logo The Cuckold
663


STORY

IL PATTO

by intrigosex
Viewed: 107 times Comments 0 Date: 04-07-2026 Language: Language

# IL PATTO
### Lei era libera, io ero suo.

## Capitolo 1. Le parole del buio

Tutto è cominciato nel buio, molti anni fa. Non con un discorso, non con una confessione preparata: con una frase sfuggita nel momento in cui un uomo non sa più mentire, quello in cui il corpo comanda e la bocca obbedisce.

Eravamo insieme da tanto, e facevamo l'amore come si fa dopo tanti anni: bene, con la sapienza delle abitudini. Ma quella notte, mentre la tenevo stretta e sentivo il piacere salire, mi uscì dalle labbra una cosa che tenevo chiusa da sempre.

«Immagina se adesso ci fosse un altro al posto mio.»

Lei si irrigidì un istante. Un istante solo. Poi, invece di fermarsi, si mosse più forte, e nel buio sentii la sua voce cambiare, farsi più bassa.

«E tu dove saresti?»

«Qui. A guardarti. A saperlo.»

Non aggiunse niente, quella notte. Ma venne come non veniva da mesi, e io con lei, e dopo restammo in silenzio, fingendo entrambi di dormire, entrambi svegli fino all'alba.

Fu così che nacque la nostra lingua segreta. Una lingua che si parlava soltanto lì, nel letto, nel buio, dentro l'amore. Alla luce del giorno eravamo marito e moglie come tutti gli altri. Ma la notte, quando i corpi si cercavano, la porta della stanza segreta si apriva e ne uscivano le fantasie, prima timide, poi sempre più audaci. E con gli anni imparammo la regola non detta: di quelle cose non si parlava mai fuori. Solo lì.

Anni. Sono andati avanti così per anni, e per anni mi è bastato. Quasi.



## Capitolo 2. Le domande

Poi vennero le domande. A un certo punto le fantasie astratte non mi bastarono più, e cominciai a cercare la realtà dentro le fantasie.

«Al lavoro c'è qualcuno che ti guarda?»

Lei era sopra di me, quella volta. Rallentò, mi fissò nel buio.

«Che domande fai.»

«Rispondi. C'è qualcuno che ti guarda?»

Un silenzio lungo. Poi, piano: «Sì. Uno c'è.»

Il mio corpo reagì in un modo che sentì immediatamente, e lei sorrise nel buio, e capì di avere in mano un'arma nuova.

Da quella notte l'interrogatorio divenne il centro del nostro amore.

«Ti ha scritto qualcuno, per la foto che hai messo ieri?»

«Due. Uno insiste da settimane.»

«E tu che fai?»

«Non rispondo.» Una pausa, il bacino che si muoveva lento. «Ma non lo blocco nemmeno.»

«Perché?»

«Perché mi piace. Mi piace essere importunata. Mi piace sapere che c'è uno che perde il sonno per me. Ti scandalizza?»

«No. Mi fa impazzire.»

«Lo sento, che ti fa impazzire.»

Era questo il punto che nessuno dei due aveva previsto: lei non mi toccava soltanto il corpo. Mi prendeva nella testa. Mi scopava il cervello, non trovo un'espressione più esatta, e lo sapeva. Aveva capito che il mio vero organo erotico era l'immaginazione, e lo suonava come uno strumento, con le pause, con i dettagli, con le mezze verità lasciate a metà apposta.

E nel momento più alto arrivava sempre la stessa liturgia.

«Dillo. Cosa vuoi che faccia.»

«Voglio che un giorno lo fai davvero.»

«Che cosa? Dillo tutto.»

«Che ti fai prendere da un altro. Che mi fai questo regalo.»

«E io te lo farò, amore. Ne prenderò tanti, per te. E domani, sai che faccio domani? Rispondo a quel messaggio. La tua puttana comincia a osare.»

E veniva, dicendolo. E io con lei, sconvolto, svuotato, felice come non ero mai stato.

Il mattino dopo, il silenzio di sempre. Ma lei diventava ogni giorno più bella. Le donne desiderate fioriscono, e lei, che si sapeva desiderata da me in quel modo assoluto e si scopriva desiderabile dal mondo intero, camminava diversa, rideva diversa. Se ne rendeva conto, e la consapevolezza le si era posata addosso come un profumo.




## Capitolo 3. Il contratto

Il passaggio dalla parola alla realtà non fu un salto. Fu una firma.

Una sera, dopo l'amore, accese la luce. Mai successo prima: la stanza segreta viveva al buio, e accendere la luce significava portarla nel mondo vero. Si mise seduta contro la testiera e parlò con una calma che mi fece tremare più di qualunque fantasia.

«Se lo facciamo davvero, lo facciamo con delle regole. Le decido io. E c'è una premessa che cambia tutto: da questo momento tu non hai più il diritto di dirmi di no. Su niente. L'hai voluto tu, questo gioco, l'hai chiesto tu per anni nel buio, e adesso che lo porto alla luce è mio. Il no lo hai speso quando hai deciso di confessarti. Ti rimane una sola parola, e sai qual è.»

«Sì.»

«Ti concedo un'unica eccezione, e non è un potere: è un dovere. Puoi sempre chiedermi chi è l'uomo. Nome, chi è, dove lo vedo. Non per giudicare: per la mia sicurezza. Tu sei il custode della mia incolumità, non della mia virtù. Se un uomo non ti convince come persona, ne parliamo. Se non ti convince come rivale, taci.»

«Sì.»

«Prima regola: l'infedeltà è solo mia. Tu non tocchi nessuna, mai. Io sono libera, tu sei mio. La mia libertà è il tuo guinzaglio.»

«Sì.»

«Seconda: nessuna bugia, in nessuna direzione. Io ti dirò sempre la verità, anche quando farà male, soprattutto quando farà male. E tu non fingerai mai che non fa male, perché il tuo dolore è la parte che mi eccita di più.»

«Sì.»

«Terza, la più importante.» Si avvicinò, mi prese il viso tra le mani. «Quando io sono fuori, tu non ti tocchi. Non vieni. Per nessun motivo. Finché il desiderio è acceso, voi uomini siete poeti; appena vi svuotate, diventate giudici. Se tu vieni mentre io sono fuori, quando torno non trovo mio marito in fiamme, trovo un uomo freddo che comincia a pentirsi. E io i ripensamenti non li reggo. Quindi tu resti in gabbia. Io verrò tutte le volte che voglio, mi farò riempire quanto voglio, e tornerò a casa piena del mio piacere per fartelo assaggiare tutto. A me gli orgasmi, a te l'attesa.»

«Sì.»

«E le punizioni, perché un contratto senza penali non è un contratto.» Sorrise, e non era un sorriso dolce. «Se ti tocchi senza permesso, se vieni senza permesso, se provi anche solo a dirmi un no: la prima volta, una settimana di silenzio. Esco, torno, e non ti racconto niente. Ti lascio solo con la tua immaginazione e con il dubbio, che per uno come te è peggio di qualsiasi castità. La seconda volta, un mese. La terza, il gioco finisce per sempre. Guardami: lo sai che questa è la minaccia più feroce che potessi farti.»

«Sì» dissi. Con un filo di voce, perché era vero.

«Allora il contratto è firmato. Un matrimonio d'infedeltà, solo mia, per il piacere di tutti e due.» Spense la luce. «Da domani tua moglie è anche un'altra cosa.»




## Capitolo 4. Il telefono

Il gioco, da quel giorno, visse soprattutto nei giorni normali, nelle pieghe della vita, e la sua forma quotidiana più crudele era il telefono.

Eravamo sul divano, una sera qualsiasi, la televisione accesa su qualcosa che nessuno guardava. Lei prendeva il telefono, leggeva, e a un certo punto, senza staccare gli occhi dallo schermo:

«Vieni qui. Ti faccio vedere una cosa.»

Mi mostrava la chat. L'uomo di turno, quello che ci provava. I suoi messaggi, uno dopo l'altro: i complimenti, le allusioni, le proposte sempre meno velate. Me li faceva leggere tutti, con calma, osservando il mio viso invece dello schermo, perché lo spettacolo per lei era quello: il mio viso.

E qui vigeva una regola sottile, mai scritta ma ferrea. Io non potevo dire «brava». Non potevo incoraggiarla, perché il tifo avrebbe trasformato la trasgressione in un teatrino autorizzato. Ma non potevo nemmeno protestare, fare il marito ferito. Dovevo stare lì, in mezzo, esattamente dove lei mi voleva: complice e sofferente insieme, con la mascella tesa e il respiro corto, senza il diritto di scegliere tra le due cose.

«Guarda cosa mi ha scritto oggi» diceva. E poi, con la mano che scendeva su di me, sopra i vestiti, a misurare l'effetto: «Ecco. Lo sapevo. Ti distrugge e ti accende, tutto insieme. Sei fatto così, amore mio, e io ti ho preso tutto, anche questo.»

Poi la parte più vertiginosa.

«Adesso rispondiamo. Cosa gli scrivo?»

E io dovevo dettare. Con la sua mano addosso che stringeva e allentava a suo piacere, regolando la mia lucidità come si regola una fiamma, dovevo suggerire le parole con cui mia moglie avrebbe incoraggiato un altro uomo. Se proponevo una risposta troppo fredda, scuoteva la testa: «Di più. Osa di più, per me». Se esageravo, rideva: «Calmo. La puttana sono io, tu sei solo il suggeritore». Sceglievamo la frase insieme, lei la digitava, e prima di premere invio si fermava sempre, e mi guardava negli occhi.

«Lo mando?»

Un secondo di silenzio. Il pollice sospeso sullo schermo.

«Sì.»

Invio. E quel piccolo suono di messaggio partito era, certe sere, più violento di qualsiasi racconto.




## Capitolo 5. La prima sera

La prima volta vera arrivò un giovedì, e cominciò nel pomeriggio, da me.

Uscì dalla doccia con la pelle che fumava di caldo, si distese sul letto e mi indicò il flacone di crema. Il mio compito, il mio privilegio, la mia condanna: preparare con le mie mani il corpo che un altro avrebbe goduto. La crema sulle spalle, la schiena, i fianchi, e poi le gambe, con una cura particolare, perché le gambe sarebbero state nude. Niente calze, niente reggicalze: li aveva aboliti prima ancora di cominciare. «Roba da scena, da film. Io non recito. Gambe nude, pelle vera. Quando una mano mi sale sulla coscia deve trovare me, non un costume.»

Sul letto c'era pochissimo. Un vestito corto, di quelli che non lasciano dubbi su come una donna vuole finire la serata. E sotto, soltanto uno slip sottilissimo, un niente di stoffa.

«Questo non serve a coprire» disse, infilandolo, guardandomi attraverso lo specchio. «Serve a essere tolto in fretta. O nemmeno tolto. Stasera voglio essere pronta subito, capisci? Già in macchina, se capita. Una donna vestita così è una donna che ha già deciso. E io ho già deciso.»

«Lo sai cosa vado a fare stasera?»

«Sì.»

«Lo sai chi è?»

«Sì.» Lo sapevo. Avevo esercitato il mio unico diritto: nome, chi era, dove.

«Bravo. Tu aspettami qui. A casa, nel nostro letto. Non so a che ora torno. Forse presto. Forse molto, molto tardi. L'attesa è il tuo lavoro, amore. Il non sapere è il mio regalo.»

Mi baciò all'angolo della bocca per non rovinare il rossetto, e se ne andò.

Chi non ha vissuto un'attesa così non può capire. Le prime ore furono quasi dolci: la immaginavo al ristorante, la testa inclinata, quel suo modo di ridere toccandosi la clavicola. Poi, verso le dieci, arrivò l'animale: la gelosia vera, quella fisica, che sale dal ventre e stringe il petto. E insieme all'animale il suo gemello, un'eccitazione durissima e dolorosa che non aveva sfogo possibile, perché la terza regola era lì, firmata.

Non toccarsi. Sembra poco. È un supplizio raffinato: il corpo chiede una cosa sola e semplicissima, e la mente deve dirgli di no per ore, mentre l'immaginazione, che non ha firmato nessun contratto, proietta le sue scene. Camminavo per casa come una bestia, mi sedevo, mi alzavo, aprivo l'armadio solo per sentire il suo odore sui vestiti. Il desiderio in gabbia sbatteva contro le sbarre, e ogni colpo era insieme una fitta e un piacere che non somiglia a nessun altro: il piacere di soffrire per qualcuno, dentro un patto.

A mezzanotte il primo messaggio.

«Ancora fuori. Lui è meglio di come scriveva. Tu come stai, bravo?»

Risposi con l'unica parola concessa: «Sì».

«Bugiardo. Stai malissimo. Lo sento da qui. Resisti.»

Poi il silenzio. Un'ora. Un'ora e mezza. Il tempo non passava: si accumulava addosso, pietra su pietra. All'una e quaranta il telefono vibrò di nuovo, e quello che lessi mi mise in ginocchio sul pavimento della camera.

«Fatto, amore. Il regalino è fatto. In questo momento tua moglie è di un altro, ed è ancora nel suo letto. Se lo sta godendo tutto e sta pensando a te. Tu non ti muovere. Non ti toccare. Voglio trovare tutto intero. Se torno.»

Quel «se torno» era la sua firma, la crudeltà d'artista. Sapevo che sarebbe tornata. Ma il gioco viveva in quel millimetro di dubbio, e lei lo coltivava come un giardino.

Ed è lì, in quell'ora finale, che capii la cosa più strana di tutta la nostra storia: anche io stavo facendo l'amore. Non con il corpo, immobile e in gabbia, ma con la testa. Un autoerotismo puramente mentale, fatto di immagini, di fitte, di ondate che salivano e non potevano scaricarsi, e proprio per questo giravano in circolo, sempre più forti. Lei era là e faceva l'amore con la carne. Io ero qui e lo facevo con i neuroni, con la fantasia, con il dolore. Due amanti nella stessa notte, in due letti diversi, uniti da un filo di messaggi e da un contratto. E lei, me lo disse poi, impazziva a saperlo: sapermi lì, sveglio, in fiamme e obbediente, raddoppiava ogni suo piacere. Non mi stava tradendo. Mi stava includendo.

La chiave girò alle tre e mezza. Entrò in camera con la sola luce dell'abatjour: il vestito stropicciato, i capelli diversi, il rossetto scomparso, addosso l'odore di un'altra vita e sopra tutto il suo profumo, che resisteva come una firma. Si sedette sul bordo del letto e mi appoggiò la mano sul petto.

«Batte come un tamburo. Bravo. E qui?» La mano scese, mi trovò come mi aveva lasciato, e sorrise. «Bravissimo. Hai rispettato il contratto. Adesso stai fermo e rispondi. Sai come.»

«Sì.»

«Hai sofferto?»

«Sì.»

«Tanto? Da impazzire?»

«Sì.»

«E in mezzo alla sofferenza hai goduto? Con la testa, dico?»

«Sì.»

«Lo sapevo. Siamo venuti insieme anche stanotte, io là e tu qui. Adesso ascolta cosa ha fatto tua moglie, e tieni duro, perché il tuo momento arriva solo alla fine.»

E raccontò, con la voce bassa e precisa, mentre la sua mano si muoveva su di me con una lentezza studiata, fermandosi a ogni mio limite, ripartendo solo dopo il mio sì. La cena, gli sguardi, la mano di lui sulla schiena uscendo. La casa di lui. Lo slip sottilissimo che aveva fatto esattamente il suo mestiere, spostato e basta, nemmeno tolto, la prima volta ancora vestita, contro la porta. E poi il letto, e la libertà che a casa non usava, le cose che a me non concedeva e che con lui erano venute naturali proprio perché lui non contava niente. Era venuta, forte, più volte, e nel momento più alto aveva pensato a me, in gabbia, obbediente, e quel pensiero l'aveva fatta gridare.

«E adesso riscuoti.» Si sfilò il vestito, lentamente, e mi prese la testa tra le mani con una dolcezza improvvisa, sconvolgente dopo tutta quella crudeltà, guidandomi giù lungo il suo corpo come si guida qualcuno in un luogo sacro. «Piano. Senza fretta. Senti tutto. Stanotte sono stata sua e adesso torno tua, e tu devi sentire il passaggio, per sapere fino in fondo che sono tornata.»

E io la sentii. Assaggiai il suo piacere come promesso, e dentro il suo piacere c'era, innegabile, il passaggio di un altro, e questa era la vertigine finale, il punto in cui il dolore e l'adorazione diventano indistinguibili. Non provai disgusto: provai una devozione feroce, il bisogno di riprendermela centimetro per centimetro, di cancellare e insieme di onorare. Lei inarcò la schiena, affondò le mani nei miei capelli e venne raccontando ancora, i dettagli finali tenuti da parte per quel momento esatto, il racconto e l'orgasmo mescolati in un'unica lunga frase senza fine.

«Adesso tu» disse poi, tirandomi su, prendendomi. «La gabbia si apre. Vieni per tutta la notte che sei stato buono.»

Fu lei a condurre anche quello, e quando finalmente mi lasciò andare, dopo avermi trattenuto ancora due volte, per gioco, per potere, per amore, quello che uscì da me fu tutta la serata insieme: l'attesa, i messaggi, il «se torno», la gabbia. Venni come si crolla, e lei mi tenne stretto mentre crollavo.

«Ci sono io. Sei stato bravissimo. Non è vero che ti ho fatto cornuto, amore: ti ho fatto unico.»




## Capitolo 6. Il giorno dopo

Bisogna che spieghi la faccenda dei regali, perché è la parte che il mondo capirebbe meno, ed è invece il cuore di tutto.

Non erano gli uomini a farle regali. Era l'unico divieto che riguardava loro: potevano avere il suo corpo, per una sera, alle sue condizioni, ma non potevano darle niente. Non un gioiello, nemmeno un fiore. «Non sono la loro mantenuta. Semmai il contrario: sono loro i miei giocattoli.»

I regali glieli facevo io. Il marito. Dopo.

Il giorno seguente la portai in gioielleria. E qui sta la vertigine che non so spiegare a chi non la prova: c'è un piacere torbido e assoluto, il massimo della perdizione, nell'entrare in un negozio con la propria moglie il giorno dopo che è stata di un altro, e vederla scegliere con calma, alla luce del sole, elegante e composta, il premio per la sua notte. La commessa che sorride e pensa: che marito innamorato. E io che pago, e pagando le dico, senza parole, davanti a tutti: so tutto, ho sofferto tutto, e ti incorono.

«Ti rendi conto di cosa siamo?» mi sussurrò, uscendo con il pacchetto in mano. «Faccio la puttana e mi paga mio marito. Non gli amanti: mio marito. Sono la puttana di un uomo solo, che mi presta al mondo e poi mi riscatta ogni volta. Non esiste niente di più perverso e niente di più fedele, se ci pensi.»

E la dolcezza. Senza questo il quadro sarebbe falso. Nessuno mi ha mai visto tenero come il giorno dopo. La colazione a letto, le carezze sui capelli, l'abbraccio lungo, senza niente di sessuale, come si tiene una cosa preziosa tornata da un viaggio pericoloso. Lei si lasciava coccolare con un abbandono che negli anni normali del nostro matrimonio non aveva mai avuto. La trasgressione della notte comprava la tenerezza del giorno, e viceversa: due valute dello stesso tesoro.




## Capitolo 7. L'uomo del periodo

Con il tempo il gioco trovò il suo ritmo naturale, e il ritmo aveva un nome: l'uomo del periodo.

Non era mai un harem, non era mai il caos. Lei funzionava così: sceglieva un uomo, uno solo, e per qualche mese quello era l'uomo del periodo. Lo studiava, lo addestrava senza che lui lo sapesse, lo usava. E qui accadeva la cosa che, quando la capii, mi tolse il sonno per settimane: quando l'uomo del periodo la voleva, lei non sapeva dirgli di no.

Non per debolezza. Per matematica. Me lo spiegò lei, una notte, nella nostra lingua del buio.

«Ci ho pensato tanto, sai, a perché dico sempre sì quando lui mi cerca. E ho capito. Quando mi scrive che mi vuole, io sento tre cose insieme. Sento la mia voglia, che c'è, inutile negarlo, quest'anno di libertà mi ha acceso come non sono mai stata. Sento il suo desiderio, che mi lusinga e mi accende ancora di più. E sento te. Ti vedo già, qui, in gabbia, in fiamme, felice di quella tua felicità disperata. Un sì solo, e faccio felici tre persone in una volta: lui, me e te. Trovamela tu, una parola più potente. Come faccio a dire no a una parola che fa felici tre persone?»

E così osava sempre di più. Ogni sì rendeva più facile il successivo, ogni ritorno a casa più incandescente, ogni racconto più lungo. E io, invece di frenare, alimentavo. Perché era nel buio, durante l'amore, che il gioco progettava se stesso: le mie domande erano diventate proposte, e le sue risposte promesse.

«E se una volta ti portasse in un club?» le chiesi una notte, con lei sopra di me. «Uno di quei posti. Privé.»

Si fermò. Nel buio sentii che sorrideva.

«Ci pensavi da tanto a questa, eh?»

«Sì.»

«E ti immagini cosa succederebbe, in un posto così? Tua moglie in mezzo a sconosciuti che guardano?»

«Sì.»

«O magari lui che mi presenta un amico. Ci hai pensato anche a questo?» La voce le si era abbassata di un tono. «Rispondi. Ci hai pensato?»

«Sì.»

«Che maiale meraviglioso che ho sposato.» Riprese a muoversi, piano. «Registro tutto, lo sai. Ogni tua fantasia va in archivio. E l'archivio, prima o poi, io lo apro.»

Venne poco dopo, e venendo mi disse all'orecchio la frase che sarebbe diventata il titolo di quel periodo della nostra vita: «Non chiedermi mai niente che non sei pronto a vedermi fare. Perché io ormai le faccio, le cose.»




## Capitolo 8. L'autista

L'archivio si aprì una prima volta qualche mese dopo, ma non come mi aspettavo. Il gioco, per restare vivo, deve sempre avere una stanza in più, una porta che non avevi visto. E la porta, quella volta, fu la macchina.

«Stasera non prendo la mia» disse, finendo di prepararsi. «Mi porti tu.»

Guidavo. Lei sedeva accanto a me, le gambe nude che uscivano dal vestito corto, illuminate a intermittenza dai lampioni. Parlava del più e del meno, con una leggerezza studiata, crudele. A un semaforo mi prese la mano destra e se la posò sulla coscia.

«Le senti come sono morbide? Le hai preparate tu. Tra un'ora le accarezza un altro. Guida piano, amore. Voglio arrivare tardi di dieci minuti. Farlo aspettare fa bene a lui e fa malissimo a te, e tutte e due le cose mi piacciono.»

Arrivammo davanti a un portone, in una via che non conoscevo. Si guardò nello specchietto, si sistemò un capello che non aveva bisogno di essere sistemato.

«Tu resti qui.»

«...»

«Hai capito bene. Stasera niente casa, niente letto. Aspetti qui, in macchina, sotto le sue finestre. Voglio, mentre sono di là, sapere che sei a venti metri, chiuso qui dentro, con le mani sul volante. E le mani restano sul volante. Terza regola, versione da viaggio.»

«Sì.»

Scese. La guardai attraversare la strada con quel passo che aveva ormai, il passo di una donna che sa di essere guardata da due uomini contemporaneamente, quello alla finestra e quello in macchina. Citofonò. Il portone si aprì. Prima di entrare si voltò, mi mandò un piccolo cenno con le dita e sparì.

Scoprii quella notte che esistono due attese, e non si somigliano affatto. L'attesa di casa è oceanica: lei è «fuori», in un altrove senza coordinate, e la mente può vagare, costruire, difendersi persino, con l'illusione della distanza. L'attesa in macchina è chirurgica: l'altrove ha un indirizzo, un piano, una finestra. Al secondo piano, dopo un po', si accese una luce, poi si spense, e quella luce spenta mi fece più male di qualsiasi racconto. A casa soffrivo in largo; lì soffrivo in profondità, come una lama sottile nello stesso punto per due ore. Non so quale delle due attese sia più feroce. So che lei le collezionava entrambe, e le alternava con la sapienza di chi conosce il proprio strumento.

Al telefono, dopo un'ora e mezza, un solo messaggio.

«Lo so che sei lì sotto con il cuore a mille. È bellissimo. Sto per fare una cosa che ti racconterò stanotte, e la faccio adesso sapendo che sei a venti metri. Tieni le mani sul volante.»

Le tenni sul volante. Le nocche bianche. Quando uscì, alle due meno un quarto, attraversò la strada con calma, salì in macchina, e il profumo che portò dentro l'abitacolo non era più soltanto il suo.

«A casa, amore. Piano. Comincio a raccontare adesso, e finisco nel letto.»

E quella notte capii un'altra cosa: il racconto in macchina, con le mani obbligate sul volante e la strada davanti, mentre lei parlava a voce bassa guardando fuori dal finestrino, era una tortura nuova, perfetta, che nessuno dei due aveva progettato e che entrò subito nel repertorio.




## Capitolo 9. Il club

L'archivio si aprì del tutto qualche mese più tardi, con l'uomo del periodo di quell'inverno, uno sicuro di sé al punto giusto, che lei aveva scelto anche per questo.

«Sabato mi porta in un posto» mi disse un martedì sera, sul divano, con il telefono in mano. «Un privé, fuori città. Mi ha chiesto se me la sento.» Alzò gli occhi dallo schermo e li piantò nei miei. «Io gli ho già risposto. Vuoi leggere cosa?»

Mi passò il telefono. La sua risposta era una riga sola: «Ho un solo limite, e non è quello che pensi. Per il resto, portami dove vuoi».

«Il limite sei tu» disse, riprendendosi il telefono. «Torno sempre. Tutto il resto è negoziabile. Sabato tu mi aspetti a casa, e sarà l'attesa più lunga della tua vita, perché non saprai niente. In quei posti il telefono si lascia all'ingresso. Niente messaggi, stavolta. Buio totale dalle dieci fino a quando mi vedi rientrare. Sopravviverai?»

«Sì.»

Non sopravvissi: morii e rinacqui una ventina di volte, quella notte. Il buio totale era una crudeltà nuova, l'assenza perfino di quel filo di messaggi che nelle altre notti mi teneva legato a lei. Alle quattro e dieci sentii la chiave, e quando entrò in camera capii dal suo passo, prima ancora che dal viso, che era successo qualcosa di grande.

Si spogliò in silenzio, si infilò nel letto, mi prese come si prende una cosa propria, e solo dopo, molto dopo, cominciò a raccontare, con la testa sul mio petto e la voce di chi torna da un altro pianeta.

Il posto, le luci basse, le coppie, gli sconosciuti. L'essere guardata, prima di tutto: camminare in una stanza sapendo che ogni uomo presente la stava desiderando, e sentire quel desiderio collettivo addosso come un vestito nuovo. Lui che la mostrava con orgoglio, la mano sulla sua schiena nuda, e lei che per la prima volta nella vita si era sentita, disse proprio così, «un'opera esposta». E poi l'amico. Perché l'uomo del periodo, a metà serata, aveva ritrovato là dentro un amico, e le aveva chiesto con gli occhi una cosa che non si chiede a parole, e lei aveva risposto con gli occhi una cosa che non si risponde a parole.

«E lì ho pensato a te» mi disse, le dita che mi disegnavano cerchi sul petto. «Giuro. Nel momento esatto in cui ho detto sì con gli occhi, ho pensato: il mio maiale meraviglioso l'aveva messa in archivio, questa. Stanotte lo faccio felice due volte. E mi sono lasciata andare come non mi ero mai lasciata andare, quattro mani, capisci, quattro mani e io sola in mezzo, ed era troppo e non era mai abbastanza, e a un certo punto ho riso, ho riso forte, di piacere e di libertà, e loro non potevano capire di cosa ridevo. Ridevo di noi, amore. Di quanto siamo arrivati lontano partendo da una frase detta al buio.»

Quella notte non ci fu quasi bisogno di toccarmi. Il suo racconto mi portò al limite e oltre con la sola voce, e lei lo sapeva, e rallentava apposta nei punti decisivi, e mi teneva fermo con una mano sola, senza sforzo, come si tiene fermo un uomo che non vuole affatto scappare.




## Capitolo 10. Il terzo regalo

La terza volta che entrammo in gioielleria, lei non guardò nemmeno le vetrine.

«Stavolta niente gioiello» disse, davanti al bancone, a voce abbastanza bassa perché la commessa non sentisse, abbastanza chiara perché io sentissi benissimo. «Stavolta voglio di più. Il regalo me lo fai con il calendario, non con i soldi. Voglio un weekend. Intero. Da venerdì sera a domenica sera. Con lui. Due notti fuori, in un posto che sceglie lui, e tu a casa. Quarantotto ore, amore. È il regalo più grande che ti abbia mai chiesto, e me lo sono guadagnato. Dimmi di sì.»

La commessa si avvicinò sorridendo: «Posso aiutarvi?». E io, guardando mia moglie negli occhi, risposi a tutte e due con la stessa parola.

«Sì.»

Il venerdì la preparai come sempre, crema, vestito, la piccola valigia che volle fare davanti a me, capo per capo, commentando ogni scelta («questo per la cena, questo per dopo la cena, questo non lo metterò quasi mai»). Sulla porta mi prese il viso tra le mani.

«Quarantotto ore. Non le hai mai fatte. Ti dico come funzionerà, così non impazzisci del tutto: qualche messaggio te lo mando, quando voglio io, e saranno peggio del silenzio, ti avverto. Regole solite. E amore...» Un bacio all'angolo della bocca. «Grazie. Nessun uomo al mondo regala quello che regali tu.»

Aveva ragione su tutto, come sempre. I messaggi arrivarono, radi e micidiali, distribuiti con la scienza di un cecchino.

Venerdì, 23:40: «Cena meravigliosa. Lui è in forma. Io di più. Notte, marito mio».

Sabato, 15:20: «Non ci si crede quanto si può fare l'amore in un giorno quando non c'è un orario per tornare. Sto scoprendo una cosa: la libertà mi piace troppo».

Sabato, 23:55, il colpo al cuore: «Ci trattano da coppia, qui. Il cameriere, la signora della spa. E se ci prendessimo gusto? E se lunedì ti scrivessi che non torno più?». E poi, tre minuti dopo, tre minuti che durarono un'era geologica: «Scherzo, scemo. Torno sempre. Sei tu casa mia. Ma ammetti che per tre minuti sei morto, e ammetti che un pezzetto di te ha goduto anche di questo. Ti conosco, maiale mio. Notte».

Domenica sera, quando entrò dalla porta con la valigia, abbronzata di un weekend e piena di quarantotto ore da raccontare, mi trovò dove sapeva: intero, in fiamme, distrutto e fedele. Lasciò cadere la valigia nell'ingresso, mi guardò a lungo, e per la prima volta da quando era iniziato tutto fu lei ad avere gli occhi lucidi.

«Lo sai che in due giorni, ogni volta che godevo, il pensiero era uno solo? Domenica torno e glielo racconto. Tutto il weekend, ogni ora, era già racconto mentre lo vivevo. Vivevo per due.» Mi prese per mano, verso la camera. «Vieni. Stanotte non si dorme. Ho quarantotto ore da restituirti, e le voglio restituire tutte.»




## Epilogo. Il matrimonio d'infedeltà

Sono passati anni dalla notte della luce accesa, e il contratto è ancora in vigore, con le sue stagioni, i suoi articoli, le sue penali mai applicate, perché non ho mai sgarrato: la minaccia del silenzio, per uno come me, funziona meglio di qualsiasi catena.

Ci sono mesi in cui non succede niente, e il gioco vive solo dov'era nato, nel buio del letto e nelle chat lette insieme sul divano, con il suo pollice sospeso sull'invio e il mio sì sospeso nel petto. Ci sono stagioni con il loro uomo del periodo, e allora la casa si riempie di quell'elettricità che gli altri matrimoni perdono al terzo anno e noi ritroviamo intatta ogni volta. Ci sono le attese di casa, oceaniche, e quelle in macchina, chirurgiche, e ormai anche quelle lunghe due notti, che sono un'altra cosa ancora, un digiuno che trasforma il ritorno in un banchetto.

So come ci chiamerebbe il mondo. Lei una donna facile, io un uomo debole, un cornuto. La verità è rovesciata: non ho mai conosciuto una donna meno facile di lei, che non si concede a nessuno se non alle proprie condizioni, non accetta un fiore da nessun uomo che non sia suo marito, e non ha mai detto un sì che non facesse felici tre persone. E non mi sono mai sentito meno debole di quando resisto per ore, o per giorni, in nome di un patto.

Ho capito col tempo che il nostro gioco ha tante stanze e un solo pilastro. C'è la stanza di chi aspetta a casa e quella di chi aspetta in macchina, la stanza di chi legge i messaggi con il cuore in gola e quella di chi assaggia, al ritorno, il piacere di lei con dentro il passaggio di un altro. Sono tutte stanze della stessa casa, e la casa sta in piedi per una ragione sola: lei. Più la donna è consapevole, più è padrona, più regge il timone con quella crudeltà precisa e amorosa, più tutto l'edificio diventa solido invece che fragile. Una donna incerta farebbe crollare tutto in una sera. Lei non è mai stata incerta un minuto, nemmeno nei tre minuti di quel messaggio di sabato notte, che erano crudeltà calcolata al milligrammo, e lo sapevamo tutti e due.

Gli altri hanno la sua carne per qualche ora, qualche volta per un weekend, e non hanno niente: non un regalo, non un segreto, non un ritorno. Io ho l'attesa, il dolore, il racconto, l'assaggio, il giorno dopo in gioielleria, la colazione a letto, il sempre. Loro la prendono. Io la possiedo, e lei possiede me, testa compresa, testa soprattutto.

E ogni volta che la guardo uscire, con le gambe nude che ho preparato io e un vestito che ho chiuso io, penso sempre la stessa cosa: il mondo ci giudicherebbe, ma il mondo non era invitato. Questo patto ha due firme sole, e sono le uniche che contano.

POSTED 0 COMMENTS: