STORY TITLE: La telefonata di Padron Edo 
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STORY

La telefonata di Padron Edo

by Vecchio
Viewed: 357 times Comments 3 Date: 13-04-2026 Language: Language

l telefono squillò alle nove e quarantacinque, e il nome “Edo” lampeggiò sullo schermo come un avvertimento. Risposi con la voce già un po’ tesa, cercando di sembrare normale.
«Pronto.»
«Sono io.» La sua voce era calma, profonda, quella di chi sa di avere già tutto sotto controllo. «Arrivo da te in ufficio verso le dieci e trenta. Voglio parlarti da solo, prima. Prepara la tua mogliettina: falla venire lì per le undici, bella, sexy, pronta. Voglio usarla per svuotarmi come si deve. Ma prima… ho una proposta da farti. Te la dico solo a voce, guardandoti negli occhi.»
Silenzio. Un secondo, due. Il mio cuore fece un salto strano.
«Va bene» riuscii solo a dire.
«Bravo. A dopo.» Clic.
Rimasi con il telefono in mano, lo schermo che si spegneva lentamente. Una proposta. Solo a voce. Perché da solo? Perché non poteva dirmela al telefono, o mentre Livia era già lì? La domanda mi si piantò nello stomaco come un chiodo. Edo non era tipo da giochetti inutili. Se voleva parlarmi da solo prima di usarla, significava che la cosa era grossa. Grossa abbastanza da non poterla dire davanti a lei. O abbastanza da volermi vedere la faccia mentre la diceva.
Mi alzai dalla scrivania e cominciai a camminare avanti e indietro nell’ufficio. Le mani sudavano. Guardai l’orologio: dieci meno venti. Tra poco sarebbe arrivato. E tra un’ora e dieci Livia sarebbe stata qui, vestita come lui voleva, profumata, depilata, con quel sorriso da brava mogliettina obbediente che nascondeva sempre un filo di paura e di voglia.
Presi il telefono e chiamai lei.
Rispose al terzo squillo, la voce ancora assonnata ma già attenta.
«Amore?»
«Livia… Edo il nostro Padrone ha chiamato.»
Un attimo di silenzio. Sentii il suo respiro cambiare.
«Che ha detto?»
Le riferii tutto, parola per parola. Il tono calmo di lui, l’ordine di prepararla, l’arrivo alle dieci e trenta da solo… e quella frase che mi martellava in testa: «prima mi vuole fare una proposta che mi dirà solo a voce».
Quando arrivai alla parte della proposta, la sentii inspirare bruscamente.
«Da solo…?» ripeté, quasi un sussurro. «E perché?»
«Non lo so.» La mia voce uscì più rauca di quanto volessi. «Non me l’ha voluto dire al telefono. Ha detto che me la fa solo guardandomi in faccia. Mi sta… mi sta mettendo ansia, Livia. Non capisco. È strano anche per lui.»
Dall’altra parte sentii il fruscio delle lenzuola, come se si fosse seduta di scatto sul letto. La sua voce era un misto di preoccupazione e di qualcos’altro… qualcosa di più scuro, più caldo.
«Anche a me fa strano» disse piano. «Perché vuole parlarti da solo prima di… usarmi? Che cavolo avrà in mente?»
Ma sotto l’ansia, lo sentivo. Quel tremito leggero nella sua voce non era solo paura. C’era anche eccitazione. L’idea di essere usata dal suo Padrone, di doverlo svuotare fino all’ultima goccia mentre io ero lì a guardare… la eccitava. Lo sapevo. Lo sentivo sempre.
«Comunque» continuai, cercando di sembrare più fermo, «devi prepararti. Fatti bella. Sexy. Come piace a lui. Doccia, crema, trucco, quel completino nero che ti lascia le tette mezze fuori… e le autoreggenti. Voglio che quando entri qui alle undici tu sia perfetta. Capito?»
«Sì… porco» mormorò lei, usando la parola che riservava a me solo quando era già bagnata. Ma stavolta la voce era incrinata. «Però… ho ansia anch’io. Quella proposta… chissà che cazzo è. E se è qualcosa di grosso? Se vuole… non so… portarmi via con lui? O peggio?»
Non risposi subito. L’immagine mi colpì come uno schiaffo: Edo che mi guardava negli occhi e mi diceva qualcosa di definitivo. Qualcosa che avrebbe cambiato. Il cuore mi batteva così forte che lo sentivo nelle orecchie.
«Preparati e basta mia splendida Puttana» dissi, più brusco di quanto volessi. «Io ti aspetto qui. E cerca di non pensarci troppo.»
Ma mentre chiudevo la chiamata, sapevo che entrambi ci stavamo pensando eccome.
minuti successivi furono un’agonia lenta. Sistemai la scrivania, spostai la poltrona, controllai che la porta dell’ufficio interno fosse chiusa. Ogni rumore dal corridoio mi faceva sussultare. Guardavo l’orologio ogni trenta secondi. Dieci e dieci. Dieci e diciassette. Dieci e ventitré.
Immaginavo Livia a casa: sotto la doccia, l’acqua calda che le scivolava sui seni, sulle cosce, mentre si depilava con cura maniacale perché sapeva che Edo avrebbe controllato. Si sarebbe guardata allo specchio, truccandosi gli occhi scuri, le labbra rosse, chiedendosi ad alta voce: «Ma che cazzo vuole dirgli da solo?»
E io, qui, con lo stomaco chiuso in una morsa.
Alle dieci e ventotto sentii i passi nel corridoio. Decisi. Pesanti. La porta si aprì senza bussare.
Edo entrò, impeccabile nel suo completo grigio scuro, sorriso tranquillo, sguardo che mi trapassò.
«Ciao» disse semplicemente, chiudendo la porta dietro di sé.
Si sedette sulla poltrona di fronte alla mia scrivania, accavallò le gambe e mi fissò.
«Allora… vogliamo parlare di questa proposta?»
Il cuore mi martellava. L’ansia era un animale vivo dentro la gabbia toracica. Livia stava per arrivare tra mezz’ora, già pronta per essere usata… ma prima c’era questa cosa. Questa cosa che lui voleva dirmi solo guardandomi negli occhi.
Edo si appoggiò comodamente allo schienale della poltrona, le gambe larghe, e mi fissò con quel sorriso strafottente che conoscevo fin troppo bene. I suoi occhi erano piantati nei miei, senza un briciolo di pietà. Parlò con voce bassa, greve, ogni parola scandita come una sentenza.
«Partendo dal presupposto che voi siete i miei schiavi e la tua mogliettina è il mio sborratoio personale…» fece una pausa, godendosi l’effetto delle sue parole, «…e tu non puoi fare nulla con lei senza il mio permesso, perché ribadisco: lei è MIA! Essendo di mia proprietà, io posso disporne come e quando voglio, e usarla come e quando voglio.»
Sentii un calore acido salirmi dallo stomaco. Le mani mi tremavano leggermente sotto la scrivania.
«Ora oggi tu te ne starai al lavoro, bravo e buono,» continuò, «e lei verrà con me. Quando arriva ti darò il privilegio di guardarla mentre la scoperò qui, in braccio a te. Ti permetterò di baciarla mentre la monto… ma poi ce ne andremo. Dopo che tu le avrai leccato la mia sborra dalla sua figa… quella vagina che ami e che non è più tua.»
Fece un sorrisetto cattivo.
«Tu devi collaborare da bravo marito innamorato e cornuto. Poi deciderò se questa sera tenerla a casa con me o riportarla da te e passare la notte a casa vostra… magari ci preparerai la cena!»
Il silenzio che seguì fu pesante. Il mio cuore batteva così forte che ero sicuro lo sentisse anche lui. L’ansia mi stritolava il petto: Livia stava per arrivare, già vestita da troia per lui, e io non potevo fare niente. Niente. Lei era sua. E io… io ero solo il cornuto che doveva guardare, baciare e pulire.
Edo rise piano, una risata bassa e roca.
«Ora, mentre l’aspettiamo, chiudi e blocca la porta dell’ufficio e preparami il cazzo così non perdiamo tempo… o vuoi tenere libera la porta? Così se entra qualche dipendente ti vede mentre mi succhi il cazzo? E tutti sapranno che sei un cornuto succhiacazzi?»
Si toccò il pacco attraverso i pantaloni, già mezzo duro, e rise di nuovo.
«Tanto che sei un cornuto lo capiranno lo stesso i tuoi dipendenti quando mi vedranno uscire con tua moglie vestita da puttana… hahaha.»
Rimasi paralizzato per un secondo. L’umiliazione mi bruciava la faccia. La porta dell’ufficio era a pochi metri, ma sembrava lontanissima. Immaginai un collega che bussava, entrava e mi trovava in ginocchio davanti a Edo. L’idea mi fece venire un conato di nausea misto a qualcosa di più buio, di più eccitante e vergognoso.
Con le gambe che quasi non mi reggevano mi alzai, andai alla porta e girai la chiave. Il click della serratura risuonò fortissimo nelle mie orecchie. Bloccai anche il chiavistello superiore, le mani sudate che scivolavano sul metallo.
Quando mi voltai, Edo era già seduto più comodo, le gambe aperte, e mi guardava con aria di superiorità assoluta.
«Bravo cagnolino. Vieni qui.»
Mi avvicinai lentamente, il cuore che sembrava volermi uscire dal petto. L’ansia per la proposta misteriosa di prima si era trasformata in qualcosa di ancora più pesante: la certezza di quello che stava per succedere. Livia sarebbe arrivata da un momento all’altro, bella, sexy, già bagnata all’idea di essere usata dal suo Padrone… e io avrei dovuto preparargli il cazzo con la bocca mentre aspettavamo lei.
Edo si slacciò i pantaloni con calma, tirò fuori il suo grosso cazzo già mezzo duro e lo fece dondolare davanti a me.
«Inginocchiati. E succhia. Fammi venire bello duro prima che arrivi la tua mogliettina. Voglio che quando entra mi trovi pronto a sfondarle quella fighetta che non è più tua.»
Mi misi in ginocchio tra le sue gambe. L’odore muschiato del suo cazzo mi riempì le narici. Presi in mano quel membro pesante, sentendolo pulsare sotto le dita, e lo avvicinai alla bocca. Prima di infilarmelo tra le labbra alzai gli occhi un’ultima volta verso di lui.
Edo mi guardava dall’alto, sorridendo con disprezzo divertito.
«Bravissimo. Succhia, cornuto. E pensa che tra poco la tua Livia entrerà qui tutta in tiro… e io me la porterò via per tutto il giorno. Magari anche per tutta la notte.»
Aprii la bocca e lo presi dentro, la lingua che scivolava sulla cappella già umida. Sentivo il suo sapore forte, salato. Mentre cominciavo a succhiare con movimenti lenti e obbedienti, la mia mente correva: Livia stava per arrivare, vestita da puttana per lui, con quell’ansia eccitata nella voce che avevo sentito al telefono.
E io ero lì, in ginocchio, a preparargli il cazzo per fotterla.
La porta era chiusa a chiave, ma l’umiliazione era già totale. E mancavano solo pochi minuti alle undici.
Il ticchettio rapido dei tacchi alti di Livia nel corridoio mi arrivò dritto allo stomaco. Camminava in fretta, quasi di corsa. Quella fretta mi fece male e mi eccitò allo stesso tempo: la mia donna, la mia mogliettina, che si precipitava per farsi montare dal suo Padrone. Immaginai la sua figa già bagnata, che pulsava di desiderio sotto il perizoma sottile, pronta ad accogliere quel cazzo grosso che non era il mio.
Ero ancora in ginocchio tra le gambe di Edo, il suo cazzo duro e bagnato di saliva che mi riempiva la bocca. Succhiavo con impegno, la lingua che girava intorno alla cappella gonfia, mentre scendevo a leccargli le grosse palle pesanti, piene di quella sborra che presto sarebbe finita dentro di lei. Edo si era acceso un sigaro spesso, tirava boccate lente e soddisfatte, il fumo che saliva denso verso il soffitto. Con una mano teneva il sigaro, con l’altra mi teneva la testa premuta contro il suo inguine, godendosi il servizio del suo schiavo succhiacazzi.
Bussarono alla porta. Tre colpi decisi.
Livia provò ad aprire, ma la serratura era ancora bloccata.
Edo rise piano, una nuvola di fumo gli uscì dalle labbra.
«Ci penso io. Tu continua a succhiare, non fermarti. Voglio che ti veda così appena entra.»
Rimasi con il cazzo in bocca, le guance rosse di vergogna. Edo allungò il braccio senza alzarsi dalla poltrona — la porta era proprio accanto a lui — e girò la chiave con un click secco. Poi aprì il chiavistello.
La porta si spalancò.
Livia entrò come una visione. Perfetta. Bellissima. Il vestito nero corto e aderente le fasciava il corpo, la scollatura profonda lasciava intravedere il bordo delle areole, le autoreggenti nere con il bordo di pizzo le stringevano le cosce tornite, i tacchi altissimi la facevano ancheggiare in modo osceno. Il trucco era forte: occhi smokey, labbra rosso fuoco. Profumava di quel profumo caro che mette solo quando sa che deve essere usata. Appena entrò, la sua presenza accese letteralmente lo studio: sembrava che la luce si fosse fatta più calda, più densa.
Edo la guardò dalla testa ai piedi con un sorriso da predatore.
«Brava puttana, arrivi giusto in tempo.»
Poi abbassò gli occhi su di me, ancora in ginocchio con il suo cazzo tra le labbra.
«Ora coglione, spostati e lascia finire il lavoro alla mia schiava!»
Mi ritrassi lentamente, le labbra che scivolavano via dal suo cazzo teso, lucido di saliva, le vene gonfie, la cappella viola e bagnata. Un filo spesso di bava mi rimase attaccato alla bocca mentre mi alzavo, le gambe molli. Mi sedetti sulla mia poltrona da capo, sudato, umiliato, il cuore che batteva fortissimo. Ma il cazzo mi pulsava nei pantaloni, tradendomi.
Livia non perse tempo. Appena mi spostai, si avvicinò a Edo con urgenza, gli occhi fissi su quel cazzo svettante che puntava verso l’alto, prepotente, con quei grossi testicoli pesanti che dondolavano leggermente. Si inginocchiò tra le sue gambe con un movimento fluido, quasi disperato. L’urgenza di chi ha la figa vuota da troppo tempo e sa che solo quel cazzo può riempirla come si deve.
«Finalmente…» mormorò lei con voce roca, già chinandosi.
Edo tirò un’altra boccata di sigaro e le posò una mano sulla testa, guidandola.
«Brava. Fammi vedere quanto lo vuoi, sborratoio. Succhia quello che il tuo maritino cornuto ha preparato per te.»
Livia aprì la bocca e lo prese dentro con avidità. Un gemito basso le uscì dalla gola mentre lo ingoiava fino in fondo, le labbra rosse che si tendevano intorno al grosso membro. Succhiava con fame, la testa che andava su e giù, la saliva che colava copiosa lungo l’asta e le bagnava le palle che io avevo appena leccato. Ogni tanto alzava gli occhi verso Edo, pieni di devozione e di desiderio, mentre con una mano gli accarezzava i testicoli, come a supplicarli di darle presto quella crema densa che tanto agognava.
Io ero lì, seduto sulla mia poltrona, a pochi centimetri da loro. Guardavo mia moglie che succhiava con urgenza il cazzo del suo Padrone, le guance incavate, il rossetto che già si sbavava. La sua figa — quella figa che amavo e che lui mi aveva ricordato non essere più mia — doveva essere fradicia. Lo capivo dal modo in cui muoveva i fianchi mentre succhiava, come se già stesse cercando di farsi fottere.
Edo mi guardò con un ghigno, il sigaro tra i denti.
«Vedi, cornuto? Questo è il posto giusto per lei. In ginocchio a servire il cazzo che la possiede.»
Poi abbassò gli occhi su Livia e le ordinò con voce calma e crudele:
«Più a fondo, puttana. Fammi sentire la gola. Tra poco ti monto in braccio al tuo maritino e ti riempio quella fighetta vuota.»
Livia gemette forte intorno al cazzo, spingendosi ancora più giù, mentre io restavo lì, immobile, sudato e umiliato, con il cuore che mi esplodeva nel petto e il cazzo dolorosamente duro nei pantaloni.
Edo era al limite. Lo vedevo dal modo in cui il suo cazzo pulsava nella bocca di Livia, dalle vene gonfie sull’asta, dal respiro più corto e animalesco. Tirò un’ultima boccata profonda dal sigaro, poi lo spense con forza nel posacenere sulla mia scrivania.
«Basta» ringhiò, la voce roca di lussuria trattenuta. «Ora puttana, vai a baciare tuo marito. Vai a limonare con lui… ma non toccargli il cazzo. Voglio che resti lì teso e si goda la tua monta senza potersi toccare.»
Livia tirò fuori il cazzo di Edo con un suono umido e osceno, un filo spesso di saliva che le pendeva ancora dalle labbra rosse e sbavate. Si alzò in piedi barcollando leggermente sui tacchi alti, gli occhi lucidi di eccitazione pura, da ninfomane disperata. Quella espressione che conoscevo così bene… e che, nonostante tutto, adoravo.
Si avvicinò a me come una cagna in calore. Io ero seduto sulla mia poltrona presidenziale di pelle nera, le mani strette sui braccioli. Livia mi guardò per un secondo, poi mi mise le braccia intorno al collo, si chinò su di me e appoggiò tutto il peso del suo corpo contro il mio. Il suo profumo, mescolato all’odore di eccitazione e saliva, mi invase le narici.
Senza dire una parola mi infilò la lingua in bocca, calda, bagnata, famelica. Iniziò a limonare con me in modo osceno, la lingua che si intrecciava alla mia, i gemiti bassi che mi vibravano direttamente in gola. Sentivo il suo corpo tremare dal desiderio.
Dietro di lei, Edo si alzò in piedi con calma predatoria. Le sollevò la gonna corta sulla schiena, scoprendo il culo perfetto fasciato solo dal perizoma nero che le scompariva tra le natiche. Con due dita spostò il tessuto sottile di lato, esponendo la figa già fradicia e gonfia. Si aggrappò con forza ai suoi fianchi, allineò la cappella grossa e bagnata di saliva alla sua apertura e, con un unico colpo deciso, le sbatté dentro tutto il cazzo fino in fondo.
«Aaaahhh!» gemette Livia violentemente nella mia bocca, il suono che mi arrivava direttamente in gola mentre la lingua continuava a danzare con la mia. Le sue braccia si strinsero più forte intorno al mio collo, il corpo che si tendeva come una corda.
Edo grugnì di piacere, sentendo la figa di mia moglie stringergli il cazzo come un pugno caldo e bagnato.
«Puttana, bacia il cornuto! Non staccare mai le labbra dalle sue!» ordinò con voce roca, mentre iniziava a fotterla con colpi forti e profondi. «Cornuto, senti come aspettava il mio cazzo la tua mogliettina adorata che ami… senti come vuole che il Padrone la monti come una vacca!»
Il trenino osceno era formato. Io seduto sulla poltrona, Livia piegata su di me che mi limonava con disperazione, Edo dietro di lei che la sbatteva con forza animalesca. Ogni colpo potente faceva sobbalzare il corpo di Livia contro il mio. Dovevo puntellarmi con i piedi sul pavimento e aggrapparmi ai braccioli per non farmi spostare dalla poltrona. Il rumore umido e ritmico della figa di Livia che veniva aperta e riempita riempiva l’ufficio: slap… slap… slap… slap…
Edo grugniva e mugugnava da porco mentre la fotteva, godendosi ogni centimetro di quella vagina calda che lo avvolgeva stretto.
«Cazzo… che figa stretta che hai ancora, puttana… ti si contrae intorno al mio cazzo come se volesse succhiarmelo via… Senti cornuto? Questa è la figa che una volta era tua… ora è solo un buco per il mio cazzo.»
Livia gemeva senza sosta nella mia bocca, la lingua che non smetteva di baciare la mia, il respiro caldo e affannato che mi entrava nei polmoni. Ogni volta che Edo le affondava dentro fino alle palle, lei spingeva il bacino indietro per prenderlo più a fondo, e il suo corpo tremava contro il mio. Sentivo le sue tette schiacciate contro il mio petto, i capezzoli durissimi.
Edo accelerò il ritmo, i fianchi che sbattevano contro il culo di Livia con forza sempre maggiore. Il suono bagnato della sua figa era osceno, quasi più forte dei suoi grugniti.
«Brava vacca… prendi tutto… così… ti apro per bene prima di svuotarmi dentro…»
Io ero intrappolato lì, costretto a baciare mia moglie mentre il suo Padrone la montava selvaggiamente da dietro, il cazzo che mi pulsava dolorosamente nei pantaloni senza poterlo toccare. L’umiliazione era totale, profonda, bruciante… e la mia eccitazione era altrettanto totale.
Edo si chinò un po’ in avanti, una mano che stringeva i capelli di Livia, l’altra che le schiaffeggiava il culo mentre continuava a sbatterla senza pietà.
«Bacia il tuo cornuto, puttana… fagli sentire quanto godi con un cazzo vero dentro!»
Livia gemette più forte nella mia bocca, la lingua che si muoveva frenetica, mentre la sua figa veniva martellata senza sosta.
Edo continuava a montare Livia con forza brutale, i fianchi che sbattevano contro il suo culo con schiaffi secchi e violenti. Ogni colpo era più profondo del precedente. Il rumore osceno della figa fradicia di mia moglie riempiva l’ufficio: slap… slap… slap… slap… sempre più bagnato, sempre più sporco.
«Prendi, puttana… prendi tutto il cazzo del tuo Padrone!» grugniva lui senza sosta, la voce roca e crudele. «Senti cornuto? Questa è la figa che ami… ora è solo un buco spalancato per me. La sto aprendo per bene… la sto rovinando per te!»
Io ero inchiodato alla poltrona, le mani strette sui braccioli, i piedi puntellati per non farmi spostare da quei colpi potenti. Livia mi baciava con disperazione, la lingua che si muoveva frenetica nella mia bocca, un bacio sporco, bagnato, pieno di gemiti che mi vibravano direttamente in gola. I suoi occhi erano a pochi centimetri dai miei: pupille dilatate, sguardo perso nel delirio del piacere. Quella espressione da ninfomane completa che conoscevo così bene… gli occhi lucidi, le palpebre che tremavano, le sopracciglia contratte dal godimento selvaggio.
Ogni volta che Edo le affondava dentro fino alle palle, lei gemeva più forte nella mia bocca, il corpo che sussultava contro il mio. Sentivo il suo respiro caldo, affannato, il sapore della sua saliva mescolato al rossetto sbavato.
«Mmmh… mmmhhh…!» mugolava incontrollata, la lingua che non riusciva più a stare ferma.
Edo accelerò ancora, grugnendo come un animale.
«Ecco… ci siamo… ti riempio, vacca! Ti riempio quella figa che non è più di tuo marito!»
Poi esplose.
Sentii chiaramente il cambio di rumore: il suono bagnato e ritmico divenne più denso, più viscido, mentre il suo cazzo pompava getti potenti di sborra calda dentro la figa di Livia. Il rumore divenne uno sciacquio osceno, la figa strapiena che gorgogliava intorno al cazzo che continuava a muoversi dentro di lei.
Livia non resse più.
Staccò di colpo la bocca dalla mia, la testa che scattava all’indietro, e urlò di piacere puro:
«Aaaahhh! Sììì! Riempimi Padrone! Riempimi tuttaaa!»
In quel preciso istante, la porta dell’ufficio si spalancò con violenza.
Era Giulia, la mia segretaria. Bella, giovane, sempre composta nel suo tailleur elegante. Aveva sentito l’urlo e si era precipitata a vedere cosa stesse succedendo.
Rimase congelata sulla soglia.
I suoi occhi si spalancarono per l’orrore e l’incredulità.
Davanti a lei c’era la scena più umiliante possibile: Edo, grosso, odioso e prepotente, con i pantaloni calati, il cazzo ancora affondato fino alle palle nella figa di mia moglie. Livia era piegata su di me, aggrappata al mio collo, la gonna alzata sulla schiena, le autoreggenti nere in vista, il culo nudo che tremava per gli ultimi colpi potenti che Edo le stava dando. Io ero lì, seduto sulla mia poltrona presidenziale, rosso in faccia, senza fiato, impotente, con le labbra gonfie e sporche del bacio di mia moglie.
Giulia vide tutto: il cazzo di Edo che usciva e rientrava lentamente nella figa strapiena di Livia, il bianco denso della sborra che già cominciava a colare fuori dai bordi, il viso di Livia distorto dal piacere, le mie mani che stringevano i braccioli senza sapere dove altro mettere.
«Cche…?» balbettò Giulia, la voce che le morì in gola. Il suo sguardo passava da Edo a Livia, poi a me. Non riusciva a credere a ciò che vedeva: il suo capo, l’uomo che rispettava ogni giorno, ridotto a un cornuto immobile mentre un altro uomo montava selvaggiamente sua moglie proprio sopra di lui.
Edo non si fermò subito. Diede ancora due, tre colpi lenti e profondi dentro Livia, spremendo fino all’ultima goccia, godendosi lo sguardo scioccato della segretaria. Poi tirò fuori il cazzo con un suono viscido e osceno, lasciando la figa di Livia aperta, rossa e colante di sborra densa.
Si voltò verso Giulia con un ghigno soddisfatto, il cazzo ancora mezzo duro e lucido che dondolava tra le gambe.
«Be’? Che cazzo guardi, troietta? Entra e chiudi la porta… o vuoi che tutto l’ufficio venga a vedere come il tuo capo si fa mettere le corna?»
Livia, ancora ansimante, con la sborra che le colava lungo le cosce, si girò lentamente verso la porta. I suoi occhi incontrarono quelli di Giulia. Non c’era vergogna nel suo sguardo… solo un residuo di piacere animale.
Io invece ero pietrificato. Il cuore mi batteva così forte che sembrava volesse uscirmi dal petto. La mia segretaria aveva appena visto tutto. Tutto.
E la porta era ancora spalancata.
Edo rimase un attimo fermo, il respiro ancora pesante, poi estrasse lentamente il suo cazzo dalla figa di Livia. Lo tirò fuori con un suono viscido e osceno, lungo e spesso, ancora mezzo duro, completamente sporco di una miscela densa di sborra bianca e degli umori lucidi di mia moglie. Fili spessi di sperma pendevano dalla cappella gonfia e colavano lungo l’asta.
Si girò verso Giulia con un sorriso trionfante, quasi feroce.
La mia segretaria era ancora sulla soglia, immobile. Da una parte il suo viso era una maschera di puro sconcerto: occhi spalancati, bocca semiaperta, le guance che si erano colorate di un rosso violento. Dall’altra parte, però, i suoi occhi felini tradivano tutt’altro. Le pupille dilatate, lo sguardo che saettava senza controllo: prima sul cazzo grosso e prepotente di Edo, ancora lucido e gocciolante, poi sulla figa di Livia, ancora aperta e rossa, che pulsava leggermente mentre grossi grumi di sborra bianca colavano fuori dalle labbra gonfie e le scendevano lungo le cosce, sporcando le autoreggenti nere.
Infine i suoi occhi si posarono su di me. Io, seduto sulla mia poltrona, sudato, umiliato, con le labbra gonfie dal bacio di mia moglie e il cazzo che mi pulsava dolorosamente nei pantaloni senza che potessi toccarlo. Giulia mi guardò con un sorriso malizioso, quasi crudele, che non le avevo mai visto prima. Un sorriso che diceva: “Quindi è questo che sei veramente, capo…”
Edo rise piano, godendosi lo spettacolo.
«Allora? Entri o esci, puttannella? Ma chiudi quella cazzo di porta!»
Giulia deglutì, visibilmente combattuta. Le sue gambe si mossero di pochi centimetri, come se volesse davvero entrare, unirsi a quella scena sporca. I suoi occhi tornarono sul cazzo di Edo, poi sulla figa colante di Livia.
«Dai… vieni anche tu» continuò Edo con voce bassa e suadente. «Unisciti al gruppo. Inginocchiati e puliscimi il cazzo. Lecca via tutta questa sborra mescolata alla figa della moglie del tuo capo… sarà un buon inizio per te.»
Per un lungo secondo Giulia rimase bloccata, il respiro accelerato, il petto che si alzava e abbassava rapidamente sotto la camicetta del tailleur. Sembrava sul punto di cedere, di fare un passo avanti.
Poi, all’improvviso, si riscosse.
Fece un passo indietro, gli occhi ancora fissi sulla scena, e senza dire una parola sbatté la porta chiudendola con forza. Sentimmo i suoi tacchi che si allontanavano veloci lungo il corridoio.
Edo scoppiò in una risata forte, profonda, piena di soddisfazione crudele. Si voltò verso di me, il cazzo ancora mezzo duro che dondolava sporco di sborra.
«Ahahahah! Ora sì che è fatta, cornuto!» disse ridendo. «Tutti sapranno che cazzo di coppia siete. Domani mattina l’intero ufficio parlerà di te: il capo che si fa mettere le corna nel suo stesso studio, mentre un altro si scopa sua moglie sopra di lui. E la segretaria che ha visto tutto… oh, quanto si divertiranno a spettegolare.»
Si avvicinò di nuovo a Livia, che era ancora piegata su di me, ansimante, con la figa che continuava a colare sborra sulle mie gambe. Le diede una pacca forte sul culo, facendo tremare la carne.
«Brava puttana. Hai urlato proprio bene. Adesso chinati e puliscimi il cazzo con la bocca. Fai vedere al tuo maritino cornuto quanto sei brava a leccare la mia sborra.»
Livia, ancora in preda al delirio del piacere, si girò obbediente, si inginocchiò davanti a lui e prese quel cazzo sporco tra le labbra senza esitare. Cominciò a leccarlo con devozione, la lingua che raccoglieva ogni goccia di sperma, succhiando via i residui della sua stessa figa mescolati alla crema densa.
Edo mi guardò dall’alto, il ghigno ancora stampato in faccia.
«Vedi? Questa è la realtà adesso. La tua segretaria ha visto tutto. Tra poco lo saprà tutta l’azienda. E tu… tu resterai qui al lavoro, bravo e buono, mentre io decido se riportarti la tua mogliettina stasera o tenermela per tutta la notte.»
Si rivolse poi a Livia, che succhiava con impegno:
«Più a fondo, puttana. Lecca bene le palle. E tu, cornuto… guardala. Guardala mentre pulisce il cazzo che l’ha appena riempita.»
Io restai seduto, immobile, il cuore che batteva all’impazzata, sapendo che da quel momento nulla sarebbe più stato come prima.
L’eco della risata di Edo stava ancora rimbalzando tra le pareti dell’ufficio quando la realtà mi piombò addosso come un macigno.
Giulia aveva visto tutto.
La mia segretaria, la ragazza discreta e professionale che lavorava con me da tre anni, aveva visto mia moglie piegata su di me mentre un altro uomo la sbatteva fino a farla urlare. Aveva visto il cazzo di Edo entrare e uscire dalla figa di Livia, aveva visto la sborra colare, aveva visto me immobile, umiliato, con le labbra sporche del bacio di mia moglie.
Sapevo già cosa sarebbe successo: entro l’ora di pranzo lo avrebbe raccontato a qualcuno. Entro sera lo avrebbe saputo tutto l’ufficio. Domani mattina sarei entrato e avrei sentito i bisbigli, gli sguardi, i sorrisetti trattenuti. Il capo cornuto. Il marito che si fa scopare la moglie sulla sua stessa poltrona presidenziale.
L’eccitazione che mi aveva tenuto duro fino a quel momento svanì di colpo, come se qualcuno avesse spento un interruttore. Il cazzo mi si ammosciò nei pantaloni, pesante e inutile. Mi sentivo distrutto, svuotato, pateticamente sconfitto.
Livia, ancora ansimante, si staccò lentamente da me. Mi guardò negli occhi. Vide tutto: la sconfitta, la vergogna, il panico che mi stava salendo in gola. Per un attimo il suo sguardo si addolcì, quasi compassionevole… ma solo per un attimo.
Poi sorrise. Un sorriso piccolo, stanco, ma carico di quella fame che non si era ancora spenta.
Spostò con un gesto deciso la tastiera del pc e alcuni fogli sulla mia scrivania, facendo cadere a terra qualche penna. Si sedette sul bordo del tavolo, proprio di fronte a me. Aprì le cosce senza pudore, appoggiando i tacchi alti sui braccioli della mia poltrona presidenziale, ai due lati del mio corpo. La gonna era ancora alzata sulla vita. La sua figa, rossa, gonfia e ancora aperta, era a pochi centimetri dalla mia faccia. Grossi grumi di sborra bianca di Edo colavano lentamente dalle labbra tumide, scivolando lungo il perineo e gocciolando sulla mia scrivania di legno scuro.
Livia mi guardò dall’alto, una mano che mi accarezzava piano i capelli.
«Cornuto… pazienza» disse con voce bassa, un po’ roca per gli urli di prima. «Prima o poi doveva accadere. Lo sapevamo entrambi.»
Fece una piccola pausa, poi il tono si fece più autoritario, più dolce e crudele insieme:
«Ora la tua mogliettina reclama la tua lingua. Fammi godere ancora come sai fare tu… leccando la sborra del nostro Padrone.»
Allargò ancora di più le cosce, i piedi ben piantati sui braccioli, spingendo il bacino in avanti. La figa si aprì ulteriormente, mostrando l’interno rosa e lucido, ancora pulsante, pieno della crema densa di Edo. Un rivolo spesso scivolò fuori proprio in quel momento e cadde sulla mia cravatta.
Livia mi tirò piano la testa verso di sé.
«Dai… non farmi aspettare. Lecca tutto. Puliscimi per bene. Voglio sentire la tua lingua che raccoglie ogni goccia di quello che il Padrone mi ha lasciato dentro.»
Edo, ancora in piedi accanto a noi, si era riacceso il sigaro e ci guardava con un ghigno soddisfatto. Non diceva niente, si godeva solo lo spettacolo: io, il capo dell’azienda, seduto sulla mia poltrona, distrutto e umiliato, mentre mia moglie, ancora piena della sua sborra, mi ordinava di leccarla.
Le mie mani tremavano. Il cuore mi batteva forte per l’ansia e la vergogna. Eppure, quando Livia mi spinse più vicino, il profumo caldo e denso della sua figa mescolato allo sperma mi arrivò dritto al naso.
Aprii la bocca.
La lingua uscì timidamente e toccò per prima cosa l’interno della coscia, raccogliendo un grumo denso. Il sapore salato e amaro di Edo mi invase la bocca.
Livia sospirò di piacere, chiudendo gli occhi per un momento.
«Così… bravo cornuto. Lecca più a fondo. Infila la lingua dentro… voglio che succhi fuori tutto quello che mi ha messo il Padrone.»
Mentre la mia lingua cominciava a scavare tra le sue labbra gonfie, raccogliendo e ingoiando la sborra calda, Livia mi accarezzava i capelli con dolcezza quasi materna.
«Bravissimo… così… continua. Questa sera, quando tornerò a casa… o forse domani mattina… ti farò raccontare tutto quello che proverai quando entrerai in ufficio e tutti ti guarderanno sapendo che sei il cornuto del piano.»
Edo rise piano, tirando una boccata di sigaro.
«Forza, leccala bene. Pulisci il mio lavoro. Tanto ormai il danno è fatto.»
Io continuavo a leccare, la lingua che entrava e usciva dalla figa di mia moglie, raccogliendo ogni goccia di sperma, mentre la consapevolezza che tutto l’ufficio avrebbe presto saputo mi bruciava dentro come acido.
L’eco della risata di Edo stava ancora rimbalzando tra le pareti dell’ufficio quando la realtà mi piombò addosso come un macigno.
Giulia aveva visto tutto.
La mia segretaria, la ragazza discreta e professionale che lavorava con me da tre anni, aveva visto mia moglie piegata su di me mentre un altro uomo la sbatteva fino a farla urlare. Aveva visto il cazzo di Edo entrare e uscire dalla figa di Livia, aveva visto la sborra colare, aveva visto me immobile, umiliato, con le labbra sporche del bacio di mia moglie.
Sapevo già cosa sarebbe successo: entro l’ora di pranzo lo avrebbe raccontato a qualcuno. Entro sera lo avrebbe saputo tutto l’ufficio. Domani mattina sarei entrato e avrei sentito i bisbigli, gli sguardi, i sorrisetti trattenuti. Il capo cornuto. Il marito che si fa scopare la moglie sulla sua stessa poltrona presidenziale.
L’eccitazione che mi aveva tenuto duro fino a quel momento svanì di colpo, come se qualcuno avesse spento un interruttore. Il cazzo mi si ammosciò nei pantaloni, pesante e inutile. Mi sentivo distrutto, svuotato, pateticamente sconfitto.
Livia, ancora ansimante, si staccò lentamente da me. Mi guardò negli occhi. Vide tutto: la sconfitta, la vergogna, il panico che mi stava salendo in gola. Per un attimo il suo sguardo si addolcì, quasi compassionevole… ma solo per un attimo.
Poi sorrise. Un sorriso piccolo, stanco, ma carico di quella fame che non si era ancora spenta.
Spostò con un gesto deciso la tastiera del pc e alcuni fogli sulla mia scrivania, facendo cadere a terra qualche penna. Si sedette sul bordo del tavolo, proprio di fronte a me. Aprì le cosce senza pudore, appoggiando i tacchi alti sui braccioli della mia poltrona presidenziale, ai due lati del mio corpo. La gonna era ancora alzata sulla vita. La sua figa, rossa, gonfia e ancora aperta, era a pochi centimetri dalla mia faccia. Grossi grumi di sborra bianca di Edo colavano lentamente dalle labbra tumide, scivolando lungo il perineo e gocciolando sulla mia scrivania di legno scuro.
Livia mi guardò dall’alto, una mano che mi accarezzava piano i capelli.
«Cornuto… pazienza» disse con voce bassa, un po’ roca per gli urli di prima. «Prima o poi doveva accadere. Lo sapevamo entrambi.»
Fece una piccola pausa, poi il tono si fece più autoritario, più dolce e crudele insieme:
«Ora la tua mogliettina reclama la tua lingua. Fammi godere ancora come sai fare tu… leccando la sborra del nostro Padrone.»
Allargò ancora di più le cosce, i piedi ben piantati sui braccioli, spingendo il bacino in avanti. La figa si aprì ulteriormente, mostrando l’interno rosa e lucido, ancora pulsante, pieno della crema densa di Edo. Un rivolo spesso scivolò fuori proprio in quel momento e cadde sulla mia cravatta.
Livia mi tirò piano la testa verso di sé.
«Dai… non farmi aspettare. Lecca tutto. Puliscimi per bene. Voglio sentire la tua lingua che raccoglie ogni goccia di quello che il Padrone mi ha lasciato dentro.»
Edo, ancora in piedi accanto a noi, si era riacceso il sigaro e ci guardava con un ghigno soddisfatto. Non diceva niente, si godeva solo lo spettacolo: io, il capo dell’azienda, seduto sulla mia poltrona, distrutto e umiliato, mentre mia moglie, ancora piena della sua sborra, mi ordinava di leccarla.
Le mie mani tremavano. Il cuore mi batteva forte per l’ansia e la vergogna. Eppure, quando Livia mi spinse più vicino, il profumo caldo e denso della sua figa mescolato allo sperma mi arrivò dritto al naso.
Aprii la bocca.
La lingua uscì timidamente e toccò per prima cosa l’interno della coscia, raccogliendo un grumo denso. Il sapore salato e amaro di Edo mi invase la bocca.
Livia sospirò di piacere, chiudendo gli occhi per un momento.
«Così… bravo cornuto. Lecca più a fondo. Infila la lingua dentro… voglio che succhi fuori tutto quello che mi ha messo il Padrone.»
Mentre la mia lingua cominciava a scavare tra le sue labbra gonfie, raccogliendo e ingoiando la sborra calda, Livia mi accarezzava i capelli con dolcezza quasi materna.
«Bravissimo… così… continua. Questa sera, quando tornerò a casa… o forse domani mattina… ti farò raccontare tutto quello che proverai quando entrerai in ufficio e tutti ti guarderanno sapendo che sei il cornuto del piano.»
Edo rise piano, tirando una boccata di sigaro.
«Forza, leccala bene. Pulisci il mio lavoro. Tanto ormai il danno è fatto.»
Io continuavo a leccare, la lingua che entrava e usciva dalla figa di mia moglie, raccogliendo ogni goccia di sperma, mentre la consapevolezza che tutto l’ufficio avrebbe presto saputo mi bruciava dentro come acido.
Edo finì di sistemarsi i pantaloni con calma da padrone assoluto. Si infilò la giacca, poi guardò Livia con un sorriso soddisfatto e trionfante.
«Andiamo, puttana. Il tuo maritino ha del lavoro da fare… e noi abbiamo altro da fare.»
Prese Livia sotto braccio con un gesto possessivo, come se fosse una sua proprietà. Lei aveva ancora il vestito un po’ sgualcito, le labbra rosse sbavate, le cosce lucide di sborra e squirt. Mentre si avviavano verso la porta, Edo scoppiò a ridere forte, una risata piena di scherno.
«Ahahah, che sputtanamento perfetto! Domani tutto l’ufficio saprà che il capo è un bel cornuto e che sua moglie è la mia vacca personale. Bellissimo.»
Livia si voltò verso di me un’ultima volta prima di uscire. I suoi occhi erano pieni di rammarico sincero. Era la prima volta che se ne andava via con un altro uomo senza di me. Tutte le nostre avventure, anche le più estreme e sporche, le avevamo sempre vissute insieme, fianco a fianco, complici fino in fondo. Ora invece stava uscendo sotto braccio al suo Padrone, vestita da puttana, ancora colante del suo seme, e io rimanevo lì da solo.
Mi guardò con uno sguardo dolce e dispiaciuto… ma sotto quel dispiacere ardeva ancora la fiamma della sua ninfomania. Lo vedevo chiaramente: era eccitata all’idea di essere portata via, dominata completamente, usata per tutto il pomeriggio e forse tutta la notte. La sua figa probabilmente pulsava ancora al pensiero di essere solo di Edo per ore. La ninfomania aveva la prevalenza anche sull’amore, in certi momenti. E a me… a me piaceva così. Ero innamorato pazzo di lei proprio perché era fatta così. Malato quanto lei, forse. Accettavo e desideravo quelle umiliazioni profonde perché ci univano in un modo malato e potentissimo.
«Amore…» mormorò piano, quasi in un soffio, mentre Edo la tirava verso il corridoio.
Poi la porta si chiuse dietro di loro. Il suono dei tacchi di Livia e della risata di Edo si allontanò lungo il corridoio.
Rimasi seduto sulla mia poltrona, distrutto, con la faccia ancora sporca, i pantaloni fradici del mio stesso sperma e il cuore che batteva in un mix di vergogna, amore e eccitazione residua.
Dopo qualche minuto, il telefono sulla scrivania squillò.
Risposi con voce rauca.
«Pronto…»
Era Giulia.
«Ingegnere… ho visto che… quell’uomo è uscito con sua moglie. Lei era… vestita in quel modo… e ancora… si vedeva che colava…» Fece una pausa, poi con tono sorprendentemente dolce e compassionevole: «Posso venire un attimo da lei in ufficio?»
Non me l’aspettavo. Pensavo mi avrebbe deriso, o che avrebbe spettegolato subito. Invece quella voce calda mi spiazzò.
«…Sì, vieni pure.»
Poco dopo bussò piano. Entrò e chiuse la porta dietro di sé.
Ero in piedi, in mezzo alla stanza, che cercavo disperatamente di pulire la grossa macchia scura sui pantaloni con dei fazzolettini di carta. Ma quelli si sbriciolavano e invece di pulire peggioravano solo la situazione, spargendo pelucchi bianchi sulla stoffa già bagnata.
Giulia mi guardò un po’ stremata, ma non rise. I suoi occhi erano dolci, quasi preoccupati.
«Ingegnere, mi scusi per prima… non volevo entrare così. Ho sentito urlare e ho pensato che qualcuno stesse male. Mi dispiace tanto…»
Ero in imbarazzo mortale. Cercai di ricompormi, di girarmi per nascondere la macchia, ma lei mi fermò con un gesto gentile.
«Non si preoccupi… resti così.»
Mi sedetti di nuovo sulla poltrona per cercare di nascondere il disastro nei calzoni, le guance che bruciavano per la vergogna.
«Mi scusi lei, Giulia… perdoni. Non volevo che vedesse quella scena. Con mia moglie abbiamo una relazione un po’ particolare, come ha capito… e ci siamo lasciati trasportare da questa situazione ben oltre ogni limite. La prego, mi perdoni.»
Giulia si avvicinò lentamente. A 38 anni era una donna molto carina, con qualche chilo in più che però le stavano benissimo: fianchi morbidi, seno abbondante, un viso dolce con quegli occhi felini che oggi avevano visto troppo. Mi aveva sempre dato del “lei”, mi aveva sempre rispettato. E io l’avevo sempre considerata una brava ragazza, volenterosa e capace.
Invece di deridermi o sputtanarmi, mi guardò con occhi dolci, quasi protettivi. E mentre parlava, piano piano, sentivo che la sua curiosità cresceva. Non era una curiosità cattiva: era complice, intima, come se una parte di lei volesse capire davvero quel nostro mondo malato.
«Ingegnere, non resti così» disse alla fine con tono gentile ma deciso. «Se non le spiace che faccia io… vada in bagno, si tolga i calzoni e me li dia. Ci penso io a pulirli. Non resti in questo stato… ci sono io. Non si preoccupi, resterà tutto fra di noi.»
Rimasi senza parole. Lei, la mia segretaria, mi stava offrendo di pulirmi i pantaloni sporchi del mio stesso sperma dopo avermi visto umiliato in quel modo estremo.
Mi alzai lentamente, le gambe molli. La vergogna era ancora fortissima… ma c’era anche qualcosa di nuovo, di caldo, nel modo in cui mi guardava.
«Grazie, Giulia…» mormorai soltanto, dirigendomi verso il bagno privato dell’ufficio.
Mentre mi slacciavo i pantaloni, sentivo il suo sguardo sulla schiena. Sapevo che da quel momento niente sarebbe più stato come prima… né in ufficio, né con Livia, né con lei.
Mi tolsi i pantaloni sporchi e li passai attraverso la porta socchiusa del bagno privato. Giulia li prese senza il minimo segno di schifo o disgusto, anzi, con una gentilezza quasi materna.
«Grazie, Ingegnere. Ci penso io.»
La sentii allontanarsi lungo il corridoio verso il bagno delle donne. Dopo poco udii il soffio potente dell’asciugamani ad aria calda che si accendeva. Sorrisi tra me e me, pensando: “Cavoli, che brava ragazza… è proprio un angelo.”
Nel frattempo mi sfilai anche le mutande completamente intrise di sperma. Il tessuto era pesante e appiccicoso. Mi lavai con cura il cazzo e le palle sotto l’acqua calda del lavandino, togliendo via ogni residuo. Poi mi asciugai con il mio asciugamano personale, sentendomi un po’ più presentabile, anche se ero ancora nudo dalla vita in giù.
Qualche minuto dopo bussarono piano alla porta del bagno.
Aprii solo uno spiraglio, tenendo il corpo nascosto, perché ero senza mutande e il cazzo mi pendeva pesante tra le gambe, ancora un po’ gonfio per l’eccitazione residua.
Giulia però spinse delicatamente la porta e la aprì di più, entrando quel tanto che bastava per porgermi i pantaloni. I suoi occhi, inevitabilmente, scesero e indugiarono per un secondo di troppo sul mio cazzo scoperto.
«Ingegnere, ecco fatto» disse con voce dolce, un po’ imbarazzata ma sorridente. «Li ho lavati un po’ con il sapone delle mani e poi li ho asciugati con il phon per le mani. Sono quasi a posto… un po’ umidi ancora, ma meglio di prima.»
Poi, mentre mi passava i pantaloni, arrossì leggermente e aggiunse:
«…Posso farle una domanda intima?»
«Mi dica, Giulia.»
Lei abbassò un attimo lo sguardo, poi lo rialzò con un sorriso timido e curioso.
«Ma… quanto sperma ha fatto? Non ne avevo mai visto così tanto… non pensavo che un uomo potesse avere tutta quella roba.»
Rise dolcemente, le guance rosse, mentre io mi infilavo i pantaloni senza mutande.
Sorrisi anch’io, un po’ divertito e un po’ imbarazzato.
«Ma Giulia… che domande mi fa? Hahaha… Be’, sinceramente io ne faccio sempre tanto. E poi sono quasi un mese che non… e oggi non sono riuscito a trattenermi. Ero troppo eccitato e… me ne è uscita una quantità industriale.»
Lei annuì, sempre più rossa, ma con gli occhi che brillavano di curiosità sincera.
«Complimenti… poi, se posso permettermi… mi piace anche il suo odore.»
Fece una piccola pausa, poi continuò con voce più bassa:
«Mi scusi Ingegnere se mi permetto… ma tra la scena che ho visto prima e adesso questo… sono eccitata pure io. Anche se per lei è un mese, per me è quasi un anno che non vedo un cazzo.»
«Ma dai, Giulia! È così giovane, poi è sposata da pochi anni… con suo marito non fate sesso?»
Lei sospirò, appoggiandosi leggermente allo stipite della porta.
«Purtroppo da quando ho avuto la bambina sembra che a lui sia passata qualsiasi voglia. È più giovane di me di un anno, ma non mi tocca più, non mi cerca… dice che è sempre stanco.»
La guardai stupito.
«Ma Giulia… come fa con una bella donna come te! Mi sembra impossibile!»
Lei sorrise con un misto di tristezza e sincerità.
«Glielo assicuro… posso essere sincera? Invidio sua moglie. Oggi l’ho vista così… “troia”, mi scusi il termine… che se ne va con un toro del genere, vestita in quel modo, ancora colante del suo seme… e ha anche un marito così “pieno” tutto per lei. Vorrei averne solo un centesimo del sesso che fa sua moglie!»
Le sue parole rimasero sospese nell’aria tra noi. Giulia era lì, a 38 anni, bella, morbida, con quel seno abbondante che si alzava e abbassava un po’ più velocemente del normale, gli occhi felini che ora mi guardavano con una miscela di curiosità, invidia e desiderio represso.
Io ero senza mutande sotto i pantaloni ancora leggermente umidi, il cazzo che aveva ricominciato a pulsare lentamente sentendo le sue confessioni. L’ufficio era silenzioso. Livia era chissà dove con Edo. E Giulia, la mia segretaria perfetta e rispettosa, mi aveva appena confessato di essere eccitata e di invidiare la vita sessuale folle di mia moglie.
L’aria tra noi si era fatta improvvisamente più densa, più calda.
Giulia rimase ferma sulla soglia del bagno per qualche secondo, gli occhi ancora fissi sul mio cazzo che spuntava dai pantaloni aperti. Poi, lentamente, fece un passo avanti. La porta si chiuse alle sue spalle con un click leggero.
Si avvicinò piano, quasi timidamente, ma con una determinazione che tradiva mesi di desiderio represso. Il suo profumo dolce, un po’ vanigliato, mi arrivò alle narici. Allungò la mano destra e, senza dire una parola, avvolse delicatamente le dita intorno al mio cazzo nudo. Lo sentì caldo, ancora un po’ umido dopo il lavaggio, e lo strinse con dolcezza, come se stesse toccando qualcosa di prezioso e proibito.
I suoi occhi si alzarono nei miei. Erano lucidi, le pupille dilatate. La brava ragazza, la segretaria sempre composta, era sparita. Al suo posto c’era una donna piena di voglia repressa da troppo tempo.
«Ingegnere…» sussurrò con voce bassa e tremante, «…posso?»
Non aspettai la risposta. Il suo tocco era così dolce, così desideroso, che cedetti all’istante. Come mia moglie non resiste a un uomo dominante, io non resisto a un invito così tenero e carico di desiderio.
Annuii soltanto.
Giulia si fece ancora più vicina. Il suo corpo morbido premette contro il mio. Con la mano libera mi accarezzò il petto, poi salì fino al collo. Ci baciammo. Prima un bacio leggero, quasi timido, poi più profondo. Le nostre lingue si incontrarono piano, esplorandosi. Ci annusammo: io il suo profumo di donna pulita e eccitata, lei l’odore della mia pelle ancora calda dopo tutto quello che era successo.
Le mie mani scivolarono sui suoi fianchi larghi, stringendola a me. Sentivo il suo seno abbondante premere contro il mio petto. Lei gemette piano nella mia bocca mentre mi masturbava lentamente, con movimenti dolci e circolari.
Poi, senza staccare le labbra dalle mie, allungò una mano dietro di sé e girò la chiave nella serratura del bagno. Click. Eravamo chiusi dentro, solo noi due.
Giulia si staccò dal bacio, mi guardò negli occhi con un’espressione quasi adorante e, lentamente, si inginocchiò davanti a me sul pavimento del bagno.
Le sue mani mi abbassarono del tutto i pantaloni. Il mio cazzo, già mezzo duro, le sobbalzò davanti al viso. Lei lo guardò per un momento, poi lo prese tra le dita con reverenza.
«Quanto è bello…» mormorò.
Aprì la bocca e lo accolse tra le labbra calde e morbide. Non fu aggressiva come Livia. Fu dolce, quasi devota. Lo succhiò lentamente, prendendolo un po’ alla volta, la lingua che girava intorno alla cappella con cura. Aveva tanta voglia accumulata: lo capivo da come chiudeva gli occhi, da come gemeva piano intorno al mio cazzo, da come una mano le scese tra le sue gambe per toccarsi sopra la gonna.
Le posai una mano sui capelli castani, accarezzandoli senza spingere.
«Giulia… mmm… ma quanto sei brava» sussurrai con voce roca.
Lei tirò fuori il cazzo per un secondo, la saliva che luccicava sull’asta, e mi guardò dal basso con occhi lucidi di eccitazione.
«Sono eccitata, Ingegnere… mi piace tanto il suo cazzo…»
«Basta darmi del lei, ti prego» dissi sorridendo dolcemente. «Dammi del tu… chiamami Gianni.»
Giulia sorrise, le guance rosse, e tornò a succhiarmi con più passione. Lo prendeva più a fondo, la testa che si muoveva con ritmo crescente.
Le accarezzai la guancia e le dissi piano:
«Giulia… dimmi la verità. Prima, quando sei entrata in ufficio e hai visto il cazzo di Edo uscire dalla figa di Livia… ho visto una luce nei tuoi occhi. Al posto di scappare via… ti saresti inginocchiata a pulirglielo, vero?»
Lei gemette forte intorno al mio cazzo, succhiando con più avidità. Poi lo tirò fuori quel tanto che bastava per rispondere, la voce spezzata dal desiderio:
«Sìììì… sono anch’io una troia, Gianni… lo sono anch’ioooo…»
I suoi occhi erano pieni di fuoco ora.
«Dai… vienimi in bocca… riempimi la bocca con tutto il tuo sperma… sborrami tutta…»
Quelle parole, dette con quella voce dolce e disperata dalla mia segretaria sempre così composta, mi fecero perdere completamente il controllo.
Le afferrai i capelli con più decisione mentre lei tornava a succhiarmi con fame. La sua bocca era calda, bagnata, adorante. Sentivo la sua lingua che lavorava sotto l’asta, le sue mani che mi accarezzavano le palle.
Non resistetti a lungo.
«Giulia… sto per venire…»
Lei gemette di approvazione, succhiando più forte, più veloce, gli occhi fissi nei miei.
Venni con un gemito profondo, riversando nella sua bocca getti abbondanti e densi di sperma. Giulia non si ritrasse. Continuò a succhiare dolcemente, ingoiando tutto quello che le davo, con piccoli mugolii di piacere, come se stesse assaporando qualcosa di cui aveva sognato da tempo.
Quando finii, rimase ancora qualche secondo con il cazzo in bocca, pulendolo con la lingua, poi lo lasciò uscire con un bacio leggero sulla cappella.
Si alzò in piedi, le labbra lucide, un filo di sperma all’angolo della bocca che raccolse con un dito e leccò via.
Mi guardò con un sorriso timido ma felice, gli occhi ancora pieni di desiderio.
«Grazie, Gianni…» sussurrò.
«Oddio… grazie a te, Giulia… sei stata magnifica» mormorai con voce ancora roca di piacere.
Mi chinai d’istinto per baciarla, ma lei si ritrasse leggermente, le guance rosse, un sorriso imbarazzato sulle labbra lucide.
«Gianni… ho ancora la tua sborra in bocca…»
La guardai negli occhi, il cuore che batteva forte.
«Ma dai… appunto. Baciami così. Mi piace. Lo hai capito che sono un porco… adoro baciare una donna con lo sperma in bocca, anche se non è il mio.»
Quelle parole sembrarono accendere qualcosa dentro di lei. Un raptus improvviso. Giulia si incollò alle mie labbra con urgenza, premendo tutto il corpo morbido contro di me. Ci baciammo furiosamente, la sua lingua calda e ancora densa del mio seme che si intrecciava alla mia. Sentivo il sapore salato del mio stesso sperma mentre lo condividevamo in quel bacio sporco e appassionato. Le piaceva. Aveva fame di quel sapore.
Mollai i pantaloni che caddero ai miei piedi. Le mie braccia la avvolsero stretta, stringendola a me con forza. Le mani scivolarono sulla sua schiena, sui fianchi larghi, sul culo morbido. Ci baciammo come due affamati, gemendo l’uno nella bocca dell’altra, mentre lei mi passava il mio stesso sperma con la lingua.
Tra un bacio e l’altro lei mi confessò, quasi senza fiato:
«Se non mi avessi baciata… l’avrei tenuto in bocca… volevo spargermelo addosso… sul seno… sulla figa… volevo sentire il tuo odore sulla pelle per tutto il giorno…»
Quelle parole mi fecero impazzire.
Con impeto le slacciai il bottone dei jeans e infilai la mano nelle sue mutandine. Le dita scivolarono subito sulla sua figa: era morbida, calda, incredibilmente bagnata. Le labbra erano gonfie e accoglienti, il clitoride duro sotto il mio tocco. Giulia sussultò e allargò istintivamente le gambe, offrendosi completamente.
«Oh Dio… Gianni…» gemette contro la mia bocca.
Non resistetti. Mi buttai seduto sul pavimento del bagno, la schiena contro il muro. La tirai verso di me, le abbassai i jeans e le mutandine fino alle ginocchia. Lei si appoggiò con le mani al muro sopra di me, le gambe aperte. La sua figa, morbida e lucida di umori, era proprio davanti al mio viso.
Mi ci buttai con fame: prima con il naso, annusando il suo profumo caldo e femminile, poi con la lingua che scivolava tra le labbra gonfie, leccando ogni goccia della sua eccitazione. Le dita la aprivano delicatamente mentre la lingua girava intorno al clitoride e poi affondava dentro di lei. Giulia impazziva. Si strusciava contro la mia faccia con movimenti indemoniati, i fianchi che ondeggiavano, i gemiti che diventavano sempre più alti e disperati.
«Gianni… sì… leccami… oh cazzo… così…»
Le sue mani mi stringevano i capelli, spingendomi più forte contro di lei. La sua figa era calda, bagnatissima, dolcemente carnosa. La leccavo con passione, succhiando il clitoride, infilando due dita dentro di lei e muovendole piano mentre la lingua continuava a lavorare. Sentivo i suoi umori che mi colavano sul mento, sul collo.
In quel momento non pensavo più a Livia, a Edo, all’ufficio, allo sputtanamento. C’era solo Giulia. Quella donna dolce, repressa da troppo tempo, che poco prima mi aveva succhiato letteralmente l’anima e ora si stava lasciando andare completamente sulla mia bocca.
Lei tremava, le gambe che le cedevano, il respiro sempre più affannato.
«Gianni… sto per venire… non ti fermare… ti prego…»
La sua voce era rotta dal piacere, piena di urgenza. Io continuavo a leccarla con dedizione, gustandomi ogni fremito, ogni contrazione della sua figa morbida e bagnata.
Ecco la continuazione esatta, intensa e fedele a quello che hai descritto:

Non mi fermai.
Per nessun motivo al mondo mi sarei fermato.
Il vecchio porco che c’era dentro di me voleva far godere questa bella donna che mi aveva aiutato, che mi aveva preso in bocca con tanta dolcezza e voglia. Volevo restituirle tutto il piacere che mi aveva dato.
Continuai a leccarla con passione: lingua larga sul clitoride, due dita che entravano e uscivano dalla sua figa morbida e fradicia. Giulia tremava sempre di più, i gemiti diventavano sempre più alti e disperati.
«Gianni… oh cazzo… sì… non fermarti… sto per…»
Venne forte. Fortissimo.
Il suo corpo si irrigidì di colpo, le cosce che mi stringevano la testa. Un lungo gemito animale le uscì dalla gola mentre l’orgasmo la travolgeva. In quel preciso momento infilai più a fondo le due dita, le curvai e cominciai a massaggiarle il punto G con decisione.
E lei esplose.
Uno squirt violento, caldo, senza freni le schizzò fuori dalla figa. Mi inondò la faccia, la bocca, il mento, il collo. Un getto potente dopo l’altro, mentre lei ansimava e urlava di piacere, il corpo che sussultava incontrollato. Le gambe non la ressero più. Si accasciò sopra di me, crollando letteralmente sulla mia faccia e sul mio petto.
Si sedette a cavalcioni sulle mie gambe, ancora scossa dagli spasmi, e mi abbracciò forte al collo. Mi baciò con un’intensità selvaggia, un bacio d’istinto, quasi disperato. Baciava la mia bocca sporca dei suoi umori, la mia faccia bagnata del suo squirt, leccandomi le labbra, il mento, le guance. Un bacio profondo, bagnato, sporco, pieno di gratitudine e di voglia repressa finalmente liberata.
Eravamo seduti per terra nel bagno dell’ufficio, abbracciati come due adolescenti in calore. Io con i pantaloni calati, la camicia bagnata del suo squirt e della mia saliva, lei con i jeans e le mutandine abbassati fino alle caviglie, il viso rosso, i capelli appiccicati sulla fronte per il sudore.
Eravamo tutti e due sporchi.
Io più di prima.
Lei intrisa di sudore, dei suoi stessi umori e della mia sborra che ancora le rimaneva in bocca e che avevamo condiviso nel bacio.
Violentemente amore e sesso.
Niente di romantico, niente di pulito. Solo due corpi che si erano cercati e trovati in mezzo al caos di quella giornata assurda.
Giulia continuava a baciarmi, più piano ora, piccoli baci caldi sulle labbra, sul naso, sugli occhi, mentre riprendeva fiato. Il suo corpo morbido tremava ancora contro il mio.
«Gianni…» sussurrò con voce rotta, ancora ansimante, «…non mi era mai successo così… mai…»
Mi strinse più forte al collo, il seno abbondante schiacciato contro il mio petto, la figa ancora calda e bagnata che premeva contro la mia coscia.
Restammo così per qualche lungo secondo, abbracciati sul pavimento freddo del bagno, sporchi, sudati, esausti e incredibilmente vivi.
Poi lei mi guardò negli occhi, un sorriso timido e allo stesso tempo complice che le illuminò il viso.
«Che casino abbiamo combinato…» mormorò, ridendo piano contro la mia bocca.
Giulia mi guardò, ancora seduta sulle mie gambe, il viso arrossato e lucido di sudore, i capelli scompigliati. Si passò una mano sulla guancia bagnata e rise piano, un po’ incredula.
«Oddio… e adesso? Sono tutta sporca… e tu più di me… che facciamo?»
Le sorrisi, ancora con il suo sapore sulle labbra, e le accarezzai la schiena sotto la camicetta.
«Dai Giulia, facciamo così. Ora rendiamoci appena presentabili. Poi sgattaioliamo fuori. Tu prendi la tua auto ed esci per prima. Io lascio passare qualche minuto e ti seguo con la mia. Andiamo a casa mia. Lì ci cambieremo… qualche vestito decoroso lo troviamo di sicuro.»
Lei annuì, gli occhi ancora brillanti di eccitazione. Ci alzammo lentamente dal pavimento del bagno. Ma ogni gesto era una scusa per toccarci ancora. Mentre lei si tirava su i jeans, le mie mani le sfiorarono i fianchi. Mentre mi sistemavo la camicia bagnata, lei mi diede un bacio leggero sul collo. Ogni volta che i nostri corpi si sfioravano, sentivamo quella corrente elettrica, quell’impeto meraviglioso.
«Che voglia che hai scatenato in me…» mormorò lei contro la mia bocca, mentre mi aggiustava il colletto. «Troppo bella… mi sembra di essere tornata viva dopo anni.»
Era vero. Quella donna dolce e repressa si era trasformata in pochi minuti in una creatura piena di desiderio, calda, impetuosa. Mi piaceva da morire vederla così.
Ci ricomponemmo alla meglio. Lei si sistemò i capelli davanti allo specchio, io cercai di pulire le macchie più evidenti sulla camicia con della carta. Non eravamo perfetti, ma almeno non sembravamo appena usciti da un’orgia.
Le diedi le chiavi di casa mia.
«Vai prima tu. Io esco tra cinque minuti, così non diamo nell’occhio. Ci vediamo lì.»
Giulia mi diede un ultimo bacio profondo, la lingua che ancora sapeva di noi due, poi uscì dal bagno con un sorriso complice.
Aspettai qualche minuto, il cuore che batteva forte. Quando uscii dal bagno privato, attraversai l’ufficio con passo normale. Passai davanti alla scrivania di Giulia: era già vuota. Bene.
Uscii dal cancello principale, feci il giro lungo dall’altra parte del palazzo per non incrociare nessuno, salii in macchina e partii.
Durante il tragitto verso casa mia, la mente mi vorticava. Livia era chissà dove con Edo, probabilmente già inginocchiata da qualche parte o sdraiata sotto di lui. Io invece stavo andando a casa con la mia segretaria, ancora sporco del suo squirt e del suo odore, con il cazzo che ricominciava a pulsare al solo pensiero di averla di nuovo.
Arrivai davanti al cancello di casa. L’auto di Giulia era già parcheggiata discretamente sul vialetto. Scesi, aprii la porta e la trovai in piedi nell’ingresso, un po’ imbarazzata ma con gli occhi che brillavano.
Appena entrai, si avvicinò subito.
«Siamo soli?» chiese piano.
«Sì. Entra.»
Chiuse la porta dietro di me e, senza dire altro, mi si buttò addosso. Ci baciammo di nuovo con quell’impeto meraviglioso, le mani che già cercavano di spogliarci a vicenda mentre ci dirigevamo verso il bagno grande.
«Prima una doccia…» mormorai tra un bacio e l’altro.
«Insieme?» chiese lei con un sorriso malizioso.
«Ovvio.»
Ci spogliammo lungo il corridoio, lasciando vestiti sporchi e umidi per terra. Entrammo nella doccia grande. L’acqua calda cominciò a scorrere sui nostri corpi mentre ci insaponavamo a vicenda, ridendo e toccandoci senza sosta. Le sue mani sul mio cazzo, le mie sul suo seno abbondante e sulla sua figa ancora sensibile.
Era tutto così intenso, così vivo.
E in quel momento, mentre l’acqua ci lavava via lo sporco di quella giornata folle, capii che la voglia di Giulia aveva appena aperto una porta che non si sarebbe richiusa tanto facilmente.
Entrammo sotto il getto caldo della doccia senza smettere di baciarci. L’acqua scivolava sui nostri corpi ancora sporchi di umori e sudore, ma nessuno dei due ci faceva più caso. Le nostre mani erano ovunque: le mie sul suo culo morbido, sui fianchi larghi, sul seno pesante; le sue sul mio petto, sulla schiena, sul cazzo già di nuovo duro e pulsante.
Ci baciavamo con urgenza, lingue che si intrecciavano, labbra che si mordicchiavano, respiri che si mescolavano. Il mio cazzo, impazzito di desiderio, premeva contro il suo ventre morbido. Giulia gemeva piano nella mia bocca, il corpo che si strusciava contro il mio come se non riuscisse a saziarsi.
Non resistetti più.
La spinsi con decisione contro le piastrelle calde del muro. Lei sussultò, ma i suoi occhi si accesero di voglia. Con un movimento deciso la sollevai tra le braccia: le sue gambe si aprirono e mi circondarono i fianchi, il suo peso sostenuto dalle mie mani sotto il culo. La punta del mio cazzo trovò subito la sua figa bagnata e calda.
La guardai dritto negli occhi mentre la penetravo con un colpo solo, profondo, fino in fondo.
«Ahhh… Gianni…» gemette lei, la testa che si rovesciava leggermente indietro contro il muro.
La sentii stringermi intorno, calda, morbida, accogliente. Iniziai a fotterla con forza, con ritmo deciso, quasi irriducibile. Ogni spinta era profonda, volevo sentirla mia, volevo arrivare fino in fondo, fino all’utero. L’acqua calda ci batteva addosso, rendendo tutto più scivoloso, più carnale.
Il suo seno abbondante premeva contro il mio petto a ogni affondo. I nostri sguardi erano incatenati: i suoi occhi felini erano pieni di piacere e di sorpresa, come se non si aspettasse una voglia così violenta da me.
«Così… prendimi…» ansimò, le unghie che mi graffiavano le spalle. «Montami… voglio sentirti tutto…»
Accelerai il ritmo, sbattendola contro il muro con colpi forti e regolari. Il suono bagnato della sua figa che mi accoglieva si mescolava al rumore dell’acqua. Ogni volta che affondavo fino alle palle, lei stringeva le gambe intorno ai miei fianchi, tirandomi più dentro.
Ero preso da una voglia irresistibile di possederla, di marchiarla, di farla mia in quel momento. La doccia, la casa vuota, la giornata folle che avevamo vissuto… tutto scompariva. C’era solo lei, il suo corpo morbido, la sua figa che mi stringeva, i suoi gemiti che riempivano il bagno.
Le morsi piano il collo, poi tornai a baciarla con foga mentre continuavo a montarla senza pietà.
«Sei mia adesso…» le sussurrai contro le labbra, spingendo più forte.
Giulia rispose con un gemito lungo, il corpo che tremava tra le mie braccia, la figa che si contraeva intorno al mio cazzo come se volesse trattenermi per sempre.
L’acqua continuava a scorrere su di noi, calda e implacabile, mentre io la possedevo con tutta la passione accumulata in quella giornata assurda e meravigliosa.
La tenevo sollevata contro il muro della doccia, le sue gambe strette intorno ai miei fianchi, il mio cazzo affondato fino in fondo dentro di lei. Ogni spinta era forte, profonda, quasi rabbiosa. Volevo sentirla mia. Volevo marchiarla.
L’acqua calda ci batteva addosso, rendendo la pelle scivolosa, ma non rallentavo. La fottevo con ritmo deciso, guardandola dritto negli occhi.
«Giulia… voglio venire dentro di te» le ringhiai contro le labbra. «Voglio riempirti tutta… marchiarti… farti mia.»
Lei gemette forte, le unghie che mi affondavano nelle spalle.
«Sì… sì Gianni… riempimi… dammi tutto… fammi tua…»
Quelle parole mi fecero perdere completamente il controllo. Accelerai, sbattendola contro le piastrelle con colpi sempre più potenti. Il suo seno rimbalzava contro il mio petto, la sua figa morbida e calda mi stringeva l’asta come un pugno bagnato. Sentivo la cappella urtare in fondo a ogni affondo, come se volessi arrivare ancora più dentro.
«Prendi… prendi tutto…» ansimai, il respiro corto.
Giulia tremava tra le mie braccia, la bocca aperta contro la mia, i gemiti che diventavano sempre più acuti.
«Vieni… vieni dentro… voglio sentirti… voglio la tua sborra dentro di me…»
Non resistetti più.
Con un ultimo colpo profondo, quasi violento, mi svuotai dentro di lei. Getti caldi e abbondanti di sperma le schizzarono dentro, inondandole la figa fino all’utero. Continuai a spingere mentre venivo, spremendo ogni goccia, marchiando il suo corpo come se fosse davvero la mia donna.
Giulia urlò di piacere, la figa che si contraeva violentemente intorno al mio cazzo, succhiando il mio seme. Venne insieme a me, il corpo scosso da spasmi forti, le gambe che mi stringevano con forza.
Restammo così per lunghi secondi: io ancora dentro di lei, il cazzo che pulsava svuotandosi fino all’ultima goccia, lei che mi abbracciava al collo, ansimante, con la testa appoggiata alla mia spalla.
L’acqua continuava a scorrere su di noi, lavando via il sudore ma non il nostro odore, non il segno che le avevo appena lasciato dentro.
Le baciai il collo, poi la guancia, poi la bocca con più dolcezza.
«Sei mia adesso…» le sussurrai all’orecchio, ancora affondato dentro di lei.
Giulia sorrise contro le mie labbra, la voce debole ma felice.
«Sì… sono tua… almeno per oggi…»
Restammo abbracciati sotto l’acqua calda, il mio cazzo ancora semiduro dentro di lei, il mio sperma che lentamente cominciava a colare fuori mescolandosi all’acqua.
Era una sensazione bellissima: averla presa, averla riempita, averla marchiata come mia in quel momento di pura follia.
Il tempo era volato in modo crudele. Giulia guardò l’orologio sul comodino e fece un piccolo sospiro di panico.
«Cazzo… devo correre. Devo andare a prendere la bimba dai nonni tra poco…»
La accompagnai fuori dalla doccia, presi il mio accappatoio grande e morbido e cominciai ad asciugarla con cura, passandolo lentamente sul suo corpo ancora caldo e arrossato. Lei sorrideva, ma si muoveva già con fretta. La portai in camera da letto.
Aprii l’armadio di Livia e iniziai a cercare qualcosa di decente per lei. Non fu facile: Livia porta due taglie in meno rispetto a Giulia. Alla fine trovammo un paio di jeans scuri che, anche se un po’ stretti sui fianchi morbidi di Giulia, le stavano abbastanza bene. Lei rise piano mentre se li infilava.
«Suo marito non si accorgerà di nulla… tanto non la guarda più» disse con un velo di tristezza mista a eccitazione.
Poi aprii l’altra anta dell’armadio, quella dove Livia teneva le magliette… e lì c’erano anche tutti i suoi completini da troia. Babydoll trasparenti, perizomi ridottissimi, reggiseni a balconcino con ferretti, body di pizzo nero, calze autoreggenti, persino un collarino con la scritta “Puttana”.
Giulia rimase a bocca aperta. I suoi occhi si spalancarono mentre sfiorava con le dita i tessuti leggeri e provocanti.
«O cazzo… che completini che ha tua moglie…» mormorò, quasi senza fiato. Prese tra le mani un babydoll nero molto sexy, completamente trasparente, con inserti di pizzo che non coprivano praticamente nulla. «Mmm… come mi piacciono…»
Si voltò verso di me con uno sguardo nuovo, pieno di desiderio e di sfida.
«Gianni… la prossima volta voglio venire qui e voglio che me li fai indossare. Voglio fare la tua puttana! Promettimelo che mi fai fare ancora la tua puttana! Voglio che mi scopi ancora, ancora, ancora… voglio che mi riempi la figa, la bocca… il culo, anche se lì sono ancora vergine. Lo voglio. Voglio sentirmi la tua puttana.»
La sua voce era bassa, urgente, quasi supplichevole. Aveva gli occhi che brillavano.
La guardai intensamente, poi mi avvicinai e le sussurrai all’orecchio, mentre le mie dita le sfioravano il fianco:
«Oggi… avresti voluto essere al posto di Livia nel mio ufficio, vero? Aggrappata a me mentre Edo ti montava forte da dietro… dimmelo. Dai, sii sincera.»
Giulia arrossì violentemente, ma non abbassò lo sguardo. Si morse il labbro inferiore e annuì piano.
«Sì…» ammise con un filo di voce rotta. «Sì… l’ho pensato. Quando l’ho visto che la sbatteva mentre lei ti baciava… una parte di me ha invidiato da morire tua moglie. Avrei voluto essere io quella vacca aggrappata a te, con un cazzo grosso che mi apriva la figa mentre tu mi guardavi negli occhi.»
Fece una piccola pausa, poi aggiunse con un sorriso malizioso e timido insieme:
«Ma adesso… voglio essere la tua puttana. Solo tua.»
La baciai con forza, stringendola a me. Lei rispose con la stessa urgenza, le mani che mi accarezzavano il petto nudo.
Poi, con un sospiro rassegnato, si staccò.
«Adesso però devo proprio andare… la bimba mi aspetta.»
Si infilò una semplice maglietta bianca di Livia (che le tirava un po’ sul seno) e finì di vestirsi in fretta. Prima di uscire dalla camera si voltò ancora una volta verso l’armadio aperto, guardò tutti quei completini da troia e mi lanciò un’occhiata carica di promesse.
«Promettimelo, Gianni… la prossima volta mi fai vestire da puttana per te.»
Le sorrisi, le diedi un ultimo bacio profondo e le sussurrai sulle labbra:
«Te lo prometto. La prossima volta sarai la mia puttana personale.»
La accompagnai fino alla porta. Prima di uscire mi diede un ultimo bacio dolce, poi corse verso la sua auto.
Rimasi solo in casa, con l’odore di lei ancora addosso e l’armadio di Livia aperto, pieno di completini scandalosi che ora avevano preso un nuovo significato.
Il telefono vibrò sul comodino. Era un messaggio di Livia.
Ma in quel momento, con il sapore di Giulia ancora in bocca e la promessa di farla diventare la mia puttana, non lo aprii subito.
Chiusi l’armadio del peccato con un gesto secco, come se quel click potesse mettere un punto temporaneo a tutto quello che era successo con Giulia. Poi presi il telefono dal comodino e aprii il messaggio di Livia.
Non resistetti, la voglia vedere quel messaggio era troppa...
Era un video. Breve, ma devastante.
Partiva con Livia in ginocchio su un pavimento che non riconoscevo, probabilmente a casa di Edo. Era nuda, tranne per le autoreggenti nere strappate in più punti. Un vecchio — un uomo grasso, peloso, con la pancia prominente — le teneva la testa con entrambe le mani e le scopava la bocca senza pietà. Il suo cazzo non era enorme, ma era spesso e venoso, e lui lo spingeva fino in fondo alla gola di mia moglie facendola gorgogliare e lacrimare. Livia faceva di tutto per assecondarlo: la lingua fuori, la gola aperta, le guance incavate, i versi umidi e strozzati che arrivavano chiaramente dal microfono.
Poi l’inquadratura scendeva lentamente.
Aveva un grosso plug nero conficcato nel culo, la base larga che le dilatava l’ano senza pietà. Nella figa era infilato un dildo realistico, spesso e venato, che qualcuno aveva spinto fino in fondo e che ora restava lì, tenuto fermo solo dalla sua stessa eccitazione. La figa era gonfia, rossa, lucida di umori che le colavano lungo le cosce.
L’inquadratura girò ancora.
Sul suo seno bellissimo c’erano tante mollette da panni di legno, attaccate alle areole e ai capezzoli. Le tette erano deformate, tirate verso il basso dal peso delle mollette, la pelle arrossata e segnata. Edo comparve nel frame con un frustino sottile in mano. Con un ghigno soddisfatto cominciò a colpirle una per una, staccandole con colpi secchi.
Ogni volta che il frustino schioccava, Livia sobbalzava violentemente, un urlo soffocato dal cazzo del vecchio che le riempiva la bocca. Le mollette saltavano via una dopo l’altra, lasciando i capezzoli gonfi, viola, doloranti. Lei tremava, le lacrime le rigavano il viso, ma non smetteva di succhiare. Anzi, spingeva la testa avanti, come se volesse prenderlo ancora più a fondo.
Il video finiva con Edo che rideva e diceva con voce chiara:
«Brava vacca. Il nonno ti riempie la bocca mentre io ti preparo il resto. Stasera ti riporto a casa solo quando sarai piena di sborra in tutti i buchi.»
Rimasi lì, in piedi davanti all’armadio chiuso, il telefono in mano, il cazzo che mi pulsava di nuovo nei pantaloni nonostante fossi appena venuto dentro Giulia.
L’immagine di mia moglie ridotta così — usata, umiliata, dolorante e chiaramente eccitatissima — mi colpì dritto allo stomaco. Era la stessa Livia che poche ore prima mi baciava con la lingua mentre Edo la montava sopra di me. Ora era diventata un oggetto puro nelle mani di Edo e di chiunque lui decidesse di farla scopare.
E io… io ero qui, con il sapore di Giulia ancora in bocca, il suo squirt ancora sulla pelle, e la promessa di farla diventare la mia puttana personale la prossima volta.
Il contrasto era violento. Bellissimo. Malato.
Il telefono vibrò di nuovo. Un messaggio vocale di Livia, inviato dopo il video:
«Padrone Edo dice che stasera mi tiene qui. Mi porterà domani mattina direttamente da te in ufficio cosi sarò devastata e vuole vedere la faccia dei tuoi dipendenti quando mi vedranno e sparleranno di quello che Giulia ha visto oggi.
Mi ha già fatto venire tre volte e non ha ancora finito con me.
Ti amo, cornuto mio.
Il Padrone mi ha detto di ordinarti di non segarti nel frattempo…»
Rimasi a fissare lo schermo per lunghi secondi.
Chiusi il telefono, lo posai sul letto e mi passai una mano sul viso.
La giornata era stata un delirio totale: prima Edo che mi umiliava in ufficio, poi Giulia che mi succhiava l’anima nel bagno e che mi aveva fatto venire dentro di lei sotto la doccia… e ora questo video di Livia trasformata in una troia senza limiti.
Mi sentivo svuotato, eccitato, innamorato e completamente perso.
Che cazzo stavamo diventando noi due?
Chiusi il telefono e rimasi in silenzio per un tempo che sembrò infinito.
Un vuoto strano mi si era aperto nel petto. Non era solo gelosia. Era un casino totale nella testa: il senso di colpa per aver scopato Giulia con tanta foga sotto la doccia, per averle riempito la figa del mio sperma, per averle promesso di farla diventare la mia puttana. Il profumo dolce e femminile di lei mi era rimasto addosso, sulla pelle, nelle narici, anche dopo la doccia. I testicoli mi facevano male, svuotati due volte in poche ore. E poi c’era Livia… la mia Livia, la donna che amo da impazzire, ridotta a un oggetto sessuale in mano a Edo e a chissà quanti altri.
Il senso di colpa verso di lei era lì, pesante… ma veniva attutito dalle immagini che avevo appena visto: lei in ginocchio che succhiava quel vecchio, le mollette sui capezzoli, il plug nel culo, il dildo nella figa. Lei che godeva mentre veniva umiliata e usata.
Era tutto malato. Tutto contorto. E io ci stavo dentro fino al collo.
Diede da mangiare ai nostri due gatti, che mi giravano tra le gambe miagolando come se sentissero che qualcosa non andava. Poi mi buttai sulla poltrona del salotto, ancora vestito, con la mente che continuava a girare in tondo. Il televisore spento, la casa silenziosa. Mi addormentai così, esausto, con un groviglio di emozioni che mi premeva sul petto.
Verso le undici di sera il telefono vibrò sul tavolino.
Era un altro messaggio di Livia. Un video.
Lo aprii con il cuore che accelerava.
Livia era sdraiata su un tappeto scuro, completamente nuda. La faccia, il collo e i seni erano impiastricciati di sperma denso e biancastro: ce n’era tantissimo, colava in rivoli lenti sulle guance, sul mento, tra le tette. La figa era gonfia, rossa, leggermente aperta e grondante; un grosso dildo nero vibrante era ancora infilato dentro di lei fino a metà, che ronzava piano facendo tremare le sue labbra.
L’inquadratura salì lentamente sul suo viso.
Era distrutta. Bellissima e distrutta. Gli occhi lucidi, le labbra gonfie e sporche di sborra, i capelli appiccicati alla fronte. Eppure sorrideva. Un sorriso ansimante, stanco, ma vero.
Alzò una mano verso la telecamera, mandò un bacio con le dita e disse con voce roca, spezzata dal fiatone:
«Ciao cornutino… mi hanno distrutta…
Ti amo.»
Il video finì lì.
Rimasi a fissare lo schermo nero per lunghi secondi.
Quel “ti amo” mi arrivò dritto al cuore, mescolato al dolore e all’eccitazione. La immaginai lì, sdraiata su quel tappeto, piena di sborra di sconosciuti, con il dildo che ancora vibrava dentro di lei, mentre Edo probabilmente filmava e rideva.
E io ero qui, solo in casa nostra, con il profumo di Giulia ancora addosso e il senso di colpa che mi mangiava vivo.
Il telefono vibrò di nuovo. Un messaggio scritto, subito dopo il video:
«Sono esausta amore… mi hanno usato per ore.
Edo dice che domani mattina mi riporta in ufficio.
Non vedo l’ora di abbracciarti… anche se sono ancora piena di loro.
Tu come stai? Mi sei mancato tanto.»
Rimasi con il telefono in mano, il pollice sospeso sulla tastiera.
Cosa potevo risponderle?
Che anch’io l’amavo da morire?
Che mi sentivo un traditore per aver scopato Giulia?
Che nonostante tutto mi ero eccitato come un animale vedendo quel video?
La casa era silenziosa. I gatti dormivano sul divano. Io ero lì, solo, con un casino totale nell’anima.

Per info impotente@proton.me

POSTED 3 COMMENTS:
  • avatar Mogliedainiziare1 davvero bellissimo, spero ce ne sia il proseguo

    14-04-2026 10:42:53

  • avatar coppiatitubante Eccitantissimo

    14-04-2026 10:10:42

  • avatar Cardinale DDDDDDDDDDDDDDDDDDDDRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIINNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNNN!

    14-04-2026 08:45:37