HISTORIA TìTULO: La telefonata di Padron Edo -seguito- 
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HISTORIA

La telefonata di Padron Edo -seguito-

by Vecchio
Visto: 25 veces Comentarios 0 Date: 14-04-2026 Idioma: Language

Frastornato, con la testa che girava come una trottola, non risposi al video di Livia. Posai il telefono sul tavolino e mi lasciai andare sulla poltrona, ancora completamente vestito. Il sonno arrivò pesante, come un blackout.
Verso le quattro di mattina il telefono vibrò di nuovo, strappandomi dal sonno. Era Giulia.
Aprii il messaggio con gli occhi ancora mezzi chiusi.
«Gianni… mi sono chiusa in bagno. Sto toccandomi pensando a noi… a oggi.
Come sono stata bene con te… ti voglio. Non vedo l’ora di venire in ufficio. Ti prego, domattina se puoi vieni anche tu mezz’ora prima così ci abbracciamo. Ho voglia di sentirti addosso… mi manca sentire le tue mani su di me.
Ho già detto a mia mamma che oggi passo prima a portarle la bimba.
Ora sto masturbandomi… ieri sera non mi sono lavata, ho ancora il tuo sperma dentro. La mia figa cola al solo pensiero… e se annuso le mie dita sento ancora il tuo odore, il tuo sapore.
Fammi fare la tua troia… sono gelosa di tua moglie così troia… ma io ti confesso: non vorrei altri uomini. Voglio te, Gianni!»
Oddio.
Mi passai una mano sulla faccia, il cuore che accelerava di colpo. Giulia… così giovane, così calda, così accogliente. Il suo corpo morbido, la sua figa bagnata che ancora custodiva il mio sperma di ieri. Cazzo, mi stavo eccitando di nuovo. Ero malato. Ero proprio malato.
La spunta blu era già lì: aveva visto che avevo letto. Non potevo più far finta di niente.
Risposi:
«Giulia è stata una giornata pazzesca… e tu sei così bella, così fresca. La tua voglia è così forte che si sente da ogni piccola vibrazione della tua morbida pelle. Ma sei sicura che io possa essere l’uomo per te?»
Pochi secondi e arrivò la risposta, velocissima:
«Gianni ti voglio… ti voglio dentro di me ora, adesso. Ho voglia di sentirti addosso mentre mi scopi contro il muro… ti prego, fammi essere la tua amante, la tua troia… lo sfogo del tuo cazzo. Riempimi!»
Sorrisi nonostante tutto, il cazzo che cominciava a indurirsi nei pantaloni.
Risposi:
«Tesoro dai, fra poco ci vediamo e vediamo se i nostri corpi avranno la stessa urgenza di ieri… Ti bacio tutta e ti leccherei ora subito la tua figa grondante…»
Lei:
«SIIIIIIIIIIII AMOREEEE»
E subito dopo arrivò una foto scattata con il flash: la sua figa aperta con due dita, arrossata, lucida, gonfia dalla masturbazione appena fatta. Si vedevano chiaramente i fili densi del mio sperma di ieri mescolati ai suoi umori freschi.
Risposi senza pensarci:
«Troia! Mmm sei una troia!!!»
Lei, quasi all’istante:
«Siiiiiiiiii voglio essere la tua troia! Solo tuaaaa!»
Rimasi a fissare lo schermo, il respiro più corto.
La casa era silenziosa. Livia era chissà dove, ancora piena di sborra di altri uomini. Io ero qui, alle quattro di mattina, a scambiare messaggi bollenti con la mia segretaria che voleva essere la mia amante segreta, la mia troia personale.
Mi alzai dalla poltrona, andai in bagno, mi sciacquai la faccia con l’acqua fredda.
Che cazzo stavo facendo?
Eppure… il pensiero di vederla tra poche ore in ufficio, di abbracciarla, di sentirla di nuovo contro di me, mi faceva battere forte il cuore. E il cazzo.
Mi rimisi sulla poltrona, ma il sonno non tornò più. Restai lì, al buio, con il telefono in mano e la mente che correva tra Livia distrutta e piena di sperma sul tappeto di Edo… e Giulia che si toccava nel bagno di casa sua con la mia sborra ancora dentro.
Due donne. Due mondi diversi. Due voglie opposte che mi stavano risucchiando entrambe.
E io, in mezzo, completamente perso.
Alle 5:30 mi arresi. Il sonno non sarebbe più arrivato.
L’alba cominciava appena a filtrare dalla finestra del salotto, una luce grigioazzurra fredda e silenziosa. Mi alzai dalla poltrona con le ossa indolenzite, la schiena a pezzi e la testa ancora piena di immagini che si sovrapponevano: Livia impiastricciata di sborra che mandava un bacio alla telecamera, Giulia che si apriva la figa con le dita nella foto notturna, il suo corpo morbido contro il mio sotto la doccia.
Andai in cucina. I due gatti mi vennero subito incontro miagolando, strusciandosi contro le gambe. Mi occupai di loro con gesti automatici: pulii la sabbietta, versai il cibo fresco nelle ciotole, cambiai l’acqua. Poi, come sempre, mi accucciai un attimo per fare due coccole. Uno dei due mi saltò subito in braccio, facendo le fusa forte, l’altro mi diede testatine sulle mani. Per un minuto tutto sembrò normale. Quasi tranquillo.
Ma dentro di me non c’era niente di normale.
Andai in bagno e mi spogliai. Sotto la doccia calda, mentre l’acqua mi scorreva addosso, i pensieri tornarono prepotenti. Livia persa nella sua meravigliosa, incontenibile ninfomania. Giulia con quel corpo morbido, giovane, la pelle liscia, il seno abbondante che premeva così bene contro il mio petto, la voglia repressa da anni che era esplosa tutta ieri in poche ore.
Il cazzo mi venne duro quasi subito, pesante e dolorante per la giornata di ieri. Lo presi in mano per lavarlo, ma il solo tocco mi fece sussultare.
“Non si sa mai…” pensai.
Uscii dalla doccia, aprii l’armadietto dei medicinali e presi una pastiglia di Cialis. La ingoiai con un sorso d’acqua. Non ho più l’età per reggere certi ritmi senza aiuto, cazzo. Meglio essere pronti.
Mi vestii con cura: camicia bianca, pantaloni grigi, giacca. Niente cravatta oggi. Alle 6:15 ero già in macchina, il motore acceso, il caffè preso al volo al bar sotto casa ancora caldo nel bicchiere di carta.
Durante il tragitto verso l’ufficio la mente non stava ferma un secondo.
Da una parte c’era Livia: chissà in che stato l’avrebbe riportata Edo stamattina. Probabilmente ancora piena, segnata, con l’odore di altri uomini addosso. Dall’altra c’era Giulia: la mia segretaria dolce e rispettosa che adesso mi scriveva “voglio essere la tua troia, solo tua”. Il contrasto era violento. E io mi sentivo esattamente nel mezzo, eccitato e spaventato allo stesso tempo.
Parcheggiai nel posto riservato alle 6:40. L’ufficio era ancora deserto, le luci spente nei corridoi. Solo qualche lampada di emergenza accesa.
Sapevo che Giulia sarebbe arrivata presto. Mezza’ora prima, aveva detto.
Salii nel mio ufficio, accesi la luce, aprii la finestra per far entrare un po’ d’aria fresca. Mi sedetti sulla stessa poltrona presidenziale dove ieri Edo aveva scopato mia moglie sopra di me.
Il Cialis cominciava già a fare effetto: sentivo il cazzo pesante nei pantaloni, sensibile, pronto.
Guardai l’orologio.
6:47.
Il cuore batteva forte.
Da un momento all’altro la porta si sarebbe aperta e Giulia sarebbe entrata.
E io non sapevo più se volevo abbracciarla dolcemente… o sbatterla di nuovo contro il muro come ieri.
O forse entrambe le cose.
Non feci nemmeno in tempo ad accendere il pc.
Sentii il ticchettio rapido e deciso dei tacchi nel corridoio, poi la porta del mio ufficio si spalancò senza bussare.
Cazzo.
Giulia entrò come una visione. Si era messa tutta in tiro, in modo sfacciato e provocante. Un vestito rosa shocking, aderente, con una scollatura profonda che lasciava intravedere un reggiseno di pizzo rosa chiaro che a malapena conteneva il suo seno abbondante. Le calze a rete rosa le fasciavano le gambe tornite, finendo in un paio di sandaletti con tacco medio che le facevano ancheggiare in modo osceno. Sopra aveva un giacchino striminzito, nero, che le stringeva la vita e faceva esplodere ancora di più le sue forme curvy. Era pettinata con cura, truccata forte (labbra rosse, occhi marcati) e profumata in modo esagerato, un profumo dolce e caldo che invase subito l’ufficio.
«Che figa che sei, Giulia!» esclamai senza riuscire a trattenermi.
Lei non disse una parola. Aveva uno sguardo rapace, gli occhi vivaci e affamati come non li avevo mai visti. Chiuse la porta con un colpo secco della mano e mi saltò letteralmente in braccio sulla poltrona presidenziale.
Mi baciò con foga, la lingua che entrò subito nella mia bocca, le mani che mi stringevano il viso. Il suo corpo morbido e caldo mi schiacciò contro lo schienale, il seno pesante premuto contro il mio petto.
«Wow… che impeto! Sei indemoniata!» riuscii a dire tra un bacio e l’altro, ridendo stupito.
«Ma tuo marito vedendoti cosi in tiro non ti ha chiesto niente?»
Lei mi morse piano il labbro inferiore, poi rispose con voce bassa e roca:
«Gli ho detto che oggi c’era una visita di clienti importanti in ditta e volevo fare buona figura…»
«Sei una strafiga da sballo!» mormorai, le mani che già le stringevano il culo attraverso il vestito.
Giulia si strofinò contro di me, sentendo chiaramente il mio cazzo già duro sotto di lei grazie al Cialis.
«Voglio essere la tua troia da montare» sussurrò contro la mia bocca, gli occhi che brillavano di pura lussuria. «Voglio svuotarti così tanto che tua moglie non troverà più niente quando torna! Ti voglio, Gianni… scopami… scopami subito!»
Le sue parole furono come benzina sul fuoco.
Le infilai una mano sotto il vestito, risalendo lungo la coscia coperta dalla calza a rete fino a trovare le mutandine già bagnate. Lei gemette forte e allargò le gambe sopra di me, cavalcandomi sulla poltrona.
«Allora prendimi… fammi diventare la tua troia» ansimò, mentre mi slacciava freneticamente la cintura. «Montami qui, adesso… voglio sentire il tuo cazzo dentro di me prima che arrivi qualcuno.»
Il suo profumo mi riempiva le narici, il suo corpo curvy tremava di voglia repressa, e io sentivo il Cialis fare il suo effetto: ero duro come il marmo, pronto a prenderla con tutta la foga che mi chiedeva.
La guardai negli occhi, le mani che le stringevano forte i fianchi.
«Allora preparati, troia… perché oggi non ti risparmio.»
Giulia non perse tempo. In un secondo mi slacciò i pantaloni, infilò la mano dentro e tirò fuori il mio cazzo già duro e gonfio grazie al Cialis. Lo strinse con forza nella mano calda, poi si alzò appena, scostò le mutandine di lato e si calò su di me con un movimento deciso.
Si mise seduta direttamente sul mio cazzo, guardandomi dritto negli occhi mentre la cappella le apriva le labbra bagnate.
«Scopami, porco…» ansimò con voce roca. «Oggi voglio essere la tua vacca e tu il mio toro.»
Non le diedi il tempo di finire la frase.
La afferrai per i fianchi, scostai con un gesto brusco la tastiera che cadde rumorosamente sul pavimento e la sdraiai di schiena sulla mia scrivania. Il vestito rosa shocking le si alzò fino alla vita, scoprendo le calze a rete rosa e le mutandine spostate di lato.
Le aprii le gambe con forza e, senza nemmeno sfilargliele, le infilai il cazzo dentro con un’unica spinta affamata e urgente.
La sua figa era fradicia, calda, stretta. Entrai fino in fondo con un colpo secco.
Giulia emise un gemito forte, quasi un urlo soffocato, di chi non aspettava altro da ore.
«Aaaahhh… sììì!»
Cominciai a sbatterla con foga, tenendo le sue gambe aperte, il corpo che sbatteva contro la scrivania a ogni affondo. Il rumore umido della sua figa riempiva l’ufficio ancora deserto.
Lei mi guardava con gli occhi spalancati, pieni di lussuria, il seno che ballava dentro il vestito ad ogni colpo.
«Dimmi che sono la tua troia…» supplicò ansimando, la voce spezzata. «Dimmi che mi scoperai ogni giorno così… dimmelo! Voglio essere tua… tua… tua!»
Le afferrai i polsi e glieli bloccai sopra la testa sulla scrivania, continuando a fotterla con colpi profondi e potenti.
«Sei la mia troia, Giulia» ringhiai guardandola negli occhi. «La mia troia personale. Ti scoperò ogni volta che ne avrò voglia… ogni mattina, ogni pomeriggio, ogni volta che questa figa mi chiama. Sei mia adesso.»
Lei gemette più forte, inarcando la schiena, spingendo il bacino contro di me per prendermi ancora più a fondo.
«Sì… sììì! Sono la tua troia… la tua vacca… scopami più forte… riempimi… usami!»
Accelerai il ritmo, sbattendola senza pietà sulla scrivania. Il suo vestito rosa era tutto stropicciato, le calze a rete tese sulle cosce, il seno che quasi usciva dalla scollatura. Ogni spinta le faceva tremare tutto il corpo.
Le lasciai i polsi e le strinsi forte le tette da sopra il vestito, pizzicandole i capezzoli attraverso il pizzo.
«Brava troia… prendi il cazzo del tuo uomo… questa figa è mia ora.»
Giulia aveva gli occhi rovesciati dal piacere, la bocca aperta, i gemiti che diventavano sempre più alti e disperati.
«Ancora… ancora… non fermarti… voglio essere solo tua…»
Non era solo sesso.
Era qualcosa di più profondo, di più urgente. Era voglia di unirsi forte, anima e cuore. Io, il suo vecchio datore di lavoro, e lei, questa bellissima ragazza tutta curve, morbida, calda, che avevo scoperto affamata dopo anni di astinenza. I nostri corpi si muovevano insieme sulla scrivania come se si fossero cercati da sempre.
La stavo prendendo con ritmo profondo, intenso, senza fretta brutale. Ogni spinta era lunga, piena, come se volessi entrarle dentro fino all’anima. Lei aveva le gambe aperte e strette intorno ai miei fianchi, le calze a rete rosa che mi sfregavano la pelle, il vestito rosa shocking tutto stropicciato sotto la schiena.
«Giulia… mi fai impazzire così… sei meravigliosa» le sussurrai guardandola negli occhi, la voce roca di emozione e desiderio.
Lei mi guardò con uno sguardo che mi sciolse. Gli occhi lucidi, le labbra socchiuse, il viso arrossato dal piacere. Godeva senza vergogna, si lasciava andare completamente. Ogni affondo le strappava un gemito più profondo, più vero.
«Gianni…» ansimò, stringendomi le spalle con le mani. «Sborrami dentro… riempimi… riempimi la tua figa… ti prego… voglio la tua sborra dentro di me… voglio che ogni giorno tu mi riempia…»
La sua voce tremava di emozione mentre continuava:
«Ti voglio svuotare io… tua moglie che si fa sbattere dagli altri uomini mi fa schifo… ci penso io a te… amoreeeee…»
Quelle ultime parole le uscirono dal cuore, cariche di gelosia, di desiderio e di una dolcezza possessiva che mi colpì dritto al petto.
Accelerai appena, spingendo più a fondo, sentendo la sua figa morbida e calda che mi stringeva con amore. Lei inarcò la schiena, il seno abbondante che premeva contro di me, e venne urlando.
«Amoreeeeee!!!»
Fu un urlo lungo, liberatorio, bellissimo. Per fortuna eravamo ancora soli in ufficio: quel grido di piacere puro risuonò tra le pareti dell’ufficio e probabilmente si sarebbe sentito fino al capannone se ci fosse stato qualcuno. Le sue gambe mi strinsero forte i fianchi, la figa che pulsava e si contraeva intorno al mio cazzo in onde violente di piacere.
Sentirla venire così, sentirla urlare “amore” mentre mi stringeva dentro di sé, mi portò al limite.
Non resistetti più.
Con un gemito profondo affondai fino in fondo e venni dentro di lei. Getti caldi, abbondanti, potenti le inondarono la figa, riempiendola fino all’utero. Continuai a spingere piano mentre svuotavo tutto, marchiandola di nuovo, donandole ogni goccia che avevo.
Giulia tremava sotto di me, gli occhi chiusi, il respiro affannato, un sorriso di pura beatitudine sul viso. Mi abbracciò forte, tirandomi contro il suo corpo morbido, e mi baciò con passione mentre ancora pulsavo dentro di lei.
Restammo così per lunghi secondi: io sopra di lei sulla scrivania, il cazzo ancora seppellito nella sua figa piena del mio sperma, lei che mi accarezzava la schiena e mi baciava il collo.
«Ti voglio… ti voglio davvero…» sussurrò contro la mia pelle, la voce ancora tremante. «Non voglio solo scopare… voglio essere tua.»
La baciai dolcemente sulle labbra, ancora unito a lei, sentendo il nostro amore malato e bellissimo che si mescolava al piacere.
Fuori l’ufficio cominciava lentamente a svegliarsi, ma in quel momento esistevamo solo noi due.
Ormai si sentivano chiaramente le prime auto dei dipendenti che arrivavano nel cortile sotto la finestra. Le portiere che sbattevano, le risate, il vociare dei colleghi e delle colleghe che iniziavano la giornata.
Noi due eravamo ancora abbracciati, io seduto sulla poltrona presidenziale, lei sopra di me con il vestito rosa tutto stropicciato e il mio cazzo che lentamente usciva dalla sua figa. Il tempo era scaduto.
Giulia si alzò lentamente, con un piccolo gemito di rimpianto. Si sistemò le mutandine rosa, spingendole bene contro la figa ancora piena della mia sborra. Poi mi guardò con un sorriso dolce e malizioso insieme.
«Questa sborra la tengo dentro di me tutto il giorno…» disse piano, la voce ancora un po’ roca. «Sei con me… dentro di me… Gianni.»
Le sorrisi, il cuore che batteva forte. La tirai verso di me e la baciai con tenerezza, stringendola forte tra le braccia.
«Sei meravigliosa, Giulia» mormorai contro le sue labbra.
Cercai di darmi un contegno, sistemandomi i pantaloni e la camicia. Poi, con un tono più basso e complice, le dissi:
«Però dopo voglio leccarti la figa… voglio sentire il mio odore ancora dentro di te… voglio goderti. Oggi, quando troviamo un momento, andiamo da qualche parte e facciamo un bel 69…»
Lei s’illuminò, gli occhi che brillavano di gioia e di voglia.
«Siiiiiiiiii Amore! Non vedo l’ora…»
Poi fece un passo verso il bagno privato del mio ufficio, ma si fermò sulla soglia e si voltò con un sorrisetto birichino.
«Posso andare un attimo nel tuo bagno? Mi hai così scombussolata lì a basso che devo fare la pipì… ma la figa non la pulisco, eh! Mi leccherai tu dopo!»
Rise piano, maliziosa, poi scomparve nel bagno chiudendo la porta dietro di sé.
Rimasi seduto sulla poltrona, il respiro ancora accelerato, il profumo di lei e del sesso che aleggiava nell’aria. Sentivo i colleghi che camminavano nel corridoio, qualcuno che salutava, le macchinette del caffè che si accendevano.
Pochi minuti dopo Giulia uscì dal bagno, perfettamente ricomposta: il vestito sistemato, i capelli a posto, solo un leggero rossore sulle guance e quello sguardo vivace che ora aveva un significato completamente diverso per me.
Si avvicinò alla scrivania, mi diede un bacio rapido e leggero sulle labbra e sussurrò:
«Buona giornata, Ingegnere…» con quel tono professionale che usava sempre, ma con un luccichio negli occhi che diceva tutt’altro.
Poi aggiunse, a voce bassissima:
«La tua troia è pronta per te… quando vuoi.»
Uscì dal mio ufficio con il suo passo ancheggiante, lasciando dietro di sé solo il suo profumo e la promessa di quel 69 che avevamo appena programmato.
Io rimasi lì, seduto, con il cuore che batteva forte e il cazzo che, nonostante tutto, ricominciava già a pulsare al pensiero di leccarla più tardi con la mia sborra ancora dentro di lei.
La giornata era appena iniziata… e già prometteva di essere complicatissima.
Appena Giulia uscì dal mio ufficio e si incamminò lungo il corridoio, le voci dei dipendenti arrivarono chiare fino a me attraverso la porta socchiusa.
Prima i maschi, con quel tono tra lo stupito e il voglioso:
«Cazzo, Giulia… ma che strafiga sei oggi!»
«Porca troia, guarda che culo che hai con quel vestito!»
«Non ti avevo mai vista così… sei uno spettacolo!»
Poi la voce della sua collega dell’amministrazione, acida e invidiosa:
«Giulia ma come mai così? Sembri pronta per una serata in discoteca, non per venire in ufficio!»
Giulia rispose con voce tranquilla, ma con una punta di orgoglio che mi fece sorridere:
«Poi stasera devo andare a una festa e voglio essere figa. Tutto qui.»
L’altra insistette, chiaramente infastidita:
«Ma dai… sei esagerata! Sembri una di quelle che vanno in tv!»
E di nuovo i ragazzi, più sfacciati:
«Cazzo che figa che sei! Non ti avevamo mai vista così!»
«Oggi fai girare la testa a tutti, eh?»
Giulia rise, una risata leggera ma sicura, e rispose con tono provocante:
«C’è sempre una prima volta… ma non sarà nemmeno l’ultima, vedrete!»
Sentii i ragazzi fischiare e commentare tra loro mentre lei si allontanava verso la sua postazione. Le voci si fecero più lontane, ma il tono di apprezzamento rimase chiaro.
Io rimasi seduto alla scrivania, con il cuore che batteva ancora forte e un sorriso mezzo eccitato mezzo preoccupato sulle labbra.
“Porca puttana…” pensai.
Giulia aveva appena acceso un fuoco in ufficio. Tutti l’avevano notata. Tutti l’avevano desiderata. E lei, la mia dolce segretaria di ieri, aveva risposto con quella sicurezza nuova, quasi arrogante, da donna che sa di essere guardata e che ci gode.
Sapevo che da oggi niente sarebbe stato più come prima. I colleghi avrebbero spettegolato, avrebbero fatto commenti, qualcuno avrebbe provato ad avvicinarsi. E lei… lei adesso aveva dentro di sé la mia sborra, ancora calda, e camminava per l’ufficio con quel vestito rosa shocking e le calze a rete, sapendo perfettamente cosa stava facendo.
Pochi minuti dopo arrivò un messaggio sul mio telefono.
Giulia:
«Hanno notato tutti… mi stanno guardando come se fossi una troia.
Mi piace da morire.
La tua sborra mi cola un po’ nelle mutandine…
Pensa che tra poco dovrò alzarmi per portare delle pratiche…
e tutti vedranno che camminata ho oggi
La tua troia ti saluta, amore.»
Rimasi a fissare lo schermo, il cazzo che pulsava di nuovo nei pantaloni.
La giornata prometteva di essere lunghissima… e pericolosissima.
La mattinata passò in un turbine di riunioni veloci, consegne di lavoro e commenti di routine. Uno dopo l’altro i dipendenti entrarono nel mio ufficio per ricevere istruzioni, firmare documenti, chiedere chiarimenti. Io facevo del mio meglio per sembrare il solito capo calmo e professionale, ma dentro ero un casino: il Cialis ancora in circolo, il ricordo del corpo di Giulia sulla scrivania, il suo profumo che mi era rimasto addosso.
Erano le 9:30 quando il telefono vibrò.
Era Livia.
Aprii il messaggio e lessi:
«Amore stiamo arrivando.
Edo mi dice di prepararti che avrai tanta sborra da leccare…
Mi ha appena riscopato in auto e mi ha riempito nuovamente per te, amore…
Ti amo. Ho voglia della tua lingua oggi. Non ho ancora fatto la doccia e mi dovrai fare tu il bidet con la tua lingua, tesoro. Non vedo l’ora di avere la tua testa fra le mie cosce…
Sono la tua mogliettina tanto troia e la puttana di Edo.
Ieri sera mi ha fatto scopare con altri due amici e sai uno lo conosci bene anche tu… è quel tuo cliente di Lodi, Roberto G.
È stato tanto contento di montare tua moglie… ha detto che verrà presto a trovarti in ufficio anche lui.
E tesoro… ha un cazzo… oddio che cazzone!!!!»
Rimasi immobile sulla poltrona, il telefono stretto in mano.
Le parole di Livia mi colpirono come uno schiaffo caldo e umiliante. La immaginai seduta in macchina accanto a Edo, con la figa ancora piena della sua sborra fresca, le cosce appiccicose, mentre mi scriveva queste cose con quel tono eccitato e affettuoso allo stesso tempo.
Roberto G.
Quel cliente di Lodi con cui avevo fatto affari per anni. Un uomo sposato, sulla cinquantina, sempre elegante e un po’ arrogante. Ora aveva scopato mia moglie. E a quanto pare gli era piaciuto parecchio.
Il pensiero di lui che la montava, del suo “cazzone” che la apriva, mi provocò una fitta allo stomaco mista a un’eccitazione malata che conoscevo fin troppo bene.
Risposi con le dita che tremavano leggermente:
«Va bene amore… vi aspetto.
Sono pronto a leccarti tutta.
Dimmi solo quando arrivate.»
Lei rispose quasi subito, con un vocale questa volta. La sua voce era roca, ancora un po’ affannata:
«Tra una ventina di minuti siamo lì.
Edo vuole che tu sia già in ginocchio quando entriamo.
Dice che prima mi fai il bidet con la lingua e poi lui decide se farti guardare mentre mi usa di nuovo… o se ti fa pulire anche Roberto quando verrà.
Ti amo, cornutino mio.»
Chiusi il telefono e mi appoggiai allo schienale della poltrona.
Nel frattempo Giulia era alla sua postazione, probabilmente con la mia sborra ancora dentro di lei che le colava lentamente nelle mutandine mentre lavorava. Livia stava arrivando, piena di sborra di Edo e di Roberto, pronta a farsi leccare da me.
Due donne. Due mondi. Due voglie completamente diverse che mi stavano tirando da parti opposte.
E io, seduto nel mio ufficio, con il cuore che batteva forte e il cazzo che ricominciava a pulsare, non sapevo più quale delle due mi eccitasse di più in quel momento.
Il tempo scorreva.
Tra poco la porta si sarebbe aperta e la mia mogliettina troia sarebbe entrata… ancora una volta per ricordarmi esattamente chi ero diventato.
Dopo neanche dieci minuti sentii un’auto arrivare nel cortile sgommando e frenando bruscamente. Era sicuramente lui: il rombo potente del Mercedes di Edo non si poteva confondere.
Pochi secondi dopo arrivò il ticchettio rapido e familiare dei tacchi di Livia nel corridoio, accompagnato dalla voce profonda di Edo che rideva forte per qualche battuta. Riuscii a cogliere solo frammenti:
«…e quel coglione sarà già lì in ginocchio ad aspettare la sua dose di sborra… ahahah!»
La porta del mio ufficio si spalancò di colpo.
Livia entrò quasi correndo, bellissima e devastata allo stesso tempo. Si precipitò su di me, mi buttò le braccia al collo e mi strinse forte.
«Maritinooooooo cornutone! Mi sei mancatooooooo!»
Il suo odore mi colpì come uno schiaffo in pieno viso: un mix denso, pesante, animale di cazzi, sborra, sudore e sesso. Anche i capelli erano impregnati. Sul lato sinistro una ciocca era ancora impiastricciata da un grosso grumo di sperma secco, ormai opaco e incrostato. Aveva il trucco sfatto, le labbra gonfie, gli occhi lucidi di chi ha passato la notte a farsi usare senza sosta.
Mi eccitai all’istante. Cazzo, quanto era bella così: imperiosa, sfacciata, ma così dannatamente usata.
Dietro di lei Edo entrò con calma, chiuse la porta con un calcio e scoppiò a ridere guardandomi.
«Ti sei ammazzato di seghe stanotte, cornuto schiavo? O hai tenuto il cazzetto buono per quando tornava la tua mogliettina piena di roba vera?»
Livia mi baciò sulla bocca con foga, senza darmi il tempo di rispondere. La sua lingua sapeva di sperma, di fumo, di alcol e di figa. Mi infilò la mano tra i capelli e mi tenne stretto mentre mi leccava le labbra.
«Amore… ho tanta roba dentro» mormorò contro la mia bocca, la voce roca e calda. «Edo mi ha riempito di nuovo in macchina prima di arrivare… e stanotte Roberto mi ha scopato come una puttana. Mi ha lasciato il segno, guarda…»
Si tirò su il vestito corto con una mano e mi mostrò la figa: gonfia, rossa, ancora aperta, con un filo denso di sborra fresca che le colava lentamente lungo la coscia interna.
Edo si sedette comodamente sulla poltrona degli ospiti, accavallò le gambe e tirò fuori un sigaro.
«Forza cornuto, in ginocchio. La tua mogliettina ha bisogno del suo bidet personale. Lecca tutto quello che ti abbiamo preparato… e fai un bel lavoro, perché dopo voglio vedere se sei ancora capace di farla venire con quella linguetta da schiavo.»
Livia mi guardò con occhi pieni di amore malato e di eccitazione pura.
«Dai tesoro… mettiti in ginocchio. Voglio sentire la tua lingua che pulisce tutto… specialmente il cazzone di Roberto. Ti è piaciuto sapere che mi ha scopato, vero?»
Edo rise di nuovo, tirando una boccata dal sigaro.
«Muoviti, cagnolino. La puttana di casa è tornata e ha bisogno di essere pulita dal suo maritino cornuto.»
Io ero già in piedi, il cuore che martellava, il cazzo duro nei pantaloni, lo sguardo fisso sulla figa colante di mia moglie e sul grumo di sborra secca che le pendeva dai capelli.
Livia mi posò una mano sulla spalla e spinse dolcemente verso il basso.
«In ginocchio, amore… fai il bravo.»
Edo si accomodò meglio sulla poltrona, con quel ghigno di superiorità stampato in faccia, e mi puntò il dito contro.
«Ricordati qual è il tuo ruolo, marito schiavo e cornutissimo. Avresti già dovuto essere in ginocchio ad aspettarci, invece sei ancora in piedi come un coglione. Hai disobbedito.»
Si slacciò i pantaloni con calma, tirò fuori il suo cazzo ancora mezzo duro e lucido, e fece un cenno a Livia.
«Troia, vieni qui in braccio a me che ti tengo io la figa ben aperta per farti pulire dal cornuto. Così fra una leccata e l’altra mi farà anche il bidet al mio cazzo.»
Poi mi guardò con disprezzo divertito.
«E prima chiudi quella cazzo di porta, altrimenti lo sputtanamento aumenta. Chissà quanto staranno sparlando i tuoi dipendenti dopo aver visto Livia conciata così stamattina… e poi la tua segretaria, hahaha! Chissà cosa gli avrà raccontato quella troietta.»
Livia mi sorrise con occhi lucidi di eccitazione, si avvicinò a Edo e si sedette a cavalcioni su di lui, la schiena contro il suo petto. Edo le afferrò le cosce con forza e gliele aprì larghe, esponendo completamente la sua figa gonfia e stillante.
«Brava Livia, allarga bene le gambe per il tuo cornuto» ordinò Edo. Poi si rivolse a me: «Tu striscia qui a leccare la mogliettina, la mia puttana. Ti do il privilegio di pulire la figa piena di sborra calda calda appena depositata. Dai, veloce, non ho tutta la mattina!»
Ero titubante, il cuore che mi batteva fortissimo nel petto, la vergogna che mi bruciava la faccia… ma l’eccitazione era più forte di tutto. Mi misi in ginocchio davanti a loro, tra le gambe aperte di mia moglie.
Cazzo… che puzzo.
La figa di Livia emanava un odore intenso, denso, animalesco: sborra fresca mescolata a quella vecchia, sudore, eccitazione femminile. Le labbra erano rosse, gonfie, semiaperte, e un filo spesso di sperma biancocolato le usciva lentamente dall’interno.
Mi avvicinai e iniziai a leccare. Il sapore era fortissimo, salato, amaro, viscido. Leccavo con la lingua larga, raccogliendo grumi densi di sborra che ancora colavano fuori. Livia gemeva piano, spingendo il bacino verso la mia bocca.
«Mmm… così amore… lecca tutto… puliscimi per bene…»
Edo rideva sopra di lei, tenendo le sue cosce spalancate.
«E non provare a venirti nei calzoni, porco» mi avvertì con tono minaccioso. «Dopo mi scoperò ancora Livia qui davanti a te… e sarai tu ad infilare il mio cazzo dentro la sua figa. Chiaro?»
Continuai a leccare in silenzio, la lingua che entrava tra le labbra gonfie di mia moglie, succhiando via la sborra calda che Edo le aveva appena lasciato dentro. Ogni tanto la mia lingua sfiorava anche le palle di Edo, che teneva il cazzo appoggiato contro la figa di Livia, pronto per il “bidet” che mi aveva promesso.
Livia mi accarezzava i capelli con una mano, ansimando:
«Bravo cornutino… lecca tutto quello che il tuo Padrone mi ha messo dentro… senti che buona che è la sborra di Edo…»
Edo tirò una boccata dal sigaro che aveva acceso e aggiunse, ridendo:
«Più a fondo, schiavo. Voglio sentire la lingua che mi pulisce anche il cazzo mentre lecchi la figa della tua mogliettina. Oggi sei solo il nostro straccio da sborra.»
Ero in ginocchio, con la faccia affondata tra le cosce di Livia, il sapore forte di sperma che mi riempiva la bocca, l’odore che mi impregnava il naso… e il cazzo che mi pulsava dolorosamente nei pantaloni, duro come il marmo.
Leccavo con devozione la figa gonfia e stillante di Livia, la lingua che entrava tra le labbra tumide, raccogliendo grumi densi di sborra fresca. Poi scendevo più giù, leccando anche il suo culo ancora dilatato dal plug della notte prima. Il sapore era fortissimo, quasi soffocante: sborra, umori femminili, sudore.
Il cazzo di Edo, appoggiato contro la figa di mia moglie, cominciò a indurirsi sotto la mia lingua. Più lo leccavo, più si gonfiava. La cappella grossa e viola premeva sempre di più contro le grandi labbra di Livia, che ormai gemeva piano, spingendo il bacino verso la mia faccia.
«Bravo maritino… così… lecca la troia… sììì… mi sei mancatoooo…» ansimò Livia, la voce rotta dal piacere.
Un attimo dopo venne, fremendo violentemente. La sua figa si contrasse sulla mia lingua, rilasciando un fiotto caldo di umori mescolati alla sborra. Io continuai a leccare senza fermarmi, succhiando tutto.
Edo, eccitato, ringhiò dall’alto:
«Cornuto di merda, ora infila la punta del mio cazzo nella figa di tua moglie!»
Con le mani che tremavano ubbidii. Presi quel cazzo grosso e duro, lo allineai all’apertura fradicia di Livia e lo spinsi dentro di lei per qualche centimetro. Edo diede un colpo di reni e la penetrò completamente con un’unica spinta profonda.
Livia urlò di piacere, ancora scossa dai fremiti dell’orgasmo precedente.
«Aaaahhh… sììì… riempimi!»
Edo la tenne ferma per i fianchi e ordinò con voce crudele:
«Ora cornuto, non stare lì impalato a guardare. Forza, aiuta tua moglie a cavalcare il mio cazzo. Falle da sgabello: sdraiati ai nostri piedi così lei farà meno fatica a cavalcarmi.»
Come uno zerbino ubbidii senza fiatare.
Mi sdraiai sul pavimento freddo dell’ufficio, proprio ai piedi della poltrona. Edo e Livia si spostarono leggermente in avanti. Livia piantò i tacchi alti sul mio toracee e su una gamba, usando il mio corpo come appoggio. Poi cominciò a cavalcare il cazzo di Edo con foga crescente.
Sentivo i suoi tacchetti affondarmi nella pelle a ogni movimento. Su e giù, su e giù. Il rumore bagnato e osceno della figa di mia moglie che ingoiava quel cazzone riempiva la stanza. Ogni volta che scendeva fino in fondo, il suo culo mi sfiorava e sentivo l’odore fortissimo di sesso.
Livia gemeva senza controllo:
«Oddio… che cazzo grosso… mi spacca… sììì… così…»
Edo rideva, tenendole i fianchi e spingendo dal basso.
«Brava puttana, cavalca. Usa il tuo cornuto come tappetino. Senti come ti tiene su mentre ti faccio godere?»
Io ero lì, schiacciato sotto di loro, dolorante per i tacchi di Livia, guardavo la figa di mia moglie che veniva aperta e riempita senza pietà. Il cazzo mi pulsava nei pantaloni, duro e umiliato.
Livia accelerò il ritmo, cavalcando sempre più forte, i tacchi che mi si piantavano nella carne.
«Amore… guardami… guardami mentre mi faccio fottere dal Padrone…»
Edo mi diede un calcetto leggero sulla spalla.
«Bravo zerbino. Resta lì buono. Oggi la tua mogliettina la uso fino a farla urlare.»
Fu una cavalcata interminabile.
Livia godeva senza freni, cavalcando il cazzo di Edo con movimenti sempre più selvaggi, i tacchi piantati dolorosamente nella mia schiena. Ogni volta che scendeva fino in fondo gemeva forte, umiliandomi con le parole:
«Guarda cornutino… guarda come mi riempio del cazzo del mio Padrone… tu non mi dai più queste sensazioni… solo lui sa come sfondarmi…»
Edo ansimava sempre più veloce, le mani strette sui fianchi di mia moglie, spingendo dal basso con forza animale. Poi, all’improvviso, la bloccò con un ringhio profondo: la tenne schiacciata giù, il cazzo affondato completamente dentro di lei, e schizzò l’ennesima dose di sborra calda.
Livia urlò di piacere, il corpo scosso da spasmi violenti mentre lui la riempiva ancora una volta.
Era un vero toro. Bisognava ammetterlo.
Io ero lì sotto, schiacciato sul pavimento, geloso, invidioso, rotto nel corpo e nell’anima. Mi facevano male per i tacchi di Livia, il petto mi si stringeva per l’umiliazione. Il mio ruolo di zerbino inutile cominciava a pesarmi davvero. Ero il marito di una ninfomane incallita, un uomo ridotto a tappetino umano mentre un altro la usava come voleva.
Eppure… il cazzo mi pulsava duro e dolorante nei pantaloni, tradendomi come sempre.
Quando ebbero finito, Livia rimase qualche secondo immobile sopra Edo, ansimante, con il cazzo ancora dentro di lei. Poi si alzò lentamente. Un rivolo spesso di sborra fresca le colò subito fuori dalla figa aperta e gocciolò sul mio petto.
Mi guardò dall’alto con un sorriso soddisfatto, quasi tenero nella sua crudeltà.
«Bravo maritino… ora stai lì buono. Vengo a nutrirti con lo sperma del Padrone.»
Si accucciò proprio sopra il mio viso, le cosce aperte, la figa gonfia e colante a pochi centimetri dalla mia bocca. La sborra di Edo usciva in grossi grumi densi, bianca e viscida, mescolata ai suoi umori.
Edo rideva forte dalla poltrona, guardando la scena con gusto.
«Brava puttana! Dai da mangiare al cornuto. Fagli assaggiare quanta roba gli ho messo dentro stanotte e stamattina.»
Livia abbassò lentamente il bacino fino a premere la figa fradicia contro la mia bocca.
«Lecca, amore… lecca tutto. Puliscimi per bene… è tutto per te.»
Aprii la bocca e iniziai a leccare. Il sapore era fortissimo, caldo, denso. La sborra fresca di Edo mi riempiva la lingua mentre Livia si strusciava piano sulla mia faccia, usandomi come un tovagliolo umano.
«Così… bravo… mangia la sborra del tuo Padrone… senti come è buona? È tanto che non ti davo una dose così abbondante…» mormorava lei con voce dolce e crudele allo stesso tempo, intanto si strusciava forte e gemeva di quel contatto.
Edo continuava a ridere, il sigaro tra le dita.
«Guardalo… il cornuto che mangia la mia crema direttamente dal buco della moglie. Questo è il tuo posto, schiavo. A terra, sotto di noi.»
Livia gemette piano mentre io succhiavo e leccavo più a fondo, ingoiando tutto quello che mi dava.
«Ti amo, cornutino mio…» sussurrò lei, accarezzandomi i capelli sporchi di sborra. «Anche se ora sei solo il mio straccio… ti amo lo stesso.»
Ero distrutto.
Il corpo dolorante per essere stato usato come tappetino, la pelle segnata dai tacchi di Livia, la faccia lucida e appiccicosa di sborra. Ma soprattutto ero distrutto dentro. Mi odiavo. Mentre due stanze più in là c’era Giulia, una donna giovane, morbida, piena di voglia vera, che bramava me come uomo… io ero qui, sdraiato per terra, a leccare la sborra di un altro dalla figa di mia moglie.
Eccitato come un porco.
Distrutto come uomo.
Avrei voluto sparire. Sprofondare nel pavimento e non esistere più.
Livia se ne accorse.
Si alzò dalla mia faccia, si sdraiò sopra di me, il corpo caldo e ancora sudato premuto contro il mio. Mi baciò dolcemente, con una tenerezza quasi straziante, guardandomi dritto negli occhi. I suoi capelli sporchi di sperma secco mi sfioravano la fronte.
«Amore mio…Ti Amoooo» sussurrò piano, la voce dolce. «Lo so… lo vedo. Ma sei il mio cornutino… e io ti amo così.»
Edo, dalla poltrona, osservava la scena con un sorrisetto crudele. Il suo sguardo scese sui miei pantaloni, cercando la macchia rivelatrice. Quando non la trovò, alzò un sopracciglio, sorpreso e divertito.
«Ma servo della gleba… non sei venuto? Come mai? Ti sei fatto troppe seghe questa notte pensando alla mia puttana?»
Rise forte, poi il tono diventò un ordine secco:
«Dai, ora mettiti in piedi davanti a noi e segati. Ti do il permesso. Fai vedere alla mia puttana il tuo inutile, patetico cazzo… e sborrati in mano. Voglio vedere quanta ne fai.»
Livia si spostò di lato, ancora sdraiata sul pavimento accanto a me, e mi guardò con occhi pieni di aspettativa morbosa.
«Dai tesoro… fallo. Fammi vedere quanto ti eccita tutto questo…»
Mi alzai lentamente, le gambe molli. Mi slacciai i pantaloni con mani tremanti e li abbassai insieme alle mutande. Il mio cazzo schizzò fuori: duro, gonfio, la cappella lucida di precum, ma ancora non venuto.
Edo fece un gesto con la mano, come a dire “avanti”.
«Forza, cornuto. Segati per noi. Voglio vedere quel patetico cazzetto che schizza mentre guardi la figa di tua moglie ancora piena della mia sborra.»
Livia si mise seduta, le gambe aperte, la figa rossa e colante ancora in bella vista. Mi guardava con amore malato e curiosità.
«Fallo per me, amore… segati guardando quanto sono stata usata…»
Presi il cazzo in mano, iniziando a muoverlo lentamente. Mi sentivo umiliato, ridicolo, patetico… eppure il piacere era lì, bruciante. Edo e Livia mi fissavano entrambi, uno con disprezzo divertito, l’altra con tenerezza perversa.
«Più veloce» ordinò Edo. «E non ti azzardare a venire senza chiedere il permesso.»
Livia si passò due dita sulla figa, raccolse un po’ di sborra e se le leccò, guardandomi negli occhi.
«Dai maritino… fammi vedere quanto mi ami… sborra per la tua mogliettina troia.»
Ero lì, in piedi davanti a loro, a segarmi il cazzo come un cane ammaestrato, mentre il peso di tutto quello che ero diventato mi schiacciava il petto.
Mi segai con la mano che tremava, gli occhi chiusi, la testa piena di immagini che si sovrapponevano senza pietà.
Giulia sotto la doccia, il suo corpo morbido che tremava mentre la riempivo.
Livia in ginocchio che succhiava il vecchio, le mollette sui capezzoli, il cazzone di Roberto che la sfondava.
La figa di Livia diventata una latrina per cazzi, aperta, gonfia, sempre piena di sborra altrui.
Ero frastornato, eccitato da morire, con il Cialis che mi teneva il cazzo duro come pietra nonostante tutto.
Ci misi qualche minuto. Edo cominciò a spazientirsi.
«Muoviti, cornuto. Non ho tutto il giorno per guardare questo spettacolo patetico.»
Livia invece si era avvicinata. Si era messa in ginocchio davanti a me, il viso a pochi centimetri dal mio cazzo. Sentivo il suo alito caldo sulle dita mentre mi segavo. Mi guardava con occhi lucidi di eccitazione pura, quasi adorante.
«Dai amore… fammi vedere… sborra per me…»
Alla fine non resistetti più.
Venni forte, con un gemito rauco e strozzato.
Schizzi potenti di sperma schizzarono fuori dal mio cazzo e colpirono direttamente il viso di Livia: uno sulla guancia, uno sul naso, uno sulle labbra, un altro sulla fronte. Il getto fu abbondante, denso, viscido. Le imbrattai tutta la faccia mentre lei teneva la bocca semiaperta, godendosi ogni schizzo.
Edo si incazzò all’istante.
«Ma che cazzo fai, idiota?!» ringhiò. «Hai sporcato la mia puttana senza permesso! Chi cazzo ti ha detto di venire sulla sua faccia?»
Io ero lì, con la vista annebbiata dal piacere, la mano ancora stretta intorno al cazzo e piena di sperma che colava tra le dita. Il respiro affannato, le gambe molli.
Livia invece sorrideva felice, il viso lucido del mio sperma, una goccia che le pendeva dal mento.
Edo si alzò dalla poltrona, furioso e divertito allo stesso tempo.
«Ora lecca tutto, schiavo. Lecca il viso della mia vacca e la tua mano lurida. Pulisci tutto con la lingua, subito!»
Livia si avvicinò ancora di più, offrendomi la faccia sporca.
«Dai tesoro… leccami… puliscimi il viso con la lingua. Mangia la tua stessa sborra… fai vedere al Padrone quanto sei obbediente.»
Mi chinai su di lei, ancora in ginocchio, e iniziai a leccare. La lingua passava sulla sua guancia, sul naso, sulle labbra, raccogliendo il mio stesso sperma. Il sapore era salato, familiare, umiliante. Leccai tutto, anche la goccia che le pendeva dal mento, poi mi portai la mano alla bocca e leccai via anche quello che mi era rimasto sulle dita.
Edo ci guardava dall’alto, scuotendo la testa con disprezzo.
«Che schifo di cornuto… lecca la tua stessa sborra dalla faccia della moglie che ho appena riempito. Questo è il massimo che sai fare.»
Livia mi accarezzò i capelli mentre io finivo di pulirla, la voce dolce e perversa:
«Bravo maritino… bravo… hai visto quanto ne hai fatta? Sei stato bravo… Ti Amo!»
Edo si risedette, accendendosi un altro sigaro.
Io ero lì, in ginocchio, la bocca piena del sapore della mia stessa sborra, il cuore a pezzi e il cazzo ancora mezzo duro.
Distrutto.
Eccitato.
Completamente perso.
Edo si stiracchiò sulla poltrona con aria soddisfatta, poi diede un paio di schiaffetti sul culo di Livia.
«Dai puttana, ora basta. Il maritino ha goduto sin troppo per oggi.»
Guardò prima lei, poi me, con quel suo sorriso arrogante.
«Vuoi venire via con me che ti porto a casa a rinfrescarti, o vuoi che ti lasci qui a consolare questo patetico maritino?»
Livia mi guardò per un secondo, ancora con il mio sperma che le colava sul viso, poi si voltò verso Edo con un sorrisetto:
«Vengo con te, Padrone devo pulirmi sono un disastro.»
Edo annuì, poi si rivolse a me, puntandomi il dito contro:
«Fra parentesi, cornuto… guarda che dopo domani pomeriggio viene a trovarti Roberto. Vero le 17:30 vuole montare Livia nella tua officina. Vuole trovarla legata su un tavolino o qualcosa che hai… sei tu l’ingegnere, inventati qualcosa. Nuda, legata, con figa, culo e bocca aperti e disponibili. Io passerò più tardi ad ammirare i buchi della mia puttana aperti e pieni. Tu fino al mio arrivo non azzardarti a leccarli. Devi solo assistere alla monta, ma senza segarti!»
Fece una pausa, poi concluse con tono imperioso:
«Ora voglio un caffè e poi ce ne andiamo. Fai venire qui quella bella troietta della tua segretaria che la voglio vedere bene e dille di farci due caffè!»
Rimasi fermo per un secondo, ancora in ginocchio, con il sapore della mia stessa sborra in bocca e il cuore che mi martellava nel petto.
Livia mi diede un ultimo bacio leggero sulle labbra, sporcandomi di nuovo con il mio sperma, e sussurrò:
«Fai come dice il Padrone, amore…»
Mi alzai lentamente, mi sistemai i pantaloni e presi il telefono interno. Composi il numero della postazione di Giulia con le dita che ancora tremavano.
«Giulia… per favore, puoi venire un attimo nel mio ufficio? E porta due caffè, grazie.»
Pochi minuti dopo bussarono alla porta.
Giulia entrò con il vassoio in mano. Appena vide la scena si bloccò per un istante: Livia in piedi, il viso ancora sporco di sperma, il vestito stropicciato, l’odore di sesso che aleggiava pesante nell’aria. Poi vide Edo seduto comodamente sulla poltrona.
Giulia arrossì violentemente, ma cercò di mantenere un tono professionale.
«Buongiorno… ecco i caffè.»
Edo la squadrò da capo a piedi con sguardo famelico, soffermandosi sulla scollatura profonda e sulle forme abbondanti.
«Cazzo… ma guarda che bella troietta che hai come segretaria» disse ad alta voce, senza nessun filtro.
Io intervenni e dissi Edo che cazzo dici?
Lui scocciato del mio rimprovero... «Ma cazzo com'è elegante e che ho detto... Mamma mia mica è così permalosa questa bella Signorina.»
Giulia mi lanciò un’occhiata rapidissima, un misto di imbarazzo, eccitazione e paura. Poi fece due passi avanti e posò il vassoio sulla scrivania.
Edo sorrise soddisfatto, bevve un sorso di caffè e senza farsi scrupolo di Giulia continuò:
«Domani pomeriggio viene qui la tua mogliettina alle 17:30, la leghi nuda e ben aperta nell’officina e la prepari per Roberto. Chiaro?»
Poi guardò Giulia con un ghigno:
«E tu… magari un giorno ti inviteremo alla festa. Che ne dici?»
Livia si avvicinò a me, mi diede un ultimo bacio sulla guancia e sussurrò:
«Ci vediamo stasera a casa, cornutino mio… comportati bene.»
Edo si alzò, prese Livia sotto braccio e si diresse verso la porta.
Prima di uscire si voltò un’ultima volta:
«Ricordati: niente leccate fino al mio arrivo. Solo guardare. E prepara bene la mia Puttana in officina per Roberto.»
La porta si chiuse dietro di loro.
Rimasi solo in ufficio, con il caffè che fumava sulla scrivania, il viso ancora sporco, il cazzo mezzo duro e la mente completamente a pezzi.
Giulia era ancora lì, in piedi davanti a me, con gli occhi spalancati.
«Gianni…» mormorò piano, quasi senza voce. «Stai… stai bene?»
Giulia si avvicinò lentamente, gli occhi dolci ma decisi. Si chinò su di me per baciarmi.
Io mi ritrassi di scatto, voltando la faccia di lato.
«Scusa…» mormorai con voce rauca, piena di vergogna. «Ho la bocca sporca della sborra di Edo… e della figa di mia moglie. Sai che sono un vecchio pervertito, Giulia… perdonami. Non ti merito. Mi faccio schifo da solo… ma non riesco a trattenermi e a non essere usato da loro.»
Le parole mi uscirono pesanti, cariche di disgusto verso me stesso.
Giulia, invece di ritrarsi o mostrare ribrezzo, fece esattamente il contrario.
Si buttò addosso a me con forza, mi avvolse le braccia intorno al collo e mi strinse in un abbraccio caldo e disperato. Il suo corpo morbido e profumato premette contro il mio, ancora sporco e umiliato.
«Gianni… non me ne frega nulla» sussurrò con voce ferma, quasi arrabbiata per la mia vergogna. «Baciami. Baciami lo stesso. Sono la tua troietta… ma tua. Solo tua.»
Mi prese il viso tra le mani, senza darmi il tempo di scappare, e mi baciò con passione. La sua lingua entrò nella mia bocca senza esitazione, assaporando tutto: il sapore residuo della sborra di Edo, il gusto della figa di Livia, il mio stesso sperma che ancora mi impregnava le labbra.
Non si fermò. Mi baciò più forte, più profondo, come se volesse cancellare con quel bacio tutta la mia umiliazione. Sentivo il suo seno abbondante schiacciato contro il mio petto, il suo respiro caldo che mi entrava nei polmoni.
Quando si staccò appena, aveva le labbra lucide e un filo di saliva che ci univa. Mi guardò dritto negli occhi, senza un briciolo di disgusto.
«Lo sento il sapore… e non mi importa» disse piano. «È il sapore di quello che sei. E io ti voglio così. Tutto quanto. Il tuo lato sporco, il tuo lato debole, il tuo lato porco… lo voglio tutto.»
Mi accarezzò la guancia con il pollice, togliendo una piccola traccia di sborra secca.
«Sei il mio uomo, Gianni. Anche quando ti fai usare. Anche quando ti senti uno schifo. Soprattutto allora.»
Poi mi baciò di nuovo, più dolcemente questa volta, ma con la stessa fame.
«Dimmi che sono la tua troietta… dimmi che sono solo tua» mormorò contro le mie labbra. «E baciami ancora. Non mi importa quanto sei sporco.»
Ero lì, abbracciato a lei nel mio ufficio, con il sapore di Edo e Livia ancora in bocca, il cuore a pezzi e il corpo che tremava… eppure Giulia mi stringeva come se fossi la cosa più preziosa del mondo.
Quel bacio sporco… quell’abbraccio dolce e possessivo… quella sua voglia di donarmi tutta se stessa senza limiti… mi piaceva da morire.
Mi crogiolavo in lei. La baciavo forte, con fame, stringendola a me con entrambe le braccia. Sentivo il suo corpo morbido che si scioglieva contro il mio, le sue curve pericolose che premevano sul mio petto. L’aria della stanza era ancora intrisa di sesso: l’odore denso di sborra, di figa usata, di sudore, e sopra tutto il fumo corroborante del sigaro di Edo che aleggiava come una presenza maligna.
Giulia si stava eccitando da quel mix proibito. Lo sentivo dal suo respiro sempre più corto, dal modo in cui mi stringeva il collo, dal tremito leggero delle sue cosce contro le mie.
Si staccò appena dal bacio, giusto il tempo di guardarmi intensamente negli occhi. Aveva le pupille dilatate, le labbra gonfie e lucide.
«Ti amo, Gianni… ti voglio così» sussurrò con voce rotta. «Ti giuro, nessun uomo mi ha mai fatto sentire così… neppure quando ero ragazza e frequentavo quell’amico di mio papà… quel vecchio maiale che mi ha sverginata. Mi ha insegnato tutto: a fare i pompini, a prenderlo in macchina, in campagna… mi scopava tante volte. Ma tu… tu sei tu. Quando sono abbracciata a te mi sento tua. Mi sento esplodere di desiderio. Non mi era mai successo prima. Sono innamorata di te!»
Le sue parole mi colpirono dritto al petto. La guardai, accarezzandole il viso con il pollice.
«Giulia… sei un fiore, un vento fresco che sa di amore. Sei una donna meravigliosa… non voglio farti del male. Mi sembra di sporcarti solo baciandoti.»
Lei scosse la testa, sorridendo con gli occhi lucidi.
«Tu non mi sporchi… tu mi fai sentire bene. Desiderata. Viva. Lo sento il tuo cazzo… non mente. Mi desideri.»
Fece una piccola pausa, poi la voce diventò più bassa, quasi supplichevole:
«Gianni… che voglia mi fai venire… poi sapendoti così porco… oddio mi sciolgo. Ho la figa che cola… ti prego, toccami. Fammi sentire tua… così, mentre ci baciamo.»
Non potei resistere.
Allungai la mano destra, la infilai sotto il vestito rosa shocking, scostai le mutandine bagnate e trovai la sua fighetta calda, pulsante e totalmente fradicia. Era fradicia sul serio: le dita scivolarono subito tra le labbra gonfie, bagnate dei suoi umori e ancora un po’ della mia sborra di prima.
Iniziai a masturbarla dolcemente, con movimenti lenti e circolari sul clitoride, poi due dita che entravano piano dentro di lei. Giulia gemette nella mia bocca, un gemito profondo che mi vibrò direttamente in gola.
Ci baciammo intensamente, forte, quasi con rabbia. La sua lingua danzava con la mia mentre io continuavo a toccarla, sentendo la sua figa contrarsi intorno alle mie dita. Lei si lasciava andare completamente, pesando sulle mie spalle, i gemiti che diventavano sempre più acuti ma strozzati dal bacio.
Venne così.
Un orgasmo lungo, profondo, silenzioso all’esterno ma violento dentro. Il suo corpo tremò contro il mio, la figa che pulsava forte intorno alle mie dita, un fiotto caldo che mi bagnò tutta la mano. Lasciò pesare tutto il peso sulle mie spalle, il viso nascosto nel mio collo, mentre i sussulti le attraversavano il corpo.
Io continuai a baciarla piano, dolcemente, mentre lei riprendeva fiato, le dita ancora dentro di lei che la accarezzavano con delicatezza.
Quando riaprì gli occhi, erano lucidi e pieni di qualcosa di molto più grande del semplice desiderio.
«Gianni…» sussurrò contro le mie labbra, la voce ancora tremante. «Ti amo da morire.»
Restammo così, abbracciati nel mio ufficio, con il mondo fuori che continuava a girare, mentre dentro di noi tutto era un casino bellissimo e pericoloso.
Il telefono sulla scrivania squillò proprio mentre Giulia era ancora stretta a me, il viso nascosto nel mio collo.
Risposi con la mano libera, cercando di sembrare normale.
«Pronto?»
Era la ragazza dell’amministrazione, con un tono un po’ seccato:
«Ingegnere, sta per arrivare il Signor B… sa che ha un appuntamento. Ma scusi, non trovo Giulia da nessuna parte. Si deve occupare lei di queste cose, no?»
Sorrisi tra me e me. La stronzetta era chiaramente invidiosa.
«Sì, ricordo. Va bene, non si preoccupi. Giulia mi ha portato una pratica, è qui con me. Per cortesia, accolga lei il Signor B e lo faccia accomodare in sala riunioni. Gli offra un caffè, per favore. Mi avvisi quando è pronto, arrivo io.»
Riattaccai.
Giulia alzò la testa e mi guardò con un sorrisetto malizioso.
«Hahaha… la stronzetta è invidiosa di avermi vista così sexy oggi. Lei secca secca…»
Rise piano, stringendosi ancora di più contro di me, il seno morbido premuto sul mio petto.
«Non vorrei più staccarmi da te, Gianni…» mormorò con voce calda, quasi lamentosa. «Ma ora devi lavarti un po’… puzzi troppo di sborra e di figa… ahahaha!»
Mi diede un ultimo bacio veloce sulle labbra, poi si staccò controvoglia. Raccolse le tazzine sporche e il vassoio dal tavolo, sistemandosi il vestito con un gesto rapido.
Prima di uscire si voltò verso di me, sculettando in modo esagerato e provocante, il vestito rosa che le fasciava le curve.
«Vado a mettere a posto queste… e tu vai a darti una sistemata, amore. Non vorrai ricevere il cliente con la faccia che sa di figa di tua moglie e di sborra, no?»
Mi fece l’occhiolino, aprì la porta e uscì ancheggiando lungo il corridoio, lasciando dietro di sé solo il suo profumo dolce e il rumore dei suoi tacchi.
Rimasi solo nel mio ufficio.
L’odore di sesso era ancora fortissimo: sborra, figa, sigaro di Edo, il profumo di Giulia. Mi passai una mano sul viso e sospirai.
Andai nel bagno privato, mi lavai la faccia con cura, mi sciacquai la bocca più volte, mi sistemai i capelli e cambiai la camicia con una pulita che tenevo di riserva nell’armadio.
Mentre mi guardavo allo specchio, il pensiero correva in due direzioni opposte:
Da una parte Livia, che domani pomeriggio 'avrei stata legata nuda nell’officina per Roberto.
Dall’altra Giulia, che mi aveva appena detto «ti amo» con gli occhi lucidi, mentre mi baciava con la bocca sporca di tutto.
Mi passai le mani sul viso.
«Che cazzo di casino…» mormorai allo specchio.
Il telefono interno squillò di nuovo.
Era la ragazza dell’amministrazione:
«Ingegnere, il Signor B è arrivato e accomodato in sala riunioni.»
Feci un respiro profondo.
«Arrivo.»

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