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STORY

VITA DA BULL

by Bullmastermaturo60
Viewed: 139 times Comments 1 Date: 05-05-2026 Language: Language

Vita da Bull, Parte Prima — Le Origini

Avevo ventuno anni e non sapevo niente.

Voglio dire davvero niente — non nel senso romantico con cui i giovani amano raccontarsi ignoranti per sembrare poi più saggi. Intendo niente in modo letterale, concreto, quasi comico a ripensarci oggi. Non sapevo cosa fosse lo scambismo. Non sapevo cosa fosse un guardone. Non sapevo che certi viali, certe sere, certi motori tenuti accesi senza ragione apparente fossero un linguaggio — un codice scritto nell'aria che tutti sembravano conoscere tranne me.

Ero uno studente universitario come tanti. Sveglio, curioso, con qualche fidanzatina che si alternava con la naturale leggerezza di quell'età. Vivevo la mia vita con quella specie di sicurezza incosciente che hanno i ventenni quando il mondo sembra fatto apposta per loro. Andavo a lezione, studiavo quanto bastava, uscivo con gli amici la sera.

Di una cosa, però, ero consapevole. Una cosa che avevo sempre saputo, fin dall'adolescenza, con una certezza tranquilla e senza vanterie: ero dotato in modo fuori dal comune. Non lo dicevo, non lo esibivo. Era semplicemente un dato di fatto, come avere le spalle larghe o la voce profonda. Una caratteristica fisica che non avevo scelto e alla quale, a ventuno anni, non avevo ancora capito quanto peso avrebbe dato alla mia vita.

Quella sera di fine autunno del 1981 stavo camminando per i fatti miei.

Il viale — La sera che cambiò tutto

Era una di quelle sere fresche e ferme in cui il respiro fa un piccolo vapore nell'aria e i passi sui marciapiedi suonano più nitidi del solito. Camminavo vicino all'università, mani in tasca, testa altrove. Non stavo cercando niente. Non stavo aspettando nessuno.

L'auto rallentò accanto a me con una naturalezza disarmante. Una berlina scura, pulita, di quelle che non si notano perché costano abbastanza da non dover urlare. Il finestrino scese e lei mi guardò.

Mora. Viso angelico — uso questa parola e la mantengo, perché è l'unica giusta. Lineamenti perfetti, quasi irreali nella loro delicatezza, con qualcosa negli occhi però che angelico non era per niente. Trentacinque anni, forse qualcuno in più, ma portati con quella grazia sicura che hanno le donne che sanno esattamente chi sono.

— Stai andando da qualche parte di preciso? — mi chiese. Sorrideva.

Risposi di no, che stavo solo camminando. Lei disse che faceva freddo e che se volevo potevo salire, che stavano andando a casa e che abitavano vicino. Lo disse con una semplicità tale che la cosa più naturale del mondo sembrava proprio salire su quell'auto di due sconosciuti alle dieci di sera.

Salii.

Lui era al volante. Anche lui sulla quarantina, capelli scuri e ben pettinati, giacca elegante. Mi strinse la mano guardandomi nello specchietto retrovisore con un sorriso cordiale e tranquillo. Parlammo per i pochi minuti del tragitto — di università, di cosa studiassi, del quartiere. Una conversazione normalissima, leggera, quasi banale.

Solo in seguito avrei capito che quel viale non era un viale come gli altri, certe sere. Che le auto ferme con i motori accesi non erano lì per caso. Che quello che mi era sembrato un gesto spontaneo di gentilezza era in realtà una scelta — precisa, consapevole, desiderata.

Allora non lo sapevo. Salii e basta.

3. A casa loro — Il battesimo

L'appartamento era esattamente quello che ti aspetteresti da due avvocati giovani e benestanti, figli a loro volta di avvocati. Tutto al posto giusto, niente di eccessivo. Libri veri sugli scaffali, qualche stampa alle pareti, mobili scelti con gusto sobrio. Odore di casa vissuta, di ordine senza rigidità.

Mi offrirono qualcosa da bere. Parlammo ancora un poco. Poi lei si alzò, mi prese per mano con la stessa naturalezza con cui prima mi aveva invitato in macchina, e mi portò in camera da letto.

Fui imbarazzatissimo.

Lo dico senza falsa modestia e senza costruire un personaggio. Avevo ventuno anni, non avevo mai vissuto niente di simile, e una donna di trentacinque anni bellissima e consapevole stava prendendo l'iniziativa su di me con una padronanza che non avevo strumenti per reggere. Lei fece tutto. Davvero tutto — con una grazia lenta e inesorabile, come chi sa dove sta andando e non ha nessuna fretta di arrivarci perché il percorso è già il piacere.

Lui era nell'angolo della stanza.

Silenzioso. Immobile, quasi. Aveva in mano una Polaroid — una di quelle macchine fotografiche che all'epoca erano quasi un oggetto magico, capace di materializzare un'immagine in pochi secondi come un piccolo miracolo chimico. Scattava qualche foto, ogni tanto. Mi guardava con un'espressione che non riuscivo a decifrare: non ostile, non inquietante. Quasi sereno. Come se stesse assistendo a qualcosa di cui aveva bisogno, che lo completava in un modo che non avrei saputo spiegare allora e che ho capito solo molto dopo.

La mia performance, quella sera, non fu memorabile. Ero troppo dentro lo stupore, troppo fuori dalla mia esperienza. Il corpo rispose — come avrebbe sempre fatto, con quella generosità fisica che non mi ha mai tradito — ma la testa era altrove, ancora ferma sul marciapiede di qualche ora prima, ancora incredula.

Quando fu finita, lei mi sorrise. Lui mi strinse di nuovo la mano. Mi diedero il loro numero di telefono — quello di casa, fisso, perché i cellulari erano ancora fantascienza — e vollero il mio.

— Ci farebbe piacere rivederti, — disse lei. Semplicemente così.

Tornai a casa a piedi, in quella notte fresca, con la testa che ronzava. Non sapevo ancora come si chiamasse quello a cui avevo appena partecipato. Non avevo un nome per il ruolo di lui, né per il mio. Avevo solo la sensazione netta, fisica quasi, che qualcosa si fosse aperto — una porta in un muro che non sapevo ci fosse.

4. Il numero di telefono — L'inizio di un'educazione

Chiamarono dopo circa dieci giorni. O forse chiamai io — non ricordo con certezza, e forse non importa. Importa che ci rivedemmo. E poi ancora. E poi ancora.

Nel giro di qualche mese si era installata una frequentazione mensile, regolare, quasi rituale. Andavo da loro una sera al mese, o poco più. A volte c'era da mangiare qualcosa prima, a volte no. Sempre quella stessa atmosfera — elegante, tranquilla, priva di qualsiasi urgenza o squallore.

Fu in quel periodo che ricevetti la mia vera educazione.

Non a scuola, non tra i libri, non nelle conversazioni notturne con i coetanei. Fu lei a insegnarmi. Senza dichiararlo, senza fare la professoressa, con la pazienza naturale di chi ama davvero quello che fa. Mi insegnò ad ascoltare il corpo di una donna — non solo i segnali evidenti, ma quelli sottili, quasi impercettibili. Una variazione nel respiro. Una tensione che si scioglie. Un movimento delle anche che chiede qualcosa di diverso da quello che stai facendo.

Mi insegnò a rallentare. A ventuno anni si tende ad andare dritti al punto, convinti che la velocità sia sinonimo di potenza. Lei mi mostrò che il punto non esiste — che esiste solo il percorso, e che è lì che accade tutto.

Lui era sempre presente. Nell'angolo, con la sua Polaroid, con il suo sguardo sereno. Ogni tanto scambiavamo qualche parola prima o dopo, mai durante. Cominciai a capire la natura del suo desiderio — non assenza di partecipazione, ma una forma diversa di partecipazione. Lui era lì pienamente, intensamente, con tutta la sua attenzione concentrata sul piacere di lei. Traeva qualcosa da quello sguardo che nessun altro tipo di intimità gli avrebbe dato. Era una dinamica che non avrei saputo giudicare allora, e che oggi non giudico affatto.

Erano sposati da poco, ma fidanzati da anni. Si amavano — questo era evidente, in ogni gesto, in ogni sguardo che si scambiavano. Quello che costruivano con me non era una crepa nel loro rapporto. Era, paradossalmente, una sua estensione.

5. L'amica — La prima volta con una sconosciuta

Dopo circa un anno di frequentazione, una sera lei mi fece una proposta.

Lo fece con quella sua naturalezza disarmante, come se stesse chiedendomi se preferivo il vino rosso o il bianco. C'era una sua amica, mi disse. Curiosa. Molto curiosa, da tempo. Il marito era un brav'uomo ma non era — come lo disse? — particolarmente dotato. E lei aveva sempre avuto questa fantasia, questo desiderio rimasto sospeso, di sapere cosa significasse stare con un uomo come me.

“ Se sei d'accordo, la invito una sera.”

Ero d'accordo.

L'amica arrivò una settimana dopo. Era bionda, qualche anno più giovane di lei, bella in modo diverso — più nervosa, più scoperta nella sua emozione. Si vedeva che era eccitata e impaurita allo stesso tempo, in quella proporzione instabile che rende le persone straordinariamente vive.

Quella sera feci la cosa più imbarazzante della mia vita adulta: venni quasi subito.

Lo dico e ci rido ancora, a distanza di decenni. Ero talmente eccitato dalla situazione — la novità, lei, l'essere osservato, tutto insieme — che il corpo mi tradì in modo clamoroso e rapidissimo. O meglio, mi tradì a metà. Perché accadde una cosa che avrei imparato a conoscere come una mia caratteristica costante: rimasi durissimo. A ventuno anni, con quell'eccitazione addosso, era come se il corpo non avesse ricevuto il messaggio che di solito chiude i giochi.

Continuai.

Lei guidava — come aveva imparato a fare con l'altra, come avrebbe insegnato a fare a me — e io seguivo. Continuai, e venni una seconda volta. E poi una terza. E alla fine una quarta, in quella stessa notte, senza mai perdere l'erezione, senza mai sentire il corpo cedere.

Lei alla fine era esausta e felice con quella felicità particolare, silenziosa, che ha un sapore diverso da tutte le altre.

L'amica tornò altre due volte nelle settimane successive. Ogni volta era più disinibita, più presente a se stessa, come se quegli incontri le stessero restituendo qualcosa che non sapeva di aver perso.

6. La seconda amica — Il mondo si apre

Qualche mese dopo arrivò un'altra presentazione.

Un'altra amica, un altro nome, un'altra storia da scoprire lentamente nel corso di una serata. Non ricordo i dettagli con la stessa nitidezza della prima volta — la memoria seleziona, e la prima volta è sempre quella che resta incisa più in profondo. Ricordo però la sensazione.

Era la sensazione di qualcuno che comincia a capire di avere un ruolo.

Non lo chiamavo ancora così. Non avevo ancora il vocabolario — né quello comune né quello specifico di quel mondo. Ma sentivo che quello che stava accadendo non era casuale, non era solo una serie fortunata di coincidenze. C'era qualcosa in me — nella mia fisicità certo, ma anche nel mio modo di stare in quelle situazioni, nella mia capacità di mettere le persone a proprio agio, di non giudicare, di essere presente senza essere invadente — che funzionava. Che era utile. Che dava piacere.

Erano loro ad averlo visto per primi, quella sera sul viale. Molto prima che lo vedessi io.

7. La doppia vita — Cinque anni di università

Per cinque anni vissi due vite parallele con la stessa naturalezza con cui si respira.

Di giorno: lezione, biblioteca, esami. Ero un bravo studente — anzi, ero quello che si chiama un secchione, senza vergogna alcuna nel dirlo. Studiavo sul serio, con metodo e costanza, prendevo bei voti, ero quello a cui i colleghi chiedevano gli appunti. Una vita ordinata, disciplinata, con le fidanzatine con cui andare al cinema o a ballare il sabato sera. Una vita normale, allegra, superficiale nel senso migliore del termine — leggera come sanno essere leggere solo le cose dell'età giusta.

Di notte, una volta al mese o poco più: quell'appartamento elegante, quella donna mora con il viso angelico, suo marito nell'angolo con la Polaroid, e a volte qualcun'altra — un'amica curiosa, una presenza nuova, un altro capitolo di qualcosa che non avevo scritto io ma a cui stavo contribuendo pagina dopo pagina.

Non lo raccontai mai a nessuno. Non per paura, ma perché capivo istintivamente che certe cose non si raccontano — non perché siano vergognose, ma perché appartengono a uno spazio che ha bisogno di riservatezza per esistere. La discrezione non era una regola che mi avevano imposto. Era qualcosa che avevo assorbito da loro, dalla loro eleganza, dal modo in cui vivevano quella dimensione senza farne né un dramma né uno spettacolo.

Quello che ho imparato in quegli anni non si trova in nessun libro.

Ho imparato che il desiderio femminile è infinitamente più complesso e più ricco di quanto i ventenni immaginino. Ho imparato che la fiducia è il vero atto erotico — che una donna che si fida di te ti offre qualcosa di molto più prezioso del suo corpo. Ho imparato che gli uomini come lui — silenziosi, presenti, apparentemente ai i — sono spesso quelli che capiscono più in profondo cosa voglia dire amare qualcuno.

Ho imparato, soprattutto, che esisteva un ruolo che faceva per me. Non lo conoscevo ancora per nome. Non sapevo ancora dove mi avrebbe portato.

Ma era già lì, già mio, già scritto in quella prima serata sul viale quando avevo ventuno anni e non sapevo niente, e una donna con il viso di un angelo aveva abbassato il finestrino e mi aveva chiesto dove stessi andando.

Da nessuna parte di preciso, avevo risposto.

Non sapevo ancora quanto fosse falso.



POSTED 1 COMMENTS:
  • avatar MASCHIO1964 Complimenti si capisce che sei una persona colta, che ha fatto della trasgressione un modus vivendi, credo siamo coetanei anche io negli anni 80 avevo vent'anni, ma ho scoperto la trasgressione soltanto qualche anno dopo con mia moglie.

    07-05-2026 09:37:12