'ho toccata era già pronta, e ha riso piano contro la mia bocca, perché lo sapevamo tutti e due.
L'ho sentita aprirsi sotto le dita, poi sotto la lingua. Ha allungato un braccio verso il comodino a occhi chiusi, ha preso il telefono e ha cominciato a parlargli senza smettere di muoversi contro di me. Non capivo una parola; capivo tutto. Il fiato che si spezzava a metà, il nome di lui pronunciato come una carezza e come una resa.
Mi ha guardato mentre lo diceva. Non sono mai stato così travolto da una cosa che non mi riguardava.
Poi il telefono è caduto sul materasso e mi è venuta addosso. Mi ha preso dentro con un movimento lento, tenendomi i polsi, e da lì in avanti ha smesso di tradurre qualunque cosa. Ha inarcato la schiena, ha cercato lo scatto con una mano sola, ha mandato la foto senza neanche guardarla. Il petto lucido, la bocca aperta, gli occhi su di me.
Era meravigliosa. Il secondo orgasmo le ha interrotto quello che stava dicendo a lui.
Contenta di essere guardata da due punti diversi del mondo, nello stesso momento, e di godersela senza chiedere il permesso a nessuno.
Se questo conti come un rapporto a tre, non lo so.
So che sono uscito da lì con più fame di quanta ne avessi portata.
La mia prima volta fuori dagli schemi. È andata così, senza licenze.
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