Incontro estivo
by LastevirtualIl caldo di quella sera sembrava restare incollato alla pelle, anche dopo il tramonto. Avevo scelto apposta una camicia leggera, aperta appena quanto bastava, più per sentirmi dentro la situazione che per altro. Non ero lì per caso. E non ero lì per essere timido.
Quando li vidi arrivare, capii subito che la realtà superava qualsiasi fantasia.
Lei aveva quell’eleganza naturale, matura, senza sforzo. Non cercava attenzione: la attirava. Ogni gesto era lento, sicuro. E lui… lui era esattamente come immaginavo. Calmo, presente. Con quello sguardo che osservava tutto, senza perdere nulla.
Mi avvicinai per primo. Sicuro. Volevo che fosse chiaro.
“Finalmente,” dissi con un sorriso che non nascondeva niente.
Lei inclinò leggermente la testa, studiandomi. “Sei esattamente come pensavo,” rispose. La sua voce era morbida, ma sotto c’era qualcosa di più… qualcosa che mi fece accelerare il respiro.
E poi guardai lui.
Non distolse lo sguardo. Anzi. Lo sostenne. E in quel momento sentii una scarica netta, quasi elettrica. Non era competizione. Non era sfida. Era… complicità distorta, cercata, voluta.
Sapevo perché ero lì. E sapevo perché c’era lui.
Quella consapevolezza mi eccitava più di qualsiasi contatto.
Parlammo poco. Non serviva davvero. Ogni pausa, ogni silenzio era carico. Lei si avvicinò quel tanto che bastava da farmi percepire il suo profumo. Non mi toccò subito. Lo fece dopo. Con lentezza. Una mano leggera sul mio braccio.
Ma la cosa che mi fece perdere davvero il controllo fu che lui stava guardando.
Non nascosto. Non in disparte. Presente.
Sentivo il suo sguardo addosso mentre io mi avvicinavo a lei, mentre accorciavo quella distanza con una sicurezza che cresceva secondo dopo secondo. Era come se tutto fosse amplificato. Ogni gesto aveva un peso diverso, più intenso.
Mi voltai di nuovo verso di lui, quasi cercando una conferma.
Lui fece appena un cenno. Minimo. Ma chiarissimo.
E quello bastò.
Sorrisi, tornando su di lei, lasciando che la tensione si facesse più densa, più inevitabile. Non c’era fretta. Non serviva. Ogni secondo che passava era già parte del gioco.
E dentro di me, senza più alcun dubbio, sapevo una cosa sola:
non ero spettatore.
E lui non voleva che lo fossi.
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